Archivio della categoria 'Ricci di Mare'

Bella bionda e altre storie

Tra i racconti di Good Blonde & Others ci si trova il miglior Kerouac. Il Kerouac dal cuore recettivo, aperto al viaggio e alla spiritualità – l’anima visionaria che ribolle osservando le circostanze di un’avventura quotidiana, fatta di meditazione, tentazione e azione. Il Kerouac che passa tutto il tempo a pregare – parlando – a se stesso.
Riporto alcuni tratti che mi sono annotato, a matita, sul libro. Il primo vede Kerouac al lavoro in un bar, che non resiste al fascino di un vagabondo blues che si presenta alla porta. Il secondo è ripreso dal racconto Natale, che descrive una passeggiata notturna tra le nevi di Lowell, MA; un susseguirsi di visioni che delineano la malinconia e il misticismo del grande viaggiatore.

[Un vecchio girovago nero del Sud] Era avvolto in una foschia che usciva dalla sua bocca in respiri grigi e freddi; certo che se non fosse stato per quei suoi occhi caldi le canzoni più che cantarle le avrebbe confessate e sarebbe stato pronto per essere avvolto in una bella coperta. Ma camminava nella notte Americana così com’era: i pantaloni di iuta, la corda, una specie di grembiule impermeabile senza forma, tutto unto e scuro come Belzebù all’inferno, pronto per ogni galera che non fornisse nemmeno un pasto: in definitiva il più triste ma il migliore tra tutti i vecchi vagabondi che mi fosse capitato di incontrare.
Aveva una monetina giusto per il caffè. Allora presi della carne macinata e gli preparai un bell’hamburger e glielo servii per cena con il suo bel contorno e tutto, gratis. Oltre a questo gli diedi un dolce alle fragole che pagai con i miei soldi senza farmi vedere. Mi disse che era la migliore cena che mai avesse avuto in vita sua [...]

Da qualche parte là in alto il corvo nero come il carbone stride, cr-a-a-a-ck, cr-a-a-a-ck, intravedo il suo movimento lento, le zampette che battono il ramo che cede e poi oltre verso i rami in cima all’aria bianca sino a un vuoto nella foresta, sino al pino centrale al dolore del mio desiderio che duole, il vero Natale si nasconde a me da qualche parte ed è immobile, è sacro, è scuro, è pazzo, è là che il corvo rimugina, c’è qualche Natività più oscura di quella della cristianità, con i Re Magi che vengono dal sottosuolo, Vergine Maria del ghiaccio e della neve, Giuseppe degli alberi, Gesù come una stella – una Betlemme di pigne, rocce, serpenti – Muri di pietra, occhi [...]

Stanco arrivo all’angolo, giro ulla Phebe ed ecco che il mio cerchio di cinque chilometri è completo, sono a casa, gli ultimi passi con i piedi lenti bagnati, fradici, ma sono felice -
Tutto è salvato. C’è caldo e la gioia è tiepida in casa mia. Mi soffermo alla finestra per guardare dentro. Il mio cuore si spezza a vedere i movimenti lenti all’interno, la cara innocenza di chi non ha ancora realizzato che la morte arriverà e li prenderà – ma non adesso.

Poi ci sono i racconti Bella Bionda e In autobus per il grande West: talmente belli che dovrei riportarli per intero.  A fine raccolta c’è cityCityCITY, quaranta pagine molto bizzarre di stampo cyberpunk (!), in cui si diverte a immaginare l’umanità del futuro. Sul pianeta Terra, sovrappopolato e saturo di acciaio e cemento,  vige un regime autoritario sotto cui le persone vengono ridotte a numeri da controllare. L’intera popolazione è soggiogata da una droga chiamata A (Amore) e il tasso di crescita demografica è costantemente monitorizzato da un super-computer centrale. Capita spesso di assistere alla distruzione di interi quartieri per lasciar spazio alle nuove persone… Mi ha ricordato gli scenari di 1984 di Orwell.
Ora non vi resta che rimediare il libro (non si trova più in commercio, date un occhio nelle biblioteche delle vostre città) e di leggerlo. A mio avviso si possono saltare il capitolo sul baseball, la recensione del film Nosferatu e l’articolo su Shakespeare. Tutto il resto è una fiamma che brucia.


Tristessa

Tra un classificatore bayesiano e un DAG [...] ho trovato il tempo per leggere Tristessa, di Jack Kerouac.

In una corsa per i bassifondi di Città del Messico, il protagonista (Jack) insegue l’amore (Tristessa)  a costo di piombare in scenari di inclassificabile squallore. Tra l’alcol e la morfina rimediati nella bettola di turno,  gli sguardi prevedibili delle prostitute, il pollame che razzola sulla sporcizia, le case disarredate e maleodoranti Kerouac si tuffa nel disagio sociale di un Messico che ben si allinea al vuoto interiore che lo ossessiona. Ancora una volta raccoglie il suo sudore  nel calamaio per farci partecipare alla sua pericolosa indagine tra gli ingranaggi dei sentimenti e dell’esistenza. Tristessa è insieme caos, precarietà, atmosfere umide e scene di smarrimento.

