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Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

LINEA 92 — L’autista mi nota in piedi accanto all’abitacolo (ormai mi metto sempre lì perché andare in autobus è come andare a teatro e quanto è meglio uno spettacolo in prima fila?), prende iniziativa e dà il via a un dialogo che durerà l’intero viaggio, circa mezzora, da capolinea a capolinea. Lo ascolterò con fare giornalistico e una punta di cinismo. Lui non sa chi sono, non conosce i miei precedenti e non ha la minima idea sulle mie passioni del momento. Non sa inoltre delle mie due settimane con RAYMOND CARVER — (titoli: Principianti + Di cosa parliamo quando parliamo d’amore + Cattedrale + Vuoi star zitta, per favore?) — due settimane di ricerca del peggio che poi è normalità, disincanto spinto, botole aperte sullo squallore della vita delle persone per dare aria — Non sa che mentre  parla io registro con il preciso intento di venire qui e sparare in mondovisione la sua vita per descrivere il grigiore del nostro tempo.

LUIGI — 36 anni, occhi verdissimi ma sgranati, mai distratti. Barba fatta con precisione millimetrica, capelli lunghi un po’ radi. Accento che tradisce origini ciociare e non romane. Veste la divisa vecchia perché non gli interessa indossare quella nuova. Ha il porto d’armi e nel tempo libero va a tirare con la pistola al poligono. Per un attimo mi immagino la pistola sotto il sedile e dico: «merda». Mi chiede di che squadra sono, se della Roma o della Lazio, gli rispondo dell’Italia. Porta gli occhiali da sole tirati sulla fronte e un bracciale d’acciaio e dal resto delle chiacchere si evince un solo grande culto: la vulva.  Mi racconta quanto è facile scopare facendo gli autisti dell’Atac. Secondo lui a forza di guidare autobus ci si fa l’occhio, si capisce subito chi te la dà e chi no, si riconoscono da lontano. «Sai quante me ne so fatte de pischelle incontrate sull’autobus?», CLAMORE, «ho perso il conto». Ricollego tutte le donne che ho visto socializzare agli abitacoli. Ecco cosa fanno. Si corteggiano. Approfondisco un attimo e in poco tempo mi ritrovo a parlare di fica con l’autista dell’autobus. Ho l’accortezza di parlare piano per indurlo a parlare piano.

ESPERIENZA — Coglie l’occasione per elencarmi le sue conquiste. Una scarrellata di trofei.  Dieci anni di gloriosa carriera. Inizia con la ragazza assatanata che lo ha letteralmente obbligato a fare sesso («Oh, non se scollava più, praticamente ho dovuto finì de lavorà, eppoi è voluta venì con me, l’ho portata in macchina e me la so trombata e solo allora s’è staccata»); la tipa confusa che dopo l’accoppiamento è colta da crisi d’identità («ma tu adesso mi ritieni una puttana?») e la sua risposta lineare: «che c’è di male? tu piaci a me, io piaccio a te»; la fanciulla che non ci ha pensato due volte a entrare con lui nel bagno degli autisti; la signorina che dopo due messaggini erotici si è illusa d’aver trovato il principe azzurro e lo ha tartassato di telefonate per mesi; l’insaziabile grassona che sbuffava come una locomotiva; la secca col corpo spigoloso ma niente male; l’apatica che non parlava e non si è fatta pregare tanto che è arrivata in orario all’appuntamento ed è voluta passare subito al dunque; le numerose che gli chiedono di fidanzarsi e puntualmente vengono respinte con scuse per nulla elaborate – per compassione gli suggerisco la formula: «abbiamo interessi diversi»; e infine le rare interessate al solo sesso. A suo dire le stesse che frequentano il club di scambisti ARABA FENICE dove «je lasci na piotta» e stai sicuro che «ne vedi de tutti i colori».

