MA SÌ, CHE SIA LIBERA! CHE SIA LIBERA!, così grida il buon Gino scivolando di notte in via Nomentana, sperando nell’onda verde perché domani il dovere lo chiama (ma chi ci crede) — CHE SIA LIBERA! riferendosi alla donna della mia vita, jeans rosso (e reggicalze pure?), pasionaria della risata angelo di desolazione beatnik danzante pirata dei cieli mestruali — per me lei davvero merita la gioia l’amore il caos la FELICITÀ, parole affidate al vento della metropoli e Gino salta, si eleva in volo e con uno schiaffo le affranca: CHE SIA LIBERA! il suo urlo è un richiamo tribale alla libertà assoluta! Gino beat bruciante, compagno d’arme, barbuto lungimirante scherzoso coraggioso irriducibile crepuscolare conciso, montanelliano nostalgico del Partito Liberale Italiano — che dire del brindisi più bello di sempre a cui el matador ci invita durante una cena euforia-in-periferia? Gino dinamite libertaria, Roma, autunno 2009! Armato di vino alza il bicchiere e tuona con potenza esagerata: – ALLA MORTE DEL PASSATO! oooooooooooooooooooooooooooooooooooooo… brividi tra i commensali ubriachi, brividi e risate e bestemmie a squarciagola che fanno tremare il cielo. Quanto futurismo nel suo gesto. E quanta giustizia.
Archivio della categoria 'Diario di Bordo'
Mi ritiro quattro giorni nei boschi. Ritorno previsto per lunedì 12.
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Giardini di Mirò - Favilla 2, (da: Il Fuoco)
Tranquilli, datemi un paio di giorni e vi aggiorno su di me, ho tante TANTE cose da dire!
Nell’attesa intrattenetevi col meraviglioso pezzo musicale che allego.
ah-aa.. ah-aa, due sventurati a scambiarci perché in quel di Porta Maggiore: teste fasciate di umidità e polmoni abbracciati dal profumo di pioggia. Tra le sirene della nettezza urbana e le rose offerte da un indiano educato si parla di vagabondi, di Pasolini, di lingue, di migranti, di futuro, di misteri, di vulve
Punti interrogativi dondolati su una culla di marmo bianco; domande nate libere di sopravvivere e innamorate del cielo, come farfalle
Siamo corpi e niente altro. Siamo anime e niente altro. Siamo la sommatoria di esperienze di vita. Siamo il sacro patto tra l’animale e Dio
Lei non la vede; la sua ciocca di capelli tirata sulla testa sembra l’ala di un angelo in riposo. Lei non lo sa; l’oro proletario della Beck’s le illumina i denti, forti del conflitto e delle lacrime. Ho un aspetto orrendo stasera, dice. Non si accorge che ha il viso fino come la coda di un pettirosso e il corpetto caldo come un bazar indiano
Sbadiglia come un pesce, lei, e come un pesce si confonde nel buio quando nuota nell’eterea nube della città
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Mogwai - Emergency Trap
Sarà un paio d’anni che la pubertà nei ragazzini romani non si manifesta con i peli, i brufoli o con le risate immotivate. Saranno state le micropolveri a modificare il patrimonio genetico della gente, non lo so, ma sta di fatto che i bambini sviluppano rompendo i coglioni sull’autobus. In che modo? Accendendo il cellulare e mandando in play (a volume massimo) una canzone di Fabri Fibra, ad esempio. Una volta su due sei costretto a fare il viaggio ammorbato dal frastuono di questi diavoli; è una moda che si è diffusa come la peste nera del 1347. La fascia d’età colpita va dagli 11 anni ai 15-16. Sono bambini molto sfortunati, si vede dalla faccia che la loro è un’esistenza bruciata. Appicciano quel coso per farsi notare e solitamente guardano male chiunque si giri verso di loro. Lo sguardo che assumono è demoniaco. Occhi socchiusi, da morfinomane. E rabbia. Entrambi i sessi sono vulnerabili alla malattia. Si notano bambine con tute acetate gialle con mezzo culo di fuori che simulano rap, tipo ventriloquo, convintissime che il loro muovere la bocca senza emettere suoni sia fico. Incarnano perfettamente la puttanella da quattro soldi che si vede nei videoclip rap americani e ne vanno fiere. Il maschio invece di solito si distingue perché riesce a negare con una bestemmia il posto all’anziano di turno. Troppo concentrato a recitare il fifty cent de’ noantri. Altro che respèct. Verrebbe voglia di prenderli per le orecchie e portarli a spalare la merda per strada. Ma se ti azzardi a dire qualcosa preparati pure a fare a coltellate… La colpa? Delle famiglie assenti, della scuola che non è più un’autorità, di Mediaset che da venticinque anni ipnotizza questo Paese. Il frutto dell’omologazione di pasoliniana memoria.
- On air: Fabri Fibra – Questa Vita (“celebro ogni pulsante acceso, celebro il degenero e sono un ceLebro leso“ cit.)
Ho comprato per due spicci un libro in una bancarella dell’usato, il mercante era un bonzo sulla sessantina, occhiali da vista dalla montatura rimediata e ciabatte ai piedi, stupito di vedere un ventenne che legge i libri dell’epoca sua; il libro è di Steinbeck e si intitola Inverno del nostro scontento, traduzione (guarda un po’) di Luciano Bianciardi. Martedì mi arriva Bella Bionda e altre storie, di Kerouac: finalmente l’ho trovato in biblioteca, dopo un sacco di mesi di ricerche. Poi c’è Zanna Bianca, di London, che tutti avranno letto, ma io ancora no. Dando un’occhiata veloce all’indice ho notato un capitolo che si intitola così: la parete del mondo.