Riporto per voi una pagina che dire meravigliosa è riduttivo:

Due ragazzotti messicani si avvicinano attratti da Tristessa e rimangono in piedi lì vicino a bere e a parlare tutta la notte, hanno entrambi i baffi, uno è molto piccolo e ha la faccia tonda con le guance simili a pere… L’altro è più alto, con dei fogli di giornale infilati sotto la giacca per proteggersi dal freddo… Cruz si allunga in mezzo alla strada e si addormenta avvolta nel suo cappotto, la testa appoggiata al gradino del marciapiede… Un piedipiatti arresta qualcuno all’imbocco del vicolo, noi attorno alla candela e ai pentoloni fumanti guardiamo senza interesse… Improvvisamente Tristessa mi bacia sulle labbra, lievemente, il bacio più lieve, più toccante di questo mondo… Ne sono davvero sorpreso… Mi sono deciso di rimanere con lei e a dormire dove lei dorme, persino se dorme nel bidone dell’immondizia, in una cantina piena di topi… Ma continuo a tremare e non m’aiuta a niente stringermi addosso i vestiti…. per un anno ho dormito ogni notte nel mio sacco a pelo e non sono più abituato alla comune aria fredda della terra… A un certo momento cado netto giù dalla cassetta su cui ero seduto con Tristessa, finisco sul marciapiede, ci resto… In altri momenti intrattengo lunghe misteriose  conversazioni con i due ragazzotti… Che cavolo stanno cercando di dire e di fare?… Cruz dorme per la strada…
Ha i capelli sparsi neri nella pietra… la gente li calpesta… È la fine.
L’alba giunge grigia.

( p. 96, Tristessa, Jack Kerouac, Sugarco Edizioni)


Le Notti Bianche

Ieri ho finito Le Notti Bianche di Dostoevskij. La trama è sconsolata, ma mostra una enorme differenza  dai romanzi sentimentali di Foscolo e Goethe, rispettivamente le Lettere di Jacopo Ortis (di cui anni fa riportai un estratto) e I dolori del giovane Werther.

Ne Le Notti Bianche il protagonista viene accompagnato in una disperazione sì assoluta, ma non fisicamente smembrante come negli altri due casi. A lui spettano la rassegnazione, l’umiliazione,  le lacrime, ma null’altro. La beffa di arrivare quasi al traguardo, e in pochi istanti di scorgere la luce e assistere all’inesorabile crollo del sogno lo portano alla miserevole condizione di non-morto o non-vivo. La sua sofferenza pare quasi avulsa dalla realtà,  che necessariamente la vestirebbe dei suoi colori e del suo motivo d’essere. Reagisce con una desolazione sorda che non prende corpo in un’azione concreta.  Se il Werther si spara alla tempia e l’Ortis si pugnala al cuore, il russo si limita a piangere a dirotto e a tornare a casa. Accettando di vivere il dolore nell’isolamento, nell’immobilità, nella passività, mantenendo in vita la sua non-vita. Un elemento che dà alla trama un tono più realistico e vicino alle storie di vita comune, visto che tra tanti depressi che girano, sono pochi quelli che si suicidano.

Navigando ho scoperto l’esistenza di un film del 1957 ispirato al libro, dalla regia di Luchino Visconti e con la partecipazione di Mastroianni. Se riesco a trovarlo gli do un’occhiata…