DISINGANNO — Gigi non è felice della sua situazione. Anzi pare si sia stufato di tutto. Ipotizzo: «magari dopo tutto questo casino ti serve una relazione fissae lui dice che sì, forse sì. Ma non riesce più a legarsi. Dice di averne viste troppe. Di averne provate troppe. Che non ci si può fidare. Che sono tutte uguali. Una visione disillusa delle relazioni sentimentali. Come fidarsi delle donne se combinano certe cose? Argomenta: «Pe’ ditte no, l’altro giorno me so scopato na cinquantenne. C’aveva na pelle liscia che pareva de trent’anni… Me l’ha detto dopo che ce n’aveva cinquanta. M’ha chiesto: Secondo te quanti anni ho? Io le ho risposto trentacinque, anche un po’ per scherzacce. Ma quando m’ha detto cinquanta non ce credevo. Era tutta’n tiro. Vedessi. Non c’era verso de fermalla… allora l’ho presa e l’ho messa a pecora… e l’ho rovinata… Che robba! Rossella… Si chiamava Rossella e l’ho conosciuta sempre qua, sull’autobus. Se semo scambiati i numeri e la so’ annata a trovà. ‘E cinquantenni so le peggio». Un po’ turbato, io: «Ma dai, a cinquant’anni so’ madri di famiglia!». Già. Anche la signora Rossella era sposata, e madre di due figli. Ormai grandi.


Ma È Successo Qualcosa Alla Ragazza?

MIRIAM — Sul 38 ci salgo dopo una serata di cammino e sopra chi ci trovo? Un autista che cerca suggerimenti dai passeggeri su dove recarsi per la prossima fermata perché è la prima volta, un indiano con il volto cianotico che spruzza aglio dappertutto e osserva fuori e ogni tanto lancia occhiate dentro, un altro tipo (l’attuale copilota) con una mostruosa voglia sulla tempia che non dice nulla di interessante ma anzi elude le mie domande sul perché MIRIAM, che mi è di fianco, sia così agitata e tremante e frenetica con quel suo specchio a guardarsi i graffi sul volto. Miriam è una ragazza sui 17 grassa, grassissima, e indossa un tubino attillato nero. Ha il culo che sembra una mongolfiera e due tette grosse come due teste di palombaro. Sta sempre a sistemarsi la maglietta perché parti del suo corpo cercano disperatamente di evadere. Dal mucchio nero della sua persona risaltano due cose: la borsetta bianca piccolissima imbottita di cianfrusaglie e lo sguardo a metà tra il mesto e l’adirato.  È evidentemente agitata e io prima guardo l’indiano e poi domando al tipo con la voglia, Ma È Successo Qualcosa Alla Ragazza? – “Ehm no” – tentenna – “È solo che ha incontrato una persona prima… con problemi…”, e io insisto: “ah sì? cioè?”, “eh no niente, prima, un problema…”,  sorride e distoglie lo sguardo, come imbarazzato. Scenderà poco dopo insieme all’indiano, che ci lascerà per ricordo la sua aroma. Miriam si alza e va dall’autista a fargli da navigatore. Insieme farfugliano e io mi incuriosisco e mi metto ad origliare e capisco che stanno commentando l’accaduto. Fuori le luci della metropoli strisciano nel freddo, fendendo l’umidità fluttuante del Tevere e lanciando messaggi Morse ricchi di sentimento e nostalgia e amarezza fino a far cadere tutto —– Dall’abitacolo  mi arrivano parole confuse: “matta”, “ubriaca”, “matti”, “ubriaconi”, “io”. Miriam dirige con autorità l’autista verso la prossima fermata, e intanto maneggia il suo odioso telefonino con mascherina rosa e winnie pooh poverino costretto proprio lì, nel salotto delle ragazzine del 2000,  condannato ad ascoltare sempre le stesse cazzate e allora tic apre lo sportello e risponde all’amica STO ARIVÀ e continua a sguazzare nella sua obesa volgarità per un po’ di minuti finché non arriva il momento di scendere. Il caso vuole sia il momento di scendere anche per me.

