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Hai bisogno di tempo per costruire, nel frattempo ti copro io

NEW MEXICO — «C’era un cielo che wah, conteneva TRE CIELI. Presente il classico paesaggio americano, (vastissimi territori percorsi soltanto da un rettilineo e sui cigli della strada qualche desolante casupola prefabbricata, di quelle che si possono spostare sui tir, case mobili), presente? Guidavamo da tre giorni e non ce la facevamo più. Abbiamo affittato una macchina per una settimana, non te l’avevo detto? No, i pulman sì, ma una settimana ce la siamo fatta in macchina, abbiamo percorso 4+4 stati in 7 giorni! Fatica, ma ne è valsa la pena, accidenti. Col temporale che ci inseguiva… noi ci spostavamo e dietro questo enorme temporale che ci rincorreva… e quando dici temporale in America ti devi immaginare UN GRANDE TEMPORALE, perché in America tutto è grande. Dalle bottiglie di Coca Cola da cinque litri ai temporali. E poi per dire,  tutti ci chiedevano “ce l’avete una pistola vero?” e noi a pisciarci addosso dalla paura… “no che non ce l’abbiamo!”, capisci! ci hanno fatto sentire stupide che non avevamo un’arma! ALIENI noi. Veniamo in pace. E io che ho pure dimenticato le lenti a contatto a casa, tanto mi son detta le venderanno no? Macché! Le armi sì, e dappertutto. Le lenti a contatto, irreperibili. “Serve la ricetta di un medico”, ma diavolo! Vendono i fucili al supermercato, e per due lenti a contatto tocca fare un casino. E lo sai che neanche l’insalata si trova? Ormai vanno avanti a integratori di vitamine, dentro i centri commerciali vedi queste enormi pareti tutte colorate con gli scaffali pieni di integratori. Però, l’America. Che spettacolo. Ho dovuto chiedere alla Raffi di guidare mentre c’erano i TRE CIELI. Non riuscivo ad andare senza girarmi a guardare. “Ma RAFFI? Li vedi??” TRE CIELI INSIEME.  TRE CIELI IN UNO. Impossibile. Che, che, che boh?? Surprise. Da un lato il cielo nero come l’inchiostro, quei nuvoloni paurosi mostruosi nerissimi che minacciano la fine del mondo. Sposti un po’ la testa e il cielo diventa rosso, così, di colpo. C’era solo una nuvoletta, (un pezzettino di nuvola), che si era staccata dal suo cielo e inserita nel cielo vicino, rosso fuoco. Un’avanguardia nera nel cielo rosso, in ricognizione. Il resto un mare di rosso-arancio tipo tramonto, una luce crepuscolare da scioglierti il cuore. E poi girando ancora lo sguardo… il cielo rosso sfumava sempre più verso il rosa chiaro, infine l’azzurro: sereno.» — Tre cieli in uno, due anime disperse, due spiriti liberi, la strada, il beat, «il fulmine più bello della vita» — Silvia & Raffi, USA, 2009.


Storia di una naufraga incontrata sull’autobus

In autobus, col tempo, ho preso l’abitudine di lasciar libero il posto vicino al mio. Evito  di metterci lo zaino  e mi siedo sempre al lato del finestrino, lasciando vuoto il posto che dà sul corridoio. Le persone si fanno molti scrupoli prima di chiedere permesso e scomodarti per sedersi. Scalando verso il finestrino tolgo al prossimo l’onere di rompere il ghiaccio e chiedere per favore, posso sedermi? Rendo le cose più facili al mondo e mi godo il paesaggio urbano.
Il mio vizio è un altro: guardo sempre in faccia chi mi si siede vicino. E non lo guardo tanto per guardare. Lo guardo per farmi un’idea. Come oggi, quando, con passo goffo, una donna sui trentacinque anni si avvicina per sedersi, aggrappata ai tubi metallici. Sul volto, segnato dalla tensione, c’è scritta a caratteri cubitali tutta la sua infelicità. È grassa, molto grassa. Gli occhi neri svuotati. La bocca coperta di rossetto scarlatto, messo lì per abitudine. I capelli legati con un mollettone nero, e nero anche lo smalto sulle unghie.  Il naso  invisibile e i vestiti arrangiati. Sugli anulari nessun anello e al collo neanche una croce. Sulla sua sagoma tutta l’inerzia, la rassegnazione di chi ha visto corrodersi mezza vita dalla solitudine. Povera donna, me la immagino bambina, a scuola, che tutti la prendono in giro perché grassa e con l’apparecchio; e poi adolescente, emarginata perché incompatibile agli schemi di bellezza imposti dal volgo. Anni passati a piangere gli infiniti no (e che dire delle risatine di contorno?)  mentre tutte – tutte – le coetanee trovano uno straccio di ragazzo con cui civettare; arrivano i venti, poi i venticinque, l’età dei fiori che sbocciano, e lei relegata nel suo cono d’ombra, sempre più triste, sempre più sola, a scontrarsi col grigiore, a osserveare i detriti della quotidianità. Che ho fatto per meritarmi tutto ciò?, e le altre  non civettano più ma si fidanzano direttamente, e fondano storie che durano anni su parvenze di sogni normali. D’estate Croazia e a Natale un peluche in regalo. Arrivano i trent’anni (anno 2000) e con essi il primo telefonino: la società del consumo è così crudele che riserva un cellulare anche a chi è condannato a non sentirlo mai suonare; e se arriva un sms è la zia che fa gli auguri di Pasqua o il gestore che invita a rinnovare il credito. Alle amiche il cellulare squilla di continuo, si sposano e hanno pure la faccia di invitarla al matrimonio. Denti bianchi, pugni di riso, viaggi di nozze, un pupo, qualche litigio.  In prospettiva una vecchiaia insieme.
A lei no, tutto questo non spetta, non le è stato accordato; a lei solamente un corpo sbagliato in una società dove i corpi sbagliati, a prescindere dall’anima che contengono, vengono esclusi senza pietà.

