Archivio della categoria 'Giornalismo Freelance'

Il sogno nostalgico di un giovane italiano del 2009

Farei volentieri a cambio: Berlusconi per De Gasperi, Franceschini per Berlinguer, Napolitano per Pertini; La Russa, Cicchitto, Bonaiuti, Capezzone, Bocchino – li cederei con piacere per un De Nicola; Rutelli, Fassino, Violante, D’Alema per un Bordiga; Tina Merlin nel ruolo della Finocchiaro; Ambrosoli invece di Maroni; Mattei al posto di Scajola; Einaudi alle finanze, sulla poltrona di Tremonti; alla presidenza del Senato vedrei meglio Libero Grassi, eroe dell’antimafia, di Renato Schifani; al dicastero della Giustizia avrei preferito Borsellino e Falcone, al ministro Alfano e al sottosegretario Casellati;  Mauro De Mauro alle telecomunicazioni e alle politiche giovanili rimpiazzerei la Meloni con Peppino Impastato.

Alle ingerenze di Ruini e di Bagnasco, avrei preferito quelle di Don Puglisi.

Vorrei che Il Giornale sia ancora diretto da Indro Montanelli e che l’Unità porti la firma di Antonio Gramsci; al posto di Facci, Giordano, Mazza, Pigi Battista, pagherei per leggere Leo Longanesi. Sostituirei la Santanchè e la Mussolini con la Fallaci; ascolterei con passione Rampini discutere dell’impero di Cindia con Tiziano Terzani, invece che con Porro; metterei Ugo Ojetti al posto di Vespa, in prima serata; Cesare Pavese sulla poltrona di Minzolini; Enzo Biagi su quella del tg2; Italo Calvino al tg3; Pippo Fava al tg4, al posto di Emilio Fede; Rossana Rossanda a Studio Aperto; Vittorio Foa al posto di Floris; Bianciardi a recensire libri, in sostituzione di Elkann;  Pier Paolo Pasolini alla direzione della Rai intera;  Giorgio Gaber al posto di Sgarbi; Fabrizio De Andrè al posto di Bondi, al Ministero della Cultura.

(Oh, che amarezza! Accostare i giganti del passato alle macchiette del presente! Che fare, dunque? Noi giovani di questa Italia alla deriva abbiamo il dovere di informarci (biblioteche, internet, ecc.) e far di tutto per onorare il nome dei grandi; sta a noi combattere il tracollo culturale; sta a noi rivivere la vita delle immense personalità che ci hanno preceduti, il loro percorso, conoscere le loro idee e riaffermare il loro temperamento e la loro l’eleganza. Perché saranno morti sì, ma di certo più vivi di tanti morti viventi.)


Dal letame nascono i fior

Incredibile, ma ho trovato qualcosa di positivo ne L’Altro, la nuova testata di Sansonetti nata per riflettere l’inesorabile fallimento della sinistra italiana. Ospita il blog di Tano D’Amico, fotografo degli anni di piombo e della dissidenza. È stata una dolce scoperta e vorrei condividerla qui perché non ha ottenuto la dovuta visibilità (il blog, non la testata).


Riflessioni su una lotta, 7

Non c’è nulla di più sbagliato del definire la protesta contro i tagli Tremonti-Gelmini come « contestazione apolitica ». Molte sono le persone, anche dentro il movimento, che si ostinano a dire: « No, qui la politica non c’entra niente. », qui si fa altro. Altro? Non è forse un preciso disegno politico quello contro cui stiamo urlando contro da giorni? Non è il manifestare per le strade le proprie idee con creatività e impegno il modo più sano e diretto per fare politica? Non è protestando, pretendendo cioè il confronto, che si irrora la democrazia? Si chiama politica dal basso: per una volta il teatro è la piazza e non la Camera, e i protagonisti i cittadini e non i colletti bianchi. Non a caso il De Mauro indica la politica come “l’attività di chi prende parte alla vita pubblica“.
Orbene, per interpretare la diatriba
ci sono due possibilità. O la gente confonde (delittuosamente) la politica coi partiti, umiliando sé stessa e mortificando il diritto e le responsabilità dell’individuo e delle collettività; un conto infatti è definirsi apartitici, un altro conto apolitici. Oppure continua a ciondolarsi sull’idea che la riforma per cui si protesta non sia nata da un preciso disegno politico, ma magari dall’idiozia di un singolo ministro o altro. Nel primo caso dimostra ignoranza, nel secondo ingenuità. Sta di fatto che l’espressione è condivisa da molti nel movimento, soprattutto tra chi scende in piazza per la prima volta. Assistiamo all’infelice ascesa di un aggettivo che fa da collante in un popolo da un lato intorpidito nell’indifferenza  e nell’individualismo e dall’altro inorridito da uno Stato astratto e assente e identificato in una classe politica immorale; un termine che colma il vuoto di pensiero e porta a dimenticare che c’è chi politicamente difende la legge 133 e chi politicamente la rifiuta. Chi vuole instupidire le masse per controllarle, e chi eticamente non lo ammette. Chi antepone l’interesse del privato a quello pubblico, e chi ancora crede nell’egualianza sociale. Chi vuole dilatare il divario economico tra ricchi e plebei, e chi invece si muove per diminuirlo.
Il triste dato è che oggi le persone sono disabituate a interessarsi di cosa pubblica, e quando si trovano costrette a drizzare la schiena e alzare la voce hanno paura e preferiscono rifugiarsi in un’alfa privativo davanti a quello strano alieno chiamato « politica ». E quindi la negano, come se il farla in prima persona non fosse qualcosa di nobile, ma di dequalificante.
Un atteggiamento deviante e nocivo. Perché inasprisce il distacco delle persone dalla vita democratica; perché rassoda negli schemi della collettività la relegazione della politica nelle camere stagne del Parlamento e del Senato; perché riduce ciò che è diritto-dovere (onore-onere) di tutti a privilegio-passatempo di pochi.


