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Storia di Roma

La lettura di Storia di Roma di Indro Montanelli è stato un viaggio d’istruzione. È riuscito a condensare più di milleduecento anni di storia in un volume di 426 pagine. E l’ha fatto come solo lui è in grado di fare, districandosi nelle complessità storiche come se le avesse vissute, descrivendole con chiarezza espositiva e occhio attento, critico e sarcastico. Si parte dalla Fondazione di Roma – 753 a.C. – per arrivare alla fine dell’Impero Romano d’Occidente – 476 d.C. – toccando tutti i principali eventi che caratterizzarono la storia romana. Tra le varie Monarchie, Repubbliche e Imperi, si passano in rassegna le vite dei protagonisti della cosa pubblica. E poi scorrono cause ed effetti di editti, guerre, avventi. Si racconta di battaglie epocali, di eroi e farabutti. Ma la cosa costruttiva è che si contestualizzano gli episodi particolari nello status quo di Roma, abbozzando un quadro generale del sistema politico, economico, sociale e antropologico. Sfamando di curiosità il lettore, si oscilla facilmente dalle riforme agrarie alle usanze popolari. Dai circhi, dai viaggi culturali in Grecia alle guerre puniche. Dalle arringhe di Cicerone alla cultura di Adriano. Dai pettegolezzi ai complotti dei pretoriani. Dalle abitudini culinarie, alle efferate battaglie di Cesare in Gallia. C’è un po’ tutto di tutto. Ed è esposto in maniera originale, sintetica, e in chiave narrativa; tanto da soppiantare con la sua piacevole scorrevolezza il ricordo noioso dei banchi di scuola. Parla di persone e società, gente, esseri umani, con difetti e virtù, come noi, e non si limita ad elencare date e nomi fini a sé stessi. C’è chi lo ha criticato «per eccessiva approssimazione e faciloneria»: io credo che come infarinatura sia soddisfacente. Montanelli non aveva pretese di onniscienza, anzi: si evince che il suo è un libro divulgativo col solo scopo di avvicinare le grandi masse. La storia non deve essere un argomento per pochi eletti, ma un bacino di spunti riflessivi e perché no, fonte di svago.


