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realtà aleatoria e pulsante, ore 2.35 am

Mi riaggancio al problema già posto,
i modi e i motivi di questa realtà aleatoria e pulsante…
in un momento di lucidità etilica rifletto: perché?

Vi racconto un aneddoto di vita, uno di quelli che propongo sempre nelle serate di gala e che son certo proporrò ai miei nipoti.

Interrail 2006, 18 anni, primo interrail, agosto inoltrato, luogo: viking line. La viking line è la nave che collega Stoccolma a Helsinki e lo fa in una notte intera di viaggio. Fa anche altre tratte, ma ora non è questo il punto. Non siamo in una compagnia turistica e nemmeno al CTS.

Ero là, ed ero col mio compare, ed ero col mio compare e avevamo deciso di bere. C’è il tax free nella nave, e allora sfruttiamolo: birra Carlsberg. Non abbiamo sete, ma abbiamo salsicce negli zaini, salatissime salsicce sottovuoto, pronte per essere mangiate in una cena improvvisate. E anche noccioline. Vendono nocccioline, salatissime noccioline e decidiamo di riempirci la saccoccia. Mentre mangiamo e beviamo, nella hall della immensa nave (che per conto suo naviga, anzi danza, nelle immensità nordiche di un mare luminoso) un personaggio dalla pelle nera e col vestito bianco (un personaggio raro, quindi) ci mostra la sua amicizia: – Italia. Ostia Lido! Ottimi vestiti. Eh eh eh.  Socializziamo anche noi.

Sono passate due ore e le risate cominciano a divenir naturali, naturalissime, direi spontanee… Finiamo, dopo un’ora di lucidità etilica in un posto improbabile. Finiamo lì proprio per il rumore, a noi serve il rumore, serve l’ebbrezza, serve la libertà, non necessitiamo altro di un po’ di movimento, di un po’ di mistero, di un po’ abbandono. Vagabondando come sciacalli in preda alla fame finiamo lì, in discoteca, affamati di vita,  ubriachi di gioia.

Il mio compare prova. Lancia il dado. Offre un cocktail a una pollastra che gira lì, conosciamo la fama della Viking Line e le leggende che aleggiano attorno al suo scafo e sappiamo bene l’usanza dei giovani finnici e svedesi di celebrare la fine del liceo fiondandosi sul mare del Nord a sfogarsi e a capirsi. Il mio compare spende il suo denaro per contentare una pollastra apparentemente feconda e solo per poco (ci piace vederla così) non ci riesce. Fiasco.

Io sto per conto mio, nella tempesta alcolica, nella lungimirante nebbia poetica e nel totale tributo al fratello Kerouac, sto così, che mi agito al ritmo di una musica indomabile, un rombo che troppo assomiglia all’estasi, che troppo si avvicina alla libertà da ogni dubbio, quindi alla verità. “La verità è caos”: mi sembrava di esserne sicuro e trascuravo ogni risvolto.

Una ragazza si avvicina: nel rumore comunichiamo, lei balla, io mi agito, contento, nel caos. E’ brasiliana. Ha pressapoco gli anni miei. Cosa farebbe un qualunque cristiano nella Terra? Tutto. Farebbe Tutto. Tutto meno che chiederle ciò che le ho chiesto io, senza preavviso alcuno, e nella confusione terrena di un locale notturno su un traghetto: «Di che religione sei?». Lo giuro, le posi questa domanda. E lei rispose, sorpresa: «Spiritista.», e, dopo cinque eterni secondi, esterrefatta strilla: «Ma ti sembra questo il luogo adatto per parlare di certe cose!?». La risposta era sottintesa e non ricordo di averla messa in evidenza.

Sono fatto così, non mento. E non mi do pace. Vivo la tensione esistenziale in un continuum di interrogativi scomodi. Ma la mia risposta l’ho ottenuta. Anche stasera ho la mia croce, il mio spunto, il lasciapassare per varcare la soglia ed esplorare i meandri intangibili dello scibile, il visto per varcare il confine e penetrare nei territori insondabili dell’anima…

Mi addormento poi sul ponte della nave, sotto un cielo nero, ma mai tanto amico. Ci sdraiamo sotto la cabina del comandante (per ripararci dal vento gelido). Mi corico, all’aria, sulla stuoia sgangherata che mi trascino dietro da settimane,  e il solo naso fuori dal mio fedelissimo sacco a pelo. Poi un Dono. Galleggio sul Mare della mia vita e di fronte, chi ci trovo? La Luna Selvaggia, rosa, benedetta, piena addirittura piena, pienissima, del sangue di noi tutti e dell’amore e delle lacrime, piena!, e leopardiana, calda, materna. La Luna Maestra e Compagna. Mi scatto una foto ricordo. Il mio compare non ce la fa a capire che il lampo improvviso è soltanto il flash del mio autoscatto. Ma si addormenta lo stesso.

..Capirete dunque perché mi sento disadattato..


