Archivio della categoria 'Di cosa parliamo quando parliamo d'amore'

Amore sul 4N

3:30 di notte, Via Nomentana — Sono in macchina quando a un tratto mi supera un autobus della linea 4N. Mi passa accanto, sulla corsia preferenziale, all’altezza della ex Maggiolina. L’autobus è semi-vuoto. Quando ce l’ho davanti guardo nella vetrata posteriore, quella dei cinque posti in fondo. Sapete cosa vedo? Due giovani innamorati che si baciano – si baciano – si baciano. A occhi chiusi, senza tregua. Lui immerge le mani nei ricci di lei. Lei china la testa dalla felicità.  Si amano con la semplicità dei bambini e la disinvoltura dei delfini. Si amano senza vergogna e senza sosta – veloci e senza tempo come il bus che salta le fermate e prende la discesa a tutto gas, su una strada incredibilmente senza buche e nuova d’asfalto. Ma certo: qualcuno al Comune deve avere saputo. Di Renzo e Lucia in arrivo nel cuore di Roma Metropoli. E chissà che pure l’autista non sappia d’esser cocchiere e il notturno bus, cavallo alato.
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Port Royal – Balding Generation (Losing Hair As We Lose Hope)


La storia dell’artista del 92

Avrà sulla trentina d’anni e appare con una certa regolarità sul 92 — linea urbana. Sale a Viale Somalia e scende in Via Tagliamento. Sacca sulle spalle, berretto scolorito in testa e blocco di carta bianca in mano. Incurante dell’universo circostante, passa le corse a disegnare cose bellissime con una penna a sfera. Disegna in qualunque posizione e condizione. In piedi, seduto, da solo o tra la folla. Si immerge nel blocco e traccia linee decise, curando le sfumature e il chiaroscuro. I sobbalzi del bus non rovinano l’opera ma portano alle forme quell’incertezza che le riempie di vita. Un giorno ha disegnato un occhio di donna stilizzato, con una bic nera. E nonostante il nero fosse l’unico colore,  l’occhio irradiava una luce insolita, un’elettricità misteriosa, una tensione di sospetto e sensualità.

Le rare volte che posa la penna si dedica all’osservazione del mondo. Si guarda intorno con sguardo assorto, da autentico sognatore. Si concentra su particolari apparentemente irrilevanti che chissà cosa vanno a significare nella sua mente da artista. Una volta si è letto il regolamento per i passeggeri, tutte quelle storie sulle multe agli evasori e gli abbonamenti per disabili. Un’altra volta scrutava la cartina di Roma attaccata in alto sopra la portiera, e lo faceva con estremo interesse, strizzando gli occhi sulla mappa – ma qualcosa mi dice non cercasse nessun indirizzo.

Passa un anno che non lo incontro più. Oggi lo rivedo, e non è per niente invecchiato. Stessa sacca, stesso berretto. Ma le mani le impegna nelle mani di una donna. Una donna dai lunghi capelli biondi e il volto fiero da indiana d’America. Lei lo abbraccia attorno alla vita e lui le accarezza le mani con dolcezza, mentre l’autobus si lancia con audacia sulle buche di Roma. Insieme fanno un corpo unico, più leggero dei loro due presi singolarmente. Sembrano combinati come una molecola d’acqua. Lui ha lo sguardo di quando guardava la mappa di Roma. Ma con una luce diversa. La luce degli occhi di lei. Gli stessi, identici occhi che disegnava un anno fa.
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Clogs – 5/4


E dimmi, tu ce l’hai la ragazza?

È questa la sua sfortuna: è alto un metro e mezzo e il suo mento tira verso la fronte dando alla testa una forma schiacciata, simile a una pagnottella lievitata poco e male. Ha quarant’anni suonati e pochi capelli.  Sul naso occhiali squadratissimi con montatura argento. Sarà quattro o cinque anni che lo vedo salire sul 310, al capolinea di Piazza Vescovio. La classica persona che non può trovarsi una donna. Al massimo è la donna che trova lui, se gli dice bene. Ma se non ha un fisico da ginnasta, e nemmeno i tratti di un uomo, lui cerca di emanciparsi coi vestiti. In quanto a look, non ha nulla da invidiare a nessuno. A vestirsi, si veste troppo bene. Curatissimo. Sempre. Indumenti nuovi di zecca, puliti, stirati. Ossessivo. Roba che tre anni fa (e ho testimoni di questa cosa) l’ho visto seduto sull’autobus che si lustrava i mocassini con una pezza di renna. Era, come dire, febbrile?

E morboso era pure quella volta che l’ho visto parlare con una ragazza, sempre sul 310. È stata lei, ignara di tutto, a sedercisi vicino. Non sapeva cosa le sarebbe costato. E dire che poteva immaginarlo. Intuirlo non dico dalla forma della testa (che vabè) ma piuttosto dal cappello che portava, alquanto bizzarro per un uomo della sua età. Indossava uno di quei berretti rosa fluo col coniglio di playboy. Sarà stato diretto in discoteca. Ed era già entrato nell’animo, vista la disinvoltura con cui ha approcciato la ragazza. Zero inibizioni: Che fai nella vita? Bel tempo oggi. Studi? Insomma, discorsi di circostanza, e la fanciulla che si schiacciava al vetro per stargli il più lontano possibile. Lo strazio è durato venti minuti, poi la malcapitata è scesa per prendere la metro. Al saluto il nostro ardito le ha scoccato due baci sulla guancia. E s’è messo a ridere. E ridere di certo non lo aiutava a essere carino.

