Cronache di una lotta, 1
lunedì, 27 ottobre 2008
12 ore di lavoro che manco un minatore in una cava di piombo del Mali.
12 ore di scorribande metropolitane, di incursioni mediatiche, di attivismo sovversivo;
12 ore di volantini attaccati in corsa sul culo degli autobus; di VENDESI UNIVERSITÀ PUBBLICA appesi sui carretti delle pulizie che pattugliano una stazione per lavarne pavimenti e coscienza, ma che resta, inesorabile, e come faranno a non notarlo… sporca sporchissima di apatia;
12 ore di “famme da palo”, di “aspè aspè mettilo ad altezza occhi”, di “non è tanto quanto scotch metti, tanto quanto è pulito sotto…”, di “o daje qua in mezzo agli altri affittasi, haha”, o ancora: “ci serve il rosso per attirare”;
12 ore di rumori sordi ovunque attorno, costellati di sorrisi e pugni chiusi dei passanti.
12 ore poi di assemblea, di discussioni, lucidi, grafici, statistiche, dati e testi ufficiali.
12 ore per cacciare fuori nuovo materiale da propaganda, di trovarsi fatto un logo perfetto e vedere chi, dopo tre giorni di sbattimenti, crolla ridendo: “io a trent’anni mica c’arrivo…“;
12 ore di gente che col computer fa tutto e in modo rapido ottimale, e gente che (questa è brutale) il computer lo mette tra il dire e il fare.
12 ore così, fredde e calde insieme, in piena sintonia con un autunno che stenta ad arrivare.
12 ore di persone che alcune, ammettiamolo, sottovalutavo, e che si son rivelate grandi, grosse, e arrabbiate, e persino sensate. Altre, invece, ahimè, che facevo bene a sottovalutare.
12 ore di terapia di gruppo;
12 ore di caos per vedere, scoprire, smontare e rimontare; e 12 ore per non vedere, nascondere: siamo neanche 50 a combattere su più di 1000 in totale.
12 ore di attivismo per contrastare un decreto, un declino, che a quanto pare sarà ratificato mercoledì.
12 ore per agguantare un futuro che dall’alto ci vogliono strappare; 12 ore per rifocillare un cuore che ama un Paese smarrito.
12 ore e un gran finale, morbido, vellutato, rosso come un eclissi lunare, come un’alba da sperare.