Avete mai fissato una fiamma che brucia?

il Focolare

Il fuoco tormenta il legno fino a renderlo cenere; caparbio, completa l’opera  e si disperde, in un nulla di fumo. Il fuoco divora, distrugge, crea luce e calore, svanisce. Il fuoco nasce, danza di vita e di morte, e muore.
Fotografo il fuoco e mi chiedo a che servono fiumi di inchiostro in un diario, quando ci sono immagini che racchiudono in sé tutto ciò che c’è da dire; il fuoco che brucia, illumina, scalda, svanisce – troppo somiglia al ciclo che,  con efferatezza inscalfibile,  mi ingabbia.  Una gabbia di fuoco, appunto. Immagine pittoresca, circense quasi, ma la vita si sa, si condensa in destini dai tratti ironici. Come canta Guccini la vita prosegue tra un foglio di giornale e un sorriso, qualche lacrima sparsa, va avanti purché ignorando quel rodere sordo che cambia “io faccio” e lo fa diventare “io ricordo” – e che quel rodere sordo non si avvicini al crepitìo del legno che scalda e soccombe? Mi commuovo osservando il viso attento della ragazza che si siede di fronte a me in autobus. Autobus deviato, perché, dice lei, c’è la polizia. Ha riposto il libro di microbiologia nello zaino e ora che ha finito la sua dose di distrazione, ha lo sguardo smarrito, teso, sgranato, tuttavia lungimirante. Non molla l’orizzonte metropolitano che scorre fuori il finestrino. Ora sono occhi che guardano. Un giorno, chissà.


Riflessioni su una lotta, 7

Non c’è nulla di più sbagliato del definire la protesta contro i tagli Tremonti-Gelmini come « contestazione apolitica ». Molte sono le persone, anche dentro il movimento, che si ostinano a dire: « No, qui la politica non c’entra niente. », qui si fa altro. Altro? Non è forse un preciso disegno politico quello contro cui stiamo urlando contro da giorni? Non è il manifestare per le strade le proprie idee con creatività e impegno il modo più sano e diretto per fare politica? Non è protestando, pretendendo cioè il confronto, che si irrora la democrazia? Si chiama politica dal basso: per una volta il teatro è la piazza e non la Camera, e i protagonisti i cittadini e non i colletti bianchi. Non a caso il De Mauro indica la politica come “l’attività di chi prende parte alla vita pubblica“.
Orbene, per interpretare la diatriba
ci sono due possibilità. O la gente confonde (delittuosamente) la politica coi partiti, umiliando sé stessa e mortificando il diritto e le responsabilità dell’individuo e delle collettività; un conto infatti è definirsi apartitici, un altro conto apolitici. Oppure continua a ciondolarsi sull’idea che la riforma per cui si protesta non sia nata da un preciso disegno politico, ma magari dall’idiozia di un singolo ministro o altro. Nel primo caso dimostra ignoranza, nel secondo ingenuità. Sta di fatto che l’espressione è condivisa da molti nel movimento, soprattutto tra chi scende in piazza per la prima volta. Assistiamo all’infelice ascesa di un aggettivo che fa da collante in un popolo da un lato intorpidito nell’indifferenza  e nell’individualismo e dall’altro inorridito da uno Stato astratto e assente e identificato in una classe politica immorale; un termine che colma il vuoto di pensiero e porta a dimenticare che c’è chi politicamente difende la legge 133 e chi politicamente la rifiuta. Chi vuole instupidire le masse per controllarle, e chi eticamente non lo ammette. Chi antepone l’interesse del privato a quello pubblico, e chi ancora crede nell’egualianza sociale. Chi vuole dilatare il divario economico tra ricchi e plebei, e chi invece si muove per diminuirlo.
Il triste dato è che oggi le persone sono disabituate a interessarsi di cosa pubblica, e quando si trovano costrette a drizzare la schiena e alzare la voce hanno paura e preferiscono rifugiarsi in un’alfa privativo davanti a quello strano alieno chiamato « politica ». E quindi la negano, come se il farla in prima persona non fosse qualcosa di nobile, ma di dequalificante.
Un atteggiamento deviante e nocivo. Perché inasprisce il distacco delle persone dalla vita democratica; perché rassoda negli schemi della collettività la relegazione della politica nelle camere stagne del Parlamento e del Senato; perché riduce ciò che è diritto-dovere (onore-onere) di tutti a privilegio-passatempo di pochi.


Hanno trovato un diario

Tra i tanti punti struggenti della storia di Peppino Impastato, ce n’è uno che mi fa particolarmente male. Un dettaglio che, ogni volta che per un motivo o un altro vado a rievocare, va dritto a incidere la mia giugulare, come una lama acuminata.
La prova che i carabinieri e la magistratura hanno adoperato per coprire il barbaro e vigliacco assassinio della mafia. Hanno trovato un biglietto: “voglio abbandonare la politica e la vita”. Vicenda archiviata: suicidio.

Io tengo un diario in carta e ossa; con pensieri molto riservati e molto contraddittori. E la cosa brutta è che lo conservo qua, nel mio cassetto, a portata di qualunque carabiniere alfabetizzato. Sono terrorizzato.
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(Onore a Peppino e tutta l’Antimafia. Sempre e comunque.)



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