Guardavo uno dei tanti documentari sulla vita di Pasolini e mi sono imbattuto su questa precisa scena:
A primo impatto mi ha ricordato il quadro Wanderer above the Sea of Fog, delpittore romantico Caspar David Friedrich; sono andato su wikipedia a rivedere il dipinto e ho notato che il viandante si pone sul precipizio con un fare dominante, sprezzante, temerario. Un atteggiamento che esprime intransigenza, un’impostazione prospettica che lascia intravedere il desiderio di sopraffazione dell’uomo nei confronti del mondo. L’uomo è in alto, sulla vetta, e osserva con superbia il mare di nebbia.
Pasolini, nel fotogramma, non è da una vetta che intende conoscere e sfidare la realtà, ma preferisce farlo incamminandosi verso valle. Lui all’aria rarefatta delle cime preferisce l’odore dei bassifondi, delle periferie metropolitane. Pasolini scende, nella vita come nel fotogramma, ai livelli più bassi della società, ne difende i diritti e ne esalta le virtù. Ci si contamina. All’alto sostituisce il basso. Una scelta di vita, una missione. Per lui contiene molta più poesia l’umiltà di un povero analfabeta dell’ego rigonfio, corrotto e strafottente di un piccolo borghese.
Chissà se qualcun altro ha pensato al quadro di Friedrich guardando la fine di quell’intervista.
Ho deciso di leggere Scritti Corsari, la raccolta di tutti i suoi articoli comparsi sul Corriere della Sera negli anni Settanta. Il mio intende essere un modesto omaggio verso un poeta, scrittore, cineasta che ahimé quasi nessuno della mia generazione conosce.
Comizi d’Amore è un’inchiesta ad opera di Pier Paolo Pasolini, su tematiche scottanti quali sesso, sessualità, omosessualità, prostituzione, famiglia e divorzio nell’Italia degli anni 60. L’autore viaggia per l’Italia con cinepresa e microfono e domanda alla gente che incontra la propria opinione sui vari temi, sfidando coraggiosamente moralismo e ignoranza. Un esempio sublime di giornalismo ad ampio raggio, democratico, orizzontale, che volutamente interroga tutte le classi sociali (intellettuali, borghesi, proletari, studenti…), dal Nord al Sud e senza distinzione di età o genere. È incantevole ascoltare Oriana Fallaci o Giuseppe Ungaretti subito prima di un contadino calabrese o una studentessa bolognese. Il risultato è un’interpretazione fedele del tessuto sociale italiano del tempo. Il 68 è alle porte (il film è del 64) e le domande di Pasolini sembrano sondare il terreno per calcolarne il fermento culturale. Evidente il progressismo dei più giovani, soprattutto tra gli studenti del Nord.
Vien da sé il confronto col presente. Si osserva che molti dei tabù che vigevano oggi sono decaduti, altri si sono affievoliti e altri hanno resistito ad ogni sorta di intemperia culturale, continuando a condizionare il nostro modo di vedere il mondo. Lampante è il divario tra Nord e Sud, il quale, seppur in minor dose, tuttora sussiste. La concezione della donna nell’Islam che oggi tanto ci inorridisce mezzo secolo fa ce l’avevamo in casa. In alcune zone del Meridione le donne non potevano neanche parlare o andare a prendersi un caffè al bar da sole. E il delitto d’onore è stato abolito soltanto nel 1981.
Gli splendidi ritratti in seguito sono fotogrammi che ho estratto del documentario. Anche da questi capite perché Pasolini era un grande.
Ho visto il film con Valerio Mastandrea e Valeria Golino, e se avete modo di non spendere più di 4 euro per il biglietto, potrebbe pure valere la pena d’andarlo a vedere al cinema. Come mia sana abitudine, non vi svelerò nulla della trama. Vi parlo soltanto di un particolare che non mi è andato a genio. Quando il protagonista parla dei pensieri che si fanno in piscina. Secondo lui tutti, in piscina, mentre nuotano, pensano a scemenze. Ci si limita a contare le vasche, ad affrontare la fatica, a non pensare a niente. Nulla di più falso, almeno per me. Io, in vasca, rifletto. Spazio sui temi più vari: amore, morte, fede. Alle volte, tra una bracciata e l’altra, mi arrovello su qualche algoritmo – oggi cercavo di dimostrare il limite inferiore di un’euristica greedy, peraltro senza successo. Però dai, l’anno scorso riuscii a risolvere un problema, quello dei vettori evanescenti. Yuhu. Nella mia testa, in piscina, vige la più creativa delle anarchie. Come su internet, dove è frequente cercare qualcosa e di ritrovarsi irrimediabilmente su tuttaltro, in acqua, mi è facile saltellare da un argomento all’altro. Mi lascio risucchiare nel vortice di link mentali. E dall’entropia generata nascono cose strane. Tipo: indossando una cuffia rossa, attiro le persone nella mia corsia o le respingo? Il rosso fa per gli umani ciò che il giallo fa per i moscerini? E poi penso al Barone Rosso, e agli ottanta aerei che ha abbattuto in duelli aria-aria, e al fatto che per neutralizzarlo l’hanno dovuto colpire da terra, dalle trincee. Nei cieli era imbattibile.
Più di un anno fa Giovanna Bandini commentò le mie sensazioni di ritorno dal secondo interrail nei paesi dell’Est Europa rammentando “la scena di un film in cui il protagonista monta su un albero e urla a squarciagola…«GIOIA! TERRA! AMORE! LIBERTÀ!, ci somigli troppo». Il film è Camera con Vista, regia di James Ivory, 1986, e il protagonista è un certo George, ragazzo dalla personalità ribelle relegato negli schemi moralisti della società vittoriana. L’accostamento mi incuriosì e segnai il titolo su un foglietto. Passano i mesi e gli anni, e finalmente l’altra notte riesco a guardarlo. Quando ho riconosciuto la scena c’è mancato poco che mi commovessi. In un istante ho pensato a ciò che penso sempre: a quanto passa veloce il tempo, a quanto gli interrail abbiano rivoluzionato la mia vita e a tutte le cose, le domande, le questioni, i problemi, le avventure che ho potuto vivere e che di cui sono tuttora affamato. (la versione in inglese si vede un po’ meglio).
Alla radice c’è quella verità puttana e assassina che ti ha sedotto e intrappolato, come il frutto con Adamo ed Eva… La mia idea è che tu abbia condiviso. E allora grazie di cuore.
“LA FELICITÀ È REALE SOLO SE CONDIVISA.” Christopher Johnson McCandless, Viaggiatore. 12 Febbraio 1968 – 18 Agosto 1992