Maggie Cassidy

Maggie Cassidy, Jack Kerouac, 1959 — A bordo delle sue pagine ho viaggiato nella sua giovinezza piena di vita. Vita quotidiana raccontata come solo lui sa fare, condensata in parole che sono graffi di inchiostro, inferti alla memoria dei tempi.  La tigre Jack mi ha portato a Lowell, MA, nella sua città natale coperta di neve perenne. Neve messa lì probabilmente da Dio in persona, per proteggerlo, per temperarlo, per dissipare un po’ di passione che prendeva a bruciargli in gola. Lowell città gelida, tenebrosa, dagli scenari di un eterno febbraio. Lowell tetra come preludio alla strada, al dubbio, alla sofferenza indomabile. Jack “Zagg” Duluoz è ai blocchi di partenza: al varco c’è una vita lucida e appiccicosa come una bottiglia di whisky.  È qui che comincia a prender confidenza, a sondare il confine che sarà la sua croce, quella vaga linea che separa amore e morte, pace e inquietudine, terra e stelle.
Con lui nelle insicurezze giovanili, negli amori straziati, nella cronaca delle gare di atletica e di vita. Un Duluoz atletico che alle 30 iarde sconfigge Lewis, il “Fulmine Negro”: Jack, il ragazzo bianco, un collo possente e gambe grosse come quelle di un pianoforte – Duri occhi d’acciaio in un viso sentimentale da Monna Lisa – la mandibola di ferro appena forgiato. Ma il duello con Lewis “Negro Volante” è soltanto il warmup della sfida che di lì a poco – finita la high school lascia Lowell per iscriversi alla Columbia University – lo impegnerà. Un Kerouac giovane, un fusto ancora sano, impacciato con le ragazze ma dalla vena romantica, stilnovista. Maggie la amerà tanto da volerla sposare e i suoi baci, le sue lentiggini, i suoi capricci sono abbastanza per buttarsi nel vuoto con la speranza che presto si separeranno, le particelle di neve universale della verità che ascendono al cielo ondeggianti e ardenti – il bimbo di Maggie nella realtà – il mio, mio figlio, nella neve marrone – il fiume di Maggie che rende il fango più fragrante in primavera. Non ci farà l’amore ma la assaporerà con gli occhi del poeta: il [suo] cuore fertile e arricchito che fluiva oscuro – irlandese come la torba, scuro come la notte di Kilkenny, magico come un elfo, le labbra rosse come il mattino rosso rubino del Mare d’Irlanda sulla costa orientale come l’avevo visto io, promettente come i tetti di paglia e le verdi distese erbose che mi facevano venire le lacrime agli occhi per il desiderio di essere anch’io irlandese e di perdermi e di affondare in lei per sempre – di essere il fratello, il marito, l’amante, lo stupratore, il padrone, l’amico, il padre, il figlio, il baciatore, l’entusiasta, il corteggiatore, l’adoratore, quello che l’afferra, che la sorprende furtivo, il compagno di letto, il frenatore di treni in una casa rossa di culle rosse e gioiosi bucati la domenica mattina nel lieto cortile squallido.
Un Kerouac erotico delle prime istanze che vive la lussuria in seconda persona, in funzione dell’altra: Non eravamo nemmeno entrati [in casa]. Dentro, vicino al termosifone sibilante, sul divano, facemmo in pratica tutto quello che c’era da fare ma non la sfiorai nei punti focali primari, prima parti tremanti, i seni, la stella umida delle cosce, nemmeno le gambe – li evitai per farle piacere – Il suo corpo era come fuoco, morbido e rotondo avvolto in un morbido vestito, giovane – sodo, pieno – un grosso errore – le sue labbra bruciavano sul mio viso. Non sapevamo dove eravamo, che cosa fare. E l’oscurità muoveva il Concord nella notte invernale.



Storia di Roma

La lettura di Storia di Roma di Indro Montanelli è stato un viaggio d’istruzione. È riuscito a condensare più di milleduecento anni di storia in un volume di 426 pagine. E l’ha fatto come solo lui è in grado di fare, districandosi nelle complessità storiche come se le avesse vissute, descrivendole con chiarezza espositiva e occhio attento, critico e sarcastico. Si parte dalla Fondazione di Roma – 753 a.C. – per arrivare alla fine dell’Impero Romano d’Occidente – 476 d.C. – toccando tutti i principali eventi che caratterizzarono la storia romana. Tra le varie Monarchie, Repubbliche e Imperi, si passano in rassegna le vite dei protagonisti della cosa pubblica. E poi scorrono cause ed effetti di editti, guerre, avventi. Si racconta di battaglie epocali, di eroi e farabutti. Ma la cosa costruttiva è che si contestualizzano gli episodi particolari nello status quo di Roma, abbozzando un quadro generale del sistema politico, economico, sociale e antropologico. Sfamando di curiosità il lettore, si oscilla facilmente dalle riforme agrarie alle usanze popolari. Dai circhi, dai viaggi culturali in Grecia alle guerre puniche. Dalle arringhe di Cicerone alla cultura di Adriano. Dai pettegolezzi ai complotti dei pretoriani. Dalle abitudini culinarie, alle efferate battaglie di Cesare in Gallia. C’è un po’ tutto di tutto. Ed è esposto in maniera originale, sintetica, e in chiave narrativa; tanto da soppiantare con la sua piacevole scorrevolezza il ricordo noioso dei banchi di scuola. Parla di persone e società, gente, esseri umani, con difetti e virtù, come noi, e non si limita ad elencare date e nomi fini a sé stessi. C’è chi lo ha criticato «per eccessiva approssimazione e faciloneria»: io credo che come infarinatura sia soddisfacente. Montanelli non aveva pretese di onniscienza, anzi: si evince che il suo è un libro divulgativo col solo scopo di avvicinare le grandi masse. La storia non deve essere un argomento per pochi eletti, ma un bacino di spunti riflessivi e perché no, fonte di svago.