La verità è quella di Houellebecq, e io gliela avrei pure recitata: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie. Chissà come l’avrebbe presa.


Jack Sinatra

Jack Sinatra si distingue da tutti gli altri uomini perchè ha tutto: ogni suo desiderio, materiale ed immateriale che sia si avvera nel momento stesso in cui nasce.
Quando Jack Sinatra passeggia per il viale centrale, i suoi compaesani, guidati da un senso misto di invidia e stupore, commentano tra loro: “Beh, vive proprio da Dio”. E non sbagliano: dal loro punto di vista, egli è reputato come l’uomo più fortunato della Terra. Jack ha dato infatti prova della sua fortuna proprio quando ammise a Julie La Verna, la ragazza più affascinante del posto, che avrebbe voluto sposarla.
Erano circa le 19 di una sera di settembre, e la gente era raccolta in piazza per uno spettacolo di un famoso artista di strada. Mentre Julie gustava la sua zuppa inglese con aria rilassata, gli altri compaesani sedevano ai tavolini dei bar di fronte, chi con un Martini, chi con un bicchiere di acqua tonica. Parlavano come d’abitudine del più e del meno, e gli uomini inconsciamente lanciavano spesso occhiatine maliziose a Julie e alle altre ragazze che giravano intorno. Tra i tavolini occupati dai paesani, c’era quello di Jack Sinatra che era posizionato a pochi passi da quello di Julie. Lui la notava da tempo, nella vita quotidiana del paese. In fondo, in un paese con poche centinaia di abitanti più o meno tutti si conoscono almeno di vista. Sicchè Jack Sinatra sapeva bene dove Julie lavorasse: nella tabaccheria di Via delle Fontane. Anche se non abitualmente, più e più volte Jack Sinatra è andato a comprarsi le sigarette da Julie. Ma mai aveva interpretato la visione di quella ragazza come un bisogno intimo di legarcisi. Per Jack, prima di quel giorno, Julie era solo una commessa di un negozio di Sali e Tabacchi.
La scintilla scoccò quando Jack Sinatra si fissò ad osservare Julie mentre porgeva il cucchiaino della zuppa inglese alla bocca: per lui furono sensuali e candide labbra d’angelo che esprimevano una passione che mai prima d’ora l’avesse travolto. Il movimento della mano cosi fragile e chiara che inculcava il cucchiaino nella coppa, scavando nella dolce crema con sopra la classica spolveratina di cioccolato, a Jack richiamava il gesto della mamma che le imboccava la minestra quando aveva 1 anno e poco più. Era tolto dalla realtà e immerso a metà nei ricordi e a metà nei sogni. Perchè se allo stesso tempo Julie si ricollegava alla sicurezza che la madre le dava quando era un infante, allo stesso tempo le labbra carnose accendevano in lui la fiamma della passione. Niente di più di ciò di cui un uomo di media cultura e di media profondità, ha bisogno per soddisfare le proprie esigenze in campo sentimentale.
Jack era ipnotizzato. Soltanto l’arrivo al tavolo di Julie del cameriere con il conto ruppe l’incantesimo a tal punto da far sobbalzare Jack e da farlo piombare da Julie per dirle con aria fiera: “Desidero pagare io per lei”. Allora Julie senza ombra di imbarazzo o stupore ringraziò alludendo: “La ringrazio signor Sinatra, ma mi dica come posso ricambiarla…”. Jack immediatamente risponde: “Sposiamoci, domani”.
Julie accettò, diventando da semplice commessa, la donna dell’uomo più fortunato della Terra.
Al matrimonio fu invitato l’intero paese e fu organizzato un banchetto nuziale immenso, quasi spaventoso agli occhi della gente che era abituato a fare le cose in famiglia. Tutti si chiedevano come fosse possibile che Jack Sinatra sia riuscito a conquistare Julie La Verna nel giro di cosi poco tempo. “E a pensare che quella lì di spasimanti ne ha a iosa!”, oppure dai più invidiosi: “Secondo me lei sta bleffando solo per ottenere i possedimenti del signor Sinatra… Dicono che ha ben 4 ettari di poderi su, dalle parti del Mulino”.
Fu cosi insomma, tra commenti scettici e risatine maliziose che l’immagine nel paese del signor Sinatra cambiò radicalmente, da persona qualunque fu etichettato come l’uomo più fortunato del mondo.

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Jack Sinatra, col suo cappello



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