CLAUSURA

Ho terminato di leggere “CLAUSURA” di Espedita Fisher, libro inchiesta Clausurasulla vita delle suore claustrali. Premessa l’originalità dell’argomento che già da sé è in grado di suscitare un’enorme curiosità, vorrei subito sottolineare l’efficacia del format con cui l’autrice ha raccolto il suo lavoro. Una serie di interviste taglienti, rapide, dense, intervallata da frammenti del suo diario di viaggio, ricchi di sana ironia e di sensazionali curvature autobiografiche. Espedita, anima coraggiosa, ci fa da lanterna in un pianeta avvolto dal mistero, ci permette di sbirciare nello spioncino della porta che divide il nostro mondo dall’arcana dimensione dei monasteri. Da una parte noi, vittime e carnefici in una società frenetica e priva di spiritualità; dall’altra queste anime pie, leggere, fluttuanti nel Regno del Silenzio e della Preghiera; fra i due fuochi ci si mette Espedita, che per noi ha tribolato non poco per ottenere accesso a tale scrigno, tenuto rigorosamente serrato. Nel ventaglio delle sorelle intervistate compaiono donne di tutte le età, nazionalità e percorsi. Ciascuna aderente al proprio ordine o congregazione, con rispettivi velo e Regola. Ad ognuna la sua cultura, le sue esperienze, le sue convinzioni, e il suo grado di timidezza. Ma tutte sorelle, e tutte dolcemente trainate dall’Amore per Dio, in uno stile di vita da loro definito « cristocentrico ». Il culto del Silenzio e il voto alla Castità formano il loro denominatore comune in questa Terra. Nelle interviste si mettono a nudo, « trasparenti come lo Spirito Santo », anche di fronte a domande personali, che apparentemente potrebbero stonare alle orecchie di una monaca. Espedita ci mette la faccia e noi l’incredulità, quando ascoltiamo Suor Doris, che alla domanda « non ti manca il matrimonio e la maternità? » risponde realizzata « Ho sposato l’Umanità e le sorelle, volevo una famiglia numerosa, e l’ho avuta. La mia maternità è sostanzialmente stupore ». Poi è magnifico scoprire come avviene una vocazione. Talune sorelle intervistate hanno descritto per noi il loro magico istante, la loro scintilla, ripetendo, con la luce negli occhi, le parole che hanno loro cambiato la vita, frutto di una quella misteriosa voce soave e magnetica che le ha conquistate. Tutte hanno parlato di difficoltà, del violento impatto iniziale con la Regola, dei momenti in cui la tenebra tenta lo spirito. Ciononostante tutte godono la luce di Dio e sembrano (a questo punto direi sono) certe della scelta fatta. Decisione che ripeterebbero, a loro dire, mille volte, sebbene gli alterchi con la famiglia, la privazione di un compagno in carne e ossa e della libertà materiale. Hanno optato per lo Spirito. Gli obiettivi? Semplice: salvare l’umanità con la preghiera. Alcune sono finite in monastero dopo aver visto un film, altre folgorate nel sogno, altre ancora dopo un lungo percorso di ricerca spirituale che le ha portate ad una scelta oculata. Maria Elisabetta, agostiniana, ci racconta di sé: « Durante il secondo anno di università chiesi a un Dio che non conoscevo cosa potessi fare per conoscerlo. Sentii dentro di me: «Fai quello che avrei fatto io al tuo posto in questo momento». Iniziai allora un cammino di ricerca ». Checché se ne dica, sono umane anche loro. E chi di noi non ha provato a dialogare con Dio, sia esso anche solo ipotetico…
Questione curiosamente frequente che ho potuto notare, è l’innatismo della fede in alcune suore. Quello di coloro che già da bambine percepivano il richiamo divino e sognavano una vita dietro i cancelli di un monastero. La domanda mi sorge spontanea: se fossero nate a Taškent, Uzbekistan, sarebbe stato lo stesso? Oppure è una questione di geografia, e quindi di sorte? Che non sia Dio, la sorte?
Altro quesito: aiuta l’umanità di più una preghiera recitata al buio di un’umida cella di un monastero isolato sull’Appenino umbro, o l’azione concreta di un missionario in Colombia volontario della croce rossa? Chi ama e agisce di più per il mondo, Suor Karen o Madre Teresa Di Calcutta? Rimando al futuro altre riflessioni, ma come vedete, il libro ne genera a dozzine.

Il libro vale. È scorrevole, intenso, audace. Riesce ad essere luminoso e al contempo inquietante. È istruttivo e ispirante. E poi l’autrice è un’interrailer di mente aperta e gentile.

Saluti ad Attilio.


L'uomo che amava solo i numeri

Ho scoperto questo libro curiosando tra le biografie di alcuni professori universitari. Lo descrivevano così:

“The man who loved only Numbers” is definitely worthwhile if you like math and computer science.

