Non erano certo necessari i venti roventi di Ferrara o gli asfalti squagliati di Roma, per cuocermi come un marshmallow e farmi grondare di sudore. Sarebbe stato più che sufficiente rivivere l’attimo di te alla finestra di camera tua, annaffiatoio giallo in mano, a dare l’acqua alle piantine di basilico appena nate nel vaso sul davanzale. Rinfrescavi la terra col garbo della mamma che rinfresca il sedere del bimbo col borotalco e sorridevi con l’entuasiasmo di chi crea e ama e la dolcezza di chi lo fa col cuore e non con la mente. Parlavi con le piantine la lingua della natura: « ecco l’acqua, finalmente! », e bagnavi le verdissime foglioline con la delicatezza della rugiada. E loro (le ho sentite!) hanno gioito come gioscono gli scoiattoli alla vista della ghianda. Uno squittìo felice e corale, qualcosa di simile.
Bastava questo per commuovermi alla meraviglia della vita. Non avrei sudato, ma lacrimato. Ma tanto sempre di acqua salata si tratta, no?
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