Oggi finalmente lo rivedo. E ci parlo.

« Di che squadra sei? », gli faccio.
« D’a maggica. », risponde.
« Ci avrei giurato, e ce l’hai la ragazza? »
« Io? No. »
« E allora per chi ti vesti così elegante? »
« Perché altrimenti come le trovo, le donne? Mica cascano dal cielo »
« E poi, ogni volta che mi capitano sono vestito sbagliato. »

« Ah sì? Che sfiga. »
« Eh sì, guarda che scarpe. Queste le ho pagate duecento spilli ma mica vanno bene », fa lui alzando i piedi e mostrando due scarponi scamosciati col carrarmato lucido.
« Timberland, con queste ci vai sull’Everest, figuriamoci se non ci acchiappi », mi viene da sorridere.
« Dici? Ma pure te sei d’a maggica?  »
« Eccerto! »
« Bravo bravo. »
« E dimmi, tu ce l’hai la ragazza? »

« Io? In realtà no. Io aspetto che mi caschi dal cielo. »
« … »
« A volte capita, sai? »
« Dai? Sicuro? »

« Sì. Ecco perché non giro mai con l’ombrello. »
« Altrimenti lei non può vedermi, dall’alto. »
« E non sa dove cadere. »

Giunti in via di Santa Costanza, dopo Piazza Istria, c’è la magia. Inizia a piovere. Lo vediamo sui finestrini dell’autobus, dove scivolano le gocce di pioggia, lasciando le cicatrici sul vetro.  Restiamo incantati ad osservare il cielo carico di acqua. Poi, a un tratto, si scatena la burrasca. I fumi della città si dissolvono, e con loro la voglia di parlare. L’atmosfera nell’autobus è sospesa. I passeggeri si chiudono negli impermeabili, come dietro un sipario, a proteggere l’attesa. Tutti lì, ad aspettare il proprio angelo liberatore. Cala un silenzio religioso. Non faccio in tempo a chiedergli come si chiama. In compenso vedo un lampo, in lontananza.
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Mogwai – Burn Girl Prom Queen


Storia di una naufraga incontrata sull’autobus

In autobus, col tempo, ho preso l’abitudine di lasciar libero il posto vicino al mio. Evito  di metterci lo zaino  e mi siedo sempre al lato del finestrino, lasciando vuoto il posto che dà sul corridoio. Le persone si fanno molti scrupoli prima di chiedere permesso e scomodarti per sedersi. Scalando verso il finestrino tolgo al prossimo l’onere di rompere il ghiaccio e chiedere per favore, posso sedermi? Rendo le cose più facili al mondo e mi godo il paesaggio urbano.
Il mio vizio è un altro: guardo sempre in faccia chi mi si siede vicino. E non lo guardo tanto per guardare. Lo guardo per farmi un’idea. Come oggi, quando, con passo goffo, una donna sui trentacinque anni si avvicina per sedersi, aggrappata ai tubi metallici. Sul volto, segnato dalla tensione, c’è scritta a caratteri cubitali tutta la sua infelicità. È grassa, molto grassa. Gli occhi neri svuotati. La bocca coperta di rossetto scarlatto, messo lì per abitudine. I capelli legati con un mollettone nero, e nero anche lo smalto sulle unghie.  Il naso  invisibile e i vestiti arrangiati. Sugli anulari nessun anello e al collo neanche una croce. Sulla sua sagoma tutta l’inerzia, la rassegnazione di chi ha visto corrodersi mezza vita dalla solitudine. Povera donna, me la immagino bambina, a scuola, che tutti la prendono in giro perché grassa e con l’apparecchio; e poi adolescente, emarginata perché incompatibile agli schemi di bellezza imposti dal volgo. Anni passati a piangere gli infiniti no (e che dire delle risatine di contorno?)  mentre tutte – tutte – le coetanee trovano uno straccio di ragazzo con cui civettare; arrivano i venti, poi i venticinque, l’età dei fiori che sbocciano, e lei relegata nel suo cono d’ombra, sempre più triste, sempre più sola, a scontrarsi col grigiore, a osserveare i detriti della quotidianità. Che ho fatto per meritarmi tutto ciò?, e le altre  non civettano più ma si fidanzano direttamente, e fondano storie che durano anni su parvenze di sogni normali. D’estate Croazia e a Natale un peluche in regalo. Arrivano i trent’anni (anno 2000) e con essi il primo telefonino: la società del consumo è così crudele che riserva un cellulare anche a chi è condannato a non sentirlo mai suonare; e se arriva un sms è la zia che fa gli auguri di Pasqua o il gestore che invita a rinnovare il credito. Alle amiche il cellulare squilla di continuo, si sposano e hanno pure la faccia di invitarla al matrimonio. Denti bianchi, pugni di riso, viaggi di nozze, un pupo, qualche litigio.  In prospettiva una vecchiaia insieme.
A lei no, tutto questo non spetta, non le è stato accordato; a lei solamente un corpo sbagliato in una società dove i corpi sbagliati, a prescindere dall’anima che contengono, vengono esclusi senza pietà.

La verità è quella di Houellebecq, e io gliela avrei pure recitata: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie. Chissà come l’avrebbe presa.



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