CLAUSURA

Ho terminato di leggere “CLAUSURA” di Espedita Fisher, libro inchiesta Clausurasulla vita delle suore claustrali. Premessa l’originalità dell’argomento che già da sé è in grado di suscitare un’enorme curiosità, vorrei subito sottolineare l’efficacia del format con cui l’autrice ha raccolto il suo lavoro. Una serie di interviste taglienti, rapide, dense, intervallata da frammenti del suo diario di viaggio, ricchi di sana ironia e di sensazionali curvature autobiografiche. Espedita, anima coraggiosa, ci fa da lanterna in un pianeta avvolto dal mistero, ci permette di sbirciare nello spioncino della porta che divide il nostro mondo dall’arcana dimensione dei monasteri. Da una parte noi, vittime e carnefici in una società frenetica e priva di spiritualità; dall’altra queste anime pie, leggere, fluttuanti nel Regno del Silenzio e della Preghiera; fra i due fuochi ci si mette Espedita, che per noi ha tribolato non poco per ottenere accesso a tale scrigno, tenuto rigorosamente serrato. Nel ventaglio delle sorelle intervistate compaiono donne di tutte le età, nazionalità e percorsi. Ciascuna aderente al proprio ordine o congregazione, con rispettivi velo e Regola. Ad ognuna la sua cultura, le sue esperienze, le sue convinzioni, e il suo grado di timidezza. Ma tutte sorelle, e tutte dolcemente trainate dall’Amore per Dio, in uno stile di vita da loro definito « cristocentrico ». Il culto del Silenzio e il voto alla Castità formano il loro denominatore comune in questa Terra. Nelle interviste si mettono a nudo, « trasparenti come lo Spirito Santo », anche di fronte a domande personali, che apparentemente potrebbero stonare alle orecchie di una monaca. Espedita ci mette la faccia e noi l’incredulità, quando ascoltiamo Suor Doris, che alla domanda « non ti manca il matrimonio e la maternità? » risponde realizzata « Ho sposato l’Umanità e le sorelle, volevo una famiglia numerosa, e l’ho avuta. La mia maternità è sostanzialmente stupore ». Poi è magnifico scoprire come avviene una vocazione. Talune sorelle intervistate hanno descritto per noi il loro magico istante, la loro scintilla, ripetendo, con la luce negli occhi, le parole che hanno loro cambiato la vita, frutto di una quella misteriosa voce soave e magnetica che le ha conquistate. Tutte hanno parlato di difficoltà, del violento impatto iniziale con la Regola, dei momenti in cui la tenebra tenta lo spirito. Ciononostante tutte godono la luce di Dio e sembrano (a questo punto direi sono) certe della scelta fatta. Decisione che ripeterebbero, a loro dire, mille volte, sebbene gli alterchi con la famiglia, la privazione di un compagno in carne e ossa e della libertà materiale. Hanno optato per lo Spirito. Gli obiettivi? Semplice: salvare l’umanità con la preghiera. Alcune sono finite in monastero dopo aver visto un film, altre folgorate nel sogno, altre ancora dopo un lungo percorso di ricerca spirituale che le ha portate ad una scelta oculata. Maria Elisabetta, agostiniana, ci racconta di sé: « Durante il secondo anno di università chiesi a un Dio che non conoscevo cosa potessi fare per conoscerlo. Sentii dentro di me: «Fai quello che avrei fatto io al tuo posto in questo momento». Iniziai allora un cammino di ricerca ». Checché se ne dica, sono umane anche loro. E chi di noi non ha provato a dialogare con Dio, sia esso anche solo ipotetico…
Questione curiosamente frequente che ho potuto notare, è l’innatismo della fede in alcune suore. Quello di coloro che già da bambine percepivano il richiamo divino e sognavano una vita dietro i cancelli di un monastero. La domanda mi sorge spontanea: se fossero nate a Taškent, Uzbekistan, sarebbe stato lo stesso? Oppure è una questione di geografia, e quindi di sorte? Che non sia Dio, la sorte?
Altro quesito: aiuta l’umanità di più una preghiera recitata al buio di un’umida cella di un monastero isolato sull’Appenino umbro, o l’azione concreta di un missionario in Colombia volontario della croce rossa? Chi ama e agisce di più per il mondo, Suor Karen o Madre Teresa Di Calcutta? Rimando al futuro altre riflessioni, ma come vedete, il libro ne genera a dozzine.

Il libro vale. È scorrevole, intenso, audace. Riesce ad essere luminoso e al contempo inquietante. È istruttivo e ispirante. E poi l’autrice è un’interrailer di mente aperta e gentile.

Saluti ad Attilio.



-->