L’ho potuto guardare per pochi secondi

L’ho potuto guardare per pochi secondi. Quei secondi che, moltiplicati per n, sovente provocano lunghe code nelle strade. Tutti rallentano per lanciare un’occhiata all’accaduto, e più è grave e più è durevole e attenta la sbirciata. Mi sono interrogato sull’origine di tale curiosità, non l’attribuirei soltanto all’istinto o alla sete di verità, ma anche alla spettacolarizzazione morbosa delle disgrazie e alla teoria degli urti, con la quale mi riferisco alla tempra, perlomeno momentanea, della propria coscienza. Per farla concreta, c’è chi guarda per guardare, cioè per istintiva curiosità, chi per toccare con mano lati della realtà che usano manifestarsi solo attraverso gli schermi televisivi (per poi simbolicamente dire: « io c’ero »), e chi infine per ricalibrarsi le aspettative, i desideri, le lamentele. Urtando con la dura e cruda realtà, si capiscono i veri valori della vita.

Tornavo dalla piscina e l’ho potuto guardare per pochi secondi. L’ambulanza accostata a bordo carreggiata della Salaria con gli sportelli posteriori spalancati, e lui lì, per terra. Due metri avanti il motociclo, visibilmente rovinato. A seguire la macchina della polizia, con le luci lampeggianti. I poliziotti non li ho visti però, perché il mio sguardo è stato calamitato dalla scena del soccorso, dove i signori della croce rossa (Ares 118) stavano fissando il motociclista sulla barella. Malridotto, ma vivo. Comunque ferito, contuso, fratturato e traumatizzato. Leggermente più avanti, anche se parzialmente coperto dalla mia prospettiva, un altro uomo, seduto per terra. Probabile che fosse l’altro protagonista della collisione. Non so se fosse colpevole, ma era ugualmente affranto. Le mani gli fasciavano la testa, come per dire: « che diavolo è successo, che ho combinato », o forse il silenzio esprimerebbe meglio il suo stato d’animo.

Ora ospedale, rabbia, bestemmie, lacrime, rimorsi, tribunali, sospiri, notti insonni, lutti o sollievi, ancora tribunali, ospedali, ospedali, tribunali, attese brevi o lunghissime, preghiere, gioie e abbracci e pizze in famiglia o tenebre e fiori al camposanto, infine la fine e dopo ancora, l’oblio.

E io che mi rammarico per gli esami universitari.


Tasse e cioccolato

Non ci sono soldi per fare niente. Alzano le tasse. Tutti si lamentano.
Hanno racimolato il Tesoretto. Abbassano le tasse. Tutti gioiscono per quei quattro spicci.
Io invece guardo la situazione da un’altra angolazione e m’inquieto, notando l’ennesimo parallelismo tra il nostro mondo e quello descritto da George Orwell in 1984.
Dopo quello delle telecamere nascoste, delle intercettazioni telefoniche nonché telematiche e della censura dell’informazione… ecco questo costante altalenare di tasse e imposte (fra poco anche per l’aria che respiriamo), mi ricorda ciò che succedeva nell’Oceania orwelliana, ai quali il Grande Fratello un giorno diminuiva la razione di cioccolato giornaliera, e il dì seguente la ripristinava, godendo del consenso e della benevolenza del popolo incosciente e senza memoria.

A quanto pareva, vi erano state anche manifestazioni di ringraziamento al Grande Fratello per aver aumentato la razione settimanale di cioccolato, portandola a venti grammi. Ma se appena ieri, pensò Winston, avevano annunciato che la razione di cioccolato doveva essere abbassata a venti grammi! Possibile che potessero mandare giù una balla simile a distanza di sole ventiquattr’ore? Sì, era possibile. Parsons se l’era bevuta tranquillamente, con la stupidità di un animale. Quell’essere senza occhi seduto al tavolo di fronte se l’era bevuta con l’entusiasmo di un fanatico e avrebbe snidato, denunciato, vaporizzato come una furia chiunque avesse fatto notare che fino alla settimana precedente la razione di cioccolato era stata di trenta grammi. E pure Syme, magari in una maniera più complessa, implicante una qualche dose di bipensiero, pure Syme se l’era bevuta. Era quindi solo lui, Winston, a possedere una memoria?

ps. oltre a leggere il libro, consiglio di guardare il film diretto da Michael Radford: è fatto molto bene.


Gnaaam! E il bimbo fa silenzio.

Prozac ai bimbi di 8 anni. Ma con cautela. Cioè, se il bimbo depresso dopo 4-6 sedute di psicoterapia non dovesse guarire, allora giù col pillolone… peccato che anche i muri sanno che qualunque tipo di psicoterapia potrebbe richiedere non giorni, non mesi, ma persino anni per risolvere un problema quale la depressione. Peccato anche che sia stato provato che il Prozac possa indurre chi ne fa uso al suicidio. Peccato, sì. Peccato anche che l’EMEA – l’ente che si occupa della valutazione dei farmaci in Europa – non dipenda dalla Direzione Generale Sanità bensì dalla Direzione Generale Industria. Ma la Chiesa?


* per info e petizione: GiuLeManiDaiBambini.org
* il diverbio su pressante.com
* photo by: seretuaccidente



-->