Che ne dite della sensazione di vuoto che si percepisce nell’aria dopo che Fernanda Pivano ci ha lasciati? Un caro amico mi ha segnalato il suo ultimo articolo pubblicato sul Corriere della Sera. Leggendolo è impossibile non commuoversi. Ci pensate quale immensa incalcolabile eredità ci ha trasmesso? Non finiremo mai di ricordarla.
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Chissà come lo avrebbe commentato Luciano Bianciardi, il nuovo costume delle coppiette italiane di trascorrere ogni finesettimana nei centri commerciali. Ho letto la sua biografia, Vita agra di un anarchico, e ne è valsa la pena. Ho conosciuto un personaggio speciale, vissuto nella Milano del boom economico. Una mente brillante, creativa e ribelle. I suoi sentori sulla società sono profetici. Capì al volo la rivoluzione (o involuzione) sociale e culturale che stava per esplodere e la rifiutò. Fu il momento dei primi frigoriferi, delle autostrade, dei mike bongiorno, delle pubblicità, dei soldi facili, dei tostapane elettrici. Una serie di oggetti e paradigmi che definiscono ciò che oggi ci troviamo a vivere. O subire. Un’eredità nociva che ci ha portato qui, nel regno del consumismo sfrenato, dove il re è il capitale e l’uomo una pedina sulla scacchiera del mercato. Nel regno in cui la gente preferisce le vetrine dei grandi ipermercati al Sole in un parco cittadino.
Periodicamente capita qualche disperato che arriva nel blog chiedendo a Google quanto tempo serve per smaltire una delusione d’amore. Beh, direi che è arrivato il momento di metterci una toppa, o meglio una garza.
Come tutte le sbornie da alcol, anche quella da amore perduto passa. Ora vi dondola tutto, vi sentite in una barca che affonda, affranti, pallidi. I colori hanno perso la loro luce e tutto appare grigio, sfuocato. Vi manca l’appetito e un senso di freddo interiore vi incatena.
Vediamo un po’ come ovviare a questo casino.
Bevete tanta acqua, dormite, pazientate. Se il vostro ex non era Pollice Verde leggetevi un libro di botanica. Altrimenti optate per le confessioni di un piromane. Somministratevi un po’ di De Andrè, che è un ottimo omeopatico. Fate qualche attività sportiva, andate a teatro e masturbatevi tanto. Vedrete che la mente si rilasserà e gli ormoni si placheranno. È la magia della carne nel tempo.
Non giratevi, proiettatevi nel futuro più remoto. In una remota spiaggia dell’Est. In una strada dimenticata da Dio. Ovunque, ma non lì. Ne vedrete delle belle nel vostro futuro, la vita riserva un’infinità di strade e sorprese.
So che non serve a nulla adesso, e so che ne avreste fatto volentieri a meno; ma quello che tutti vi dicono è un dato di fatto: ne uscirete più forti, più duri, superata la crisi avrete un sistema immunitario molto più reattivo. Identificherete subito le grane in arrivo e le risolverete con scioltezza – non per forza troncando con violenza, ma parlando, affrontando a testa alta i problemi. Amando il percorso comune e non il feticcio dell’altro. Perderete la noncuranza del bambino e vivrete le relazioni con maggiore lucidità, ma non chiamiamola disillusione. Pacatezza. Prudenza. Al massimo timore. Un elemento temporaneo che si supera con la pazienza.
Le cicatrici (segno dell’esperienza) sono come il miele per gli orsi: attraggono, fanno colpo. Farete saltare in aria dighe, ponti, torri radio e santuari, varcherete di nuovo le soglie del bene e del male. Non sarete soli.
Se vi sentite circondati da coppiette e voi gli unici soli, sappiate che siete suggestionati e consolatevi col fatto che prima o poi la patata bollente arriverà anche a loro. Chiamiamola componente gufo. Tanto è alta nei confronti di un x appartenente alla vostra cerchia sociale, tanto è flebile il legame che vi lega ad esso. Un buon metodo per misurare le vostre amicizie, distinguendo quelle vere da quelle false. Certo, tocca vedere pure quanto siete becchini voi di attitudine… Una cosa è certa, in un momento del genere è bene circondarsi degli amici veri. Saranno contenti di aiutarti e di ascoltarvi. Chiudersi in sé stessi può essere controproducente e rallentare la ripresa.
Ma basta cazzate, eh? Le chiacchere stanno zero, voi state male, e desiderate un po’ di assolutismo. Ascoltate ciò che segue. Siete carne impermanente che prima o poi si decomporrà e tornerà allo stato di polvere. E la vostra anima, cari Werther, chissà in che dimensione svolazzerà: magari finirà in un locus amoenus dove l’amore è irradiato da un astro e basta denudarsi e sdraiarsi per goderne gli effetti rivitalizzanti. Se anche ciò vi pare una favola irritante, e avete già issato la bandiera del nichilismo cosmico, sappiate che nel vuoto non si prova, e quindi non si soffre. Tutto transita e tutto svanisce.
Insomma, gente che sanguina, la mia vuole essere una pacca sulla spalla virtuale. E se vi serve una stima, una previsione, un limite superiore, un numero di unità di tempo da sopportare… giusto perché siete voi… ve lo dico: la risposta è 23.
“Guarda di nuovo quel punto. È qui. È casa tua. Siamo noi. Su quel punto tutti coloro che ami, coloro che conosci, coloro di cui hai sentito parlare, ciascun essere umano che fu, che visse la propria vita. L’insieme della nostra gioia e sofferenza, le migliaia di religioni, ideologie, dottrine economiche, ogni predatore e preda, eroe e vigliacco, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e contadino, ogni giovane coppia in amore, ogni madre e padre, figlio pieno di speranza, inventore ed esploratore, ogni maestro di morale, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni leader supremo, ogni santo e peccatore della storia visse là – su un granello di polvere sospeso in un raggio di sole.” (Carl Sagan, 1934-1996)

La Terra vista dalla navicella spaziale Voyager 1, una volta uscita dal sistema solare nel 1990. La Terra è all’incirca a 4 miliardi di miglia di distanza, in questa immagine.
grazie r.
Il fuoco tormenta il legno fino a renderlo cenere; caparbio, completa l’opera e si disperde, in un nulla di fumo. Il fuoco divora, distrugge, crea luce e calore, svanisce. Il fuoco nasce, danza di vita e di morte, e muore.
Fotografo il fuoco e mi chiedo a che servono fiumi di inchiostro in un diario, quando ci sono immagini che racchiudono in sé tutto ciò che c’è da dire; il fuoco che brucia, illumina, scalda, svanisce – troppo somiglia al ciclo che, con efferatezza inscalfibile, mi ingabbia. Una gabbia di fuoco, appunto. Immagine pittoresca, circense quasi, ma la vita si sa, si condensa in destini dai tratti ironici. Come canta Guccini la vita prosegue tra un foglio di giornale e un sorriso, qualche lacrima sparsa, va avanti purché ignorando quel rodere sordo che cambia “io faccio” e lo fa diventare “io ricordo” – e che quel rodere sordo non si avvicini al crepitìo del legno che scalda e soccombe? Mi commuovo osservando il viso attento della ragazza che si siede di fronte a me in autobus. Autobus deviato, perché, dice lei, c’è la polizia. Ha riposto il libro di microbiologia nello zaino e ora che ha finito la sua dose di distrazione, ha lo sguardo smarrito, teso, sgranato, tuttavia lungimirante. Non molla l’orizzonte metropolitano che scorre fuori il finestrino. Ora sono occhi che guardano. Un giorno, chissà.