L’ho comprato d’istinto, giacchè da molto cercavo un libro che mi stimolasse a studiar matematica: come per dar un senso, o almeno un volto più piacevole, a ciò che studio ogni giorno. Un incentivo alla passione, dunque, era ben accetto. E’ per questo che mi reco su Libreria Universitaria, e lo compro scontato di 3 €. Lo vado a ritirare ai depositi delle poste dopo 2-3 settimane, si vede che quando il postino mi ha citofonato ero fuori casa.
Partiamo da un giudizio complessivo: ammetto che sono rimasto soddisfatto, era un pezzo che non leggessi un libro tanto rapidamente. Ne consiglio la lettura a tutti, grandi e piccini, quando e dove preferite. Il set e il setting non necessitano studi particolari.
Ma proviamo ad immergerci un po’ in questo libro. Innanzitutto, l’autore è Paul Hoffman, una sorta di Piero Angela a stelle e strisce.
Il saggio è impostato intorno alla figura di Paul Erdos, uno dei più grandi matematici del secolo scorso. Nato a Budapest nel 1913 e morto a Varsavia nel 1996, ha vissuto viaggiando per le università del globo a diffondere e ampliare la cultura matematica. “Apri la mente” – così apriva il discorso con l’interlocutore di turno, per iniziare a dibattere di matematica di chissà qual teorema. Un personaggio unico, che attraverso il libro s’impara a conoscere in ogni suo lato, partendo dal suo grande culto per i numeri, fino a scendere nelle sue intime debolezze e abitudini.
Attraverso questo libro si ha la possibilità di percorrere la vita di una persona che ha fatto dei numeri la propria fede, attraverso le testimonianze dei suoi colleghi più stretti e da chi semplicemente ha avuto la fortuna di conoscerlo. Un ottimo lavoro d’investigazione, per conoscere un personaggio strano, che parlava in codice (per lui Dio era l’SF, ovvero il Sommo Fascista, ad esempio), che non ha mai pensato a metter su famiglia, che non ha mai accettato una routine alternativa che ponesse in secondo piano la sua grande passione. Che andava avanti a barbiturici: passione come fardello o passione come missione. Paul Erdos non si è mai dedicato a nulla, se non a dimostrare congetture matematiche e proporre nuovi problemi alla comunità mondiale. Matematica quindi come scopo di vita: a provar ciò c’è la quantità da capogiro di saggi scientifici da lui elaborati: 1485 articoli prodotti in collaborazione con ben 509 matematici diversi. Per quantità, è secondo solo a Eulero. Gli scienziati facevano i salti mortali per scrivere un saggio con lui: tant’è che è nata in suo onore la tradizione del cosidetto “Numero di Erdos“, un indice calcolato ricorsivamente per identificare la distanza di un matematico qualunque, per via delle sue collaborazioni, da Paul Erdos (per farvi capire: chi ha scritto un saggio direttamente con Paul Erdos ha numero di Erdos 1, chi ha scritto un saggio con chi ha numero di Erdos 1 ha numero di Erdos 2, e così via… per arrivare ai comuni mortali che a malapena sanno le tabelline, che hanno numero di Erdos pari a infinito). Passione come movimento: succedeva spesso che Paul vincesse premi in denaro di qualche concorso… Beh, non ci pensava due volte a regalarli a giovani studenti squattrinati, per finanziare la crescita della matematica. Infine, passione come arte e devozione. Lui era uno di quelli che credono che una dimostrazione matematica non possa esser perfetta finchè non diventi possibile spiegarla ad un comune pedone per strada. Egli stesso s’abbandonava all’Immenso, ammettendo che il “Libro” in cui l’SF conserva la Verità matematica è composto da infinite pagine.
Un vero credente insomma.Paul Erdos Per scendere un po’ sul piano concreto delle sue opere, vanno ricordati i suoi enormi contributi nel calcolo combinatorio, in particolare sulla Teoria di Ramsey e l’invenzione dei cosidetti metodi probabilistici, potenti strumenti per dimostrare congetture. Ma non temiate di tecnicismi fini a se stessi il libro non ne contiene. Anzi. Tutto il teorico che compare è alla portata di tutti, ed è esposto in modo molto stuzzicante.
La vita di Paul Erdos viene infatti affrontata nel libro parallelamente ad un vasto (ma chiaro) excursus sulle scienze matematiche. Ed è per questo che mentre si legge si prova proprio la sensazione di non poterlo lasciare incompiuto: da un lato ci si affeziona al protagonista e alla sua vita dall’altro si viene a conoscenza delle faccie della matematica più originali, dei paradossi e delle astrazioni più coinvolgenti. Dei problemi tuttora irrisolti.
Il libro regala al lettore la possibilità di leggere la matematica come MATHEMA, parola greca che vuol dire ragionamento, investigazione. Veramente: ne mostra la bellezza scultorea (come affermava Bertrand Russell), ne fa assaporare il lato filosofico financo quello mistico. Il saggio, da vero saggio, distrugge la concezione crociana, ormai maledettamente irradicata nella nostra società, che tratta la Matematica come freddo strumento per ragionieri, fatto di grigie pagine di calcoli chiuse in compartimenti stagni. Ci riesce proponendo simpatici problemi di geometria o algebra, facendoci capire come a volte la matematica è presente dove non la percepiamo: ad esempio come sistemare le mattonelle su un pavimento risparmiandone il maggior numero? Come posizionare gli oggetti all’interno di uno scatolone, ottimizzandone lo spazio disponibile? Qual è il miglior modo per instradare le telefonate per una compagnia telefonica? Esistono davvero infiniti più grandi di altri? Perchè spesso conviene fare le cose a caso? Sono questi i quesiti che stimolano lo studio della matematica, che le ridanno smalto, un senso tangibile. Sono questi gli interrogativi che riesumano e colorano tutto quello che è stato immagazzinato alle scuole elementari e medie. Per quanto mi riguarda inoltre, a volte son rimasto persino scosso e confuso nel trovare equazioni come quella di Eulero, che unisce 5 numeri magici in un colpo solo:

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C’è chi da questa confusione trae potere e quindi ordine e armonia, restandone religiosamente ammaliato: è il caso di Paul Erdos e della compagnia dei matematici galattici, magnificamente descritti nel saggio di Paul Hoffman.
Insomma, 250 pagine che scorrono velocemente, come la conta di un bambino che gioca a nascondino coi suoi amici, che tende a sbrigarsi per non lasciar troppo tempo agli altri per accovacciarsi chissà dove.


LATINOAMERICANA

E’ fine luglio quando andai alla ricerca di un libro da portarmi in viaggio. Noto con distacco una serie di libri di ogni categoria e spessore, finquando l’occhio non cade su “LATINOAMERICANA: diario di un viaggio in motocicletta“, di Ernesto Guevara de la Serna.
Non avevo mai approfondito né sul film di cui conoscevo solo il titolo, “I diari della motocicletta”, tantomeno sul Che in sé. L’ho sempre tenuto da parte nella mia mente con un certo scetticismo: la mia idea del Che come idolo di massa, come effige da stampare sulle maglie di giovani che si autopercepiscono comunisti ribelli mi scatenava un’irritante allergia.
Sarà stato quindi il desiderio di esorcizzare le mia chiusura, o forse l’ipotesi che la scoperta di un personaggio che ha provocato tanto scalpore possa essere affascinante, che decido di investire € sulle 128 pagine edite da Feltrinelli. Tornato a casa lo chiudo in zaino, per dimenticarlo.Sono seduto su un pulcioso sedile di un treno che percorre le vaste lande scandinave, quando il dolce far niente si tramuta in noia morbosa e mi attiva il meccanismo di ricerca di una possibile attività ludica. La lampadina si accende, ricordo di aver con me il libro chiuso nello zaino.
Lo apro, lo inizio, e lo finisco nel giro di 3 giorni.

Il diario, si sa, è la forma narrativa più intima, più vera, più vicina all’autore. Il quale si cimenta in un dialogo con sé stesso riflettendo la realtà che lo circonda dandone sfumature personali, filtrandone i particolari che lo eccitano o lo rallentano. Il tutto in piena sincerità e senza censure. LATINOAMERICANA consiste proprio negli appunti di viaggio di Ernesto Guevara, rielaborati da sé stesso in forma narrativa di diario.
Detto ciò, che il viaggio è un’esperienza che incide sull’io interiore Ernesto lo prova e lo dimostra non solo attraverso la curiosa cronaca delle avventure trascorse sulle strade e sui mari del Sud America, ma soprattutto con le numerose riflessioni e i brillanti approfondimenti socio-culturali. Nei meandri di popolazioni per lo più dimenticate e calpestate, Ernesto trova la materia prima per soddisfare la sua avida sete di ricerca.
Assieme ad Alberto Granado, suo amico biochimico e anche lui squattrinato, il Che in un anno e mezzo (da dicembre del 1951 a luglio 1952) tocca Argentina, Cile, Perù, Colombia, Venezuela e USA. Un itinerario fantasmagorico, percorso praticamente senza equipaggiamento (l’unica differenza tra ‘abbigliamento da notte e da giorno erano le scarpe: quando dormiva si toglievano), né soldi (i due si ingegnano per trovare stratagemmi per farsi offrire un letto, scroccare un pasto o qualche bicchiere di pisco!). Le passano di tutti i colori, utilizzano ogni mezzo possibile (partono con la mitica moto Poderosa II ma poi si rompe e quindi le provano tutte: a piedi, in zattera, in nave, in autostop…) e vivono la vita alla giornata. All’avventura.
Se infatti l’obiettivo iniziale era quello di visitare il lebbrosario di San Pablo, in Perù, i due giovani sognatori parallelamente viaggiano per vivere le culture indigene, riscoprendo con i popoli le antiche radici. Non manca quindi il monito costante ai governi filo-occidentali, che seguendo le orme dei cosidetti Conquistadores, continuano a denigrare coloro che son rimasti legati alle proprie origini.
Nel protagonista si percepisce il cambiamento, la crescita.
Lui stesso afferma: «Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d’Argentina, e colui che li riordina e li ripulisce, io, non sono più io; per lo meno, non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra “Maiuscola America” mi ha cambiato più quanto credessi».
Un’evoluzione che il Che ha assaporato giorno dopo giorno, grazie alla quale è riuscito a superare i numerosi momenti di dubbio e di difficoltà estrema. Non sono mancati gli istanti in cui Ernesto si sia chiesto: “Ne è valsa la pena di far tutto ciò?”… quando ripensa alla ragazza, scaricata a malincuore in Argentina («Se mi vuole bene mi aspetta»), oppure quando soffre l’escursione termica delle pampas o le zanzare del Rio delle Amazzoni. O quando lo sfruttano in nave per pulire i bagni… Un’infinità di eventi che fungono da rito d’iniziazione per la vita del futuro rivoluzionario.