DELIRIO — La tabella luminosa indica 17 minuti dal prossimo autobus utile. Waha, come non cogliere l’occasione e indagare. Ma insomma, che è successo? Ti hanno per caso colpita?
«Una cicciona UBRIACA negra di merda prima è salita sull’autobus a Termini che appena è  entrata è cascata per terra sull’autobus sta stronza è venuta da me a rompere le palle e praticamente stavo al telefono con n’amica mia e stavo a parlà e questa niente, mi ha incominciato a dimme che cazzo vòi! che cazzo vòi! senza che io facevo niente e io j’ho ridetto ma che cazzo vòi te! e ho continuato a parlare con l’amica mia e poi sta negra m’ha detto “non mi ci chiami puttana hai capito, puttana ci sei tu, puttana tu, figlia di puttana! tua madre è una puttana!” e poi mi ha preso la mano e io l’ho spinta via, ma che vòle questa, e j’ho detto puttana non mi ci chiami mi madre, vaffanculo troia, che cazzo vuoi,  puttana sarai tu che fai la puttana e c’hai i figli in giro e allora m’ha dato prima una manata che io ho bloccato e poi con l’altra mano una bottigliata in faccia perché c’aveva la bottiglietta d’acqua e allora io ho sbroccato e gli ho dato un pizzone, due pugni in faccia e un calcio in pancia e m’hanno dovuto fermà, poi dici sei razzista sta troia è cascata e l’ho presa pei capelli e l’ho tirata sul finestrino e ha sbattuto la testa e poi si è alzata e gli altri mi hanno tenuta e sta troia m’ha graffiato in faccia e guarda qua… mortacci sua… e questa insomma è scesa…», tutto questo con enorme frenesia e le fiamme negli occhi e il grasso scomparso nel nero della notte.

LUCE — Col resoconto in mano elargirò insegnamenti di vita: sono cose che capitano, nera o bianca non cambia, la prossima volta non darle spago, era ubriaca, fuori di testa, certo hai fatto bene a difenderti, però dai, era ubriaca e non ci stava con la testa – non dovevi darle spago, non invischiarti! E lei continua: «Sta puttana, ma che vòle, come si permette lei che è una stronza ubriaca di merda che viene a dì figlia di puttana a me… io je magno in testa, io je spacco la fronte.. e DOMANI VADO PURE A RICERCARLA, tanto lo so dò sta, sta sempre lì a Termini… fa la mignotta là.. sta zoccola.. 30 anni contro 17 io je spacco la faccia domani torno là, che ti credi, a me non m’hanno mai messo le mani in faccia e mò domani la vado a menà, mò perché oggi m’hanno fermata sull’autobus sennò la sfonnavo…». E io sacerdote improvvisato tento di convincerla a non tornare, a non nutrire rancore. Mi chiede se si stia gonfiando il graffio, io  faccio finta di guardare e nego: “tranquilla, non è niente!” – e continuo -  “Non ti conviene invischiarti, poi passi i guai, non ne vale la pena… Lasciala stare, era ubriaca e stava fuori di testa, non tornarci!”, e lei ancora a rigirare la frittata e a sottolineare che le ha offeso la madre e l’ha graffiata in faccia e a urlare vendetta. Mi sento impotente e anche un po’ distante. In fondo non me ne frega un cazzo. L’autobus arriva e noi saliamo. La luce diafana del bus le riporta il grasso addosso, e con esso la calma. È più difficile strillare la rabbia senza il supporto dell’oscurità.  Non più implacabile leonessa ma salame in lutto. Riprende il cellulare in mano e mi parla del suo motorino truccato e io le dico di essere prudente sulla strada. Le ripeto tra parentesi di non tornare a Termini l’indomani, e mi dà ragione. Le chiedo che scuola fa e mi risponde l’istituto professionale di Torre Nòva. Le chiedo cos’era andata a fare a Termini e mi sorprende dicendo che tornava da Acilia, dove abita il suo ragazzo.  Le chiedo il suo nome: MIRIAM, mi fa, e lancia uno sguardo sfuggente fuori dal finestrino. Io sono Jacopo, ma ora scendo, piacere.



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