Detto ciò, credo che sia meglio smetterla di comprare i gadgets più o meno Made in China del Che. Se realmente lo ritenete un eroe, un modello o una divinità, per onorarlo leggete i suoi libri, anche se forse nemmeno questo basta.


recensione a cura di: Jacopo O.


il Bacio della Tarantola

Sintesi:

In una Puglia affascinante e riarsa, arriva da Milano un giornalista in crisi, Carlo, per indagare, con la copertura di un reportage, sull’improvvisa scomparsa di un uomo, ma anche per fuggire da Daria e dal loro legame che ormai si trascina per inerzia. Nel paese di mare in cui si stabilisce conosce Teresa, la tabaccaia, capelli corvini e fianchi generosi, una donna forte, ammaliante e misteriosa come la tarantola. Con lei sperimenta un desiderio brutale, imprudente, che può stravolgere ogni cosa fino a fargli decidere di chiudere definitivamente con il suo passato. Almeno finché Daria, ignara di tutto, non lo raggiungerà…

Recensione:

Se si dovessero scegliere dei colori per descrivere il romanzo, si opterebbe per le sfumature blu del mare, del distacco, della libertà e per il rosso aspro della terra, della passione primitiva, della sensualità. Ambientato nel Salento, trasmette il fascino dei panorami mediterranei, annettendolo egregiamente alla psiche e al cuore del protagonista, Carlo, giornalista proveniente dal grigio cemento di una Milano frenetica. Un libro caldo, salato, a tratti oscuro e misterioso, che va a toccare le profonde corde dell’anima e degli istinti primordiali dell’uomo. Vibra i fili più nascosti, quelli che tendono all’irrazionale, alla superstizione e alla magia: magia di una terra selvaggia, in cui l’esserci proiettati improvvisamente provoca un terremoto esistenziale. Ricco di palpiti erotici, non tralascia il lato psicologico, svelando tramite flussi di coscienza ciascun pensiero che bombarda la mente del protagonista. Un protagonista ammaliato, sommerso, abbandonato, ma felice. Felice poichè sente di aver trovato la chiave, il modello, la cifra con cui leggere i fatti: cogliere l’attimo, godendo di semplici piaceri come il cibo, la danza, la passione illimitata. E dimenticare le impalcature costruite in un passato imperfetto, macchiato, monotono, che ora inizia a scricchiolare tra il Sole salentino e l’acqua cristallina del mare. Di brividi il romanzo ne fa venire molti: è certo che ognuno di noi abbia affrontato situazioni simili, in cui si desidera ricominciare da capo, crearsi una nuova identità, abbattere il passato che non soddisfa; scrollarsi di dosso il grigiore soffocante della vita quotidiana sublimando con il rosso-passione lo spazio e il tempo, avverando i desideri proibiti sebbene non rispettino la morale. D’altra parte, anche F. Nietzsche ammette che “Ciò che si fa per Amore va al di là del Bene e del Male”: Giovanna Bandini lo sa, e attraverso le sue parole coltiva un’amorevolezza spontanea, innocente, carnale: dionisiaca. Un romanzo da gustare tutto d’un fiato, rischiando di rimanerci rapiti dentro.


Recensione a cura di: Jacopo per IBS.it (2048 caratteri)



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