Sette donne

Sette donne e un uomo. Una per giorno della settimana. Un’economia pianificata e autosufficiente. Copertura di feriali e festivi assicurata a costi irrisori — gli spicci di una telefonata, due soldi di alcolici, qualche balla, quattro mura, una doppia branda — un sistema ben collaudato, rodato, equilibrato:  sette donne che ruotano, e un uomo che risponde al citofono e ogni tanto cambia le lenzuola. Il cinismo non è  cinismo, è abitudine. E nell’indifferenza si nasconde un tacito accordo. Ci si incontra per un solo motivo. Dimenticarsi.

Più che un fine, un mezzo. Il sesso senz’amore aiuta a tirare avanti, a illudersi di non essere soli. E in ventiquattro ore di buio un attimo di luce è qualcosa. Nella prigionia l’ora d’aria è tutto ciò che si desidera. Così gli orgasmi diventano X sul calendario. Uno al giorno, per sette giorni. Per l’uomo, per le donne. La dose quotidiana di morte che traccia l’inizio e la fine, l’alba e il tramonto; il lampo di vuoto che segna lo scoccare dei tempi; un escamotage per sbloccare le lancette degli orologi, altrimenti ferme, eludendo dolore e vacuità.

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Belle quasi mai, le sue femmine. Di ciascuna conosce il minimo indispensabile.  Nome, numero di cellulare, giorno libero. Il resto è carne. I dettagli che raccoglie dal mucchio sembrano servirgli soltanto a dare un po’ di colore alle serate a casa del cugino —– oppure ai casuali momenti di socializzazione, come quello che mi ha coinvolto l’altra sera, mentre aspettavo il 38 a Piazza Istria, direzione Termini. La palina luminosa indica: “Dati non disponibili” quando s’avvicina un tipo un po’ scomposto, sui quaranta,  che decide di raccontarmi tutto ciò che ha appena raccontato al cugino; ovvero la sua agenda settimanale. —- La città è reduce da una tempesta monsonica:  il 2010 è un anno particolare,  un vulcano è esploso in Islanda e ha sparato in aria tonnellate di polvere nera, scombinando l’equilibrio climatico dell’intero continente. Non ci sono più le mezze stagioni. Ma il tizio non ne è sicuro e mi chiede la mia opinione:  “Piove sempre, vero?” “Sì, quest’anno è così. Pare di stare ai Tropici.”“Ma oggi è lunedì, vero? Fammi mandà un messaggio a Marija.”. Lo guardo, capisco tutto, (cioè che non sta proprio bene), annuisco e alzo il pollice in segno di approvazione; a questo punto inizia la rassegna stampa, con me unico giornalista. (Parla un italiano corretto e privo d’accento romano. Basette quadrate. Tono di voce gradasso, spavaldo, arrogante, come a voler dimostrare la sua superiorità. Atteggiamento perfettamente in linea ai contenuti misogini e odiosi del suo monologo. Nella vita pare faccia l’assicuratore. — Mi limito a riportare ciò che ricordo. D’altronde non potevo prendere appunti, se non mentalmente. I nomi sono volutamente cambiati. V.M.18)

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LUNEDÌ, Marija — centottanta centimetri di stanga moldava, alcolizzata, dislessica, trucco pesante.  Mestiere? Barista, al Gas Blue Cross di Piazza Ungheria. Giorno libero: lunedì, alle 22. Citofona e fa: “Suono io!” con voce ghiotta — sale le scale perché ha paura dell’ascensore, entra, e si dirige in bagno per farsi il bidè. Ma non un bidè normale, un bidè corretto. Col lubrificante. Perché soffre di secchezza. Quindi trasforma il bagno in una sala da parto del bioparco. Poi si trascina a letto con i suoi labbroni rossi e si dà da fare. Risolta l’aridità, rimane l’avidità. È una leonessa indomabile. Mezz’ora di circo non basta.  Ruggisce e balza per ore, fino allo spasmo. Per indurla all’ALT bisogna fingere di dormire, o di essere morti. Allora ti finisce mordendoti al collo. E viene.

MARTEDÌ, Ornella origini friulane, treccia nera, impiegata contabile per la Lottomatica, mai letto un libro in vita sua, e mai visto un film al cinema. Perché “Non le interessa.” — Una donna d’altri tempi, di quelle che fanno gli auguri  per l’onomastico e indossano sottane marroni. Fare sesso la diverte: parte ridendo, finisce ridendo. La risata nasce labile e sommessa, cresce gradualmente con l’aumentare dei colpi e infine scoppia in un diabolico e irrefrenabile assolo, in coincidenza dell’amplesso. Dramatic.

MERCOLEDÌ, Annalisaromana, vende vitamine porta a porta per una ditta giapponese, non si depila e ha un segreto: le piace farlo a testa in giù.  Arriva e senza tante inibizioni si spoglia, si sdraia e accenna un sorriso. Poi butta la testa fuori dal letto. Arcua la schiena e pianta le mani a terra come picchetti da campeggio. Non c’è verso di farle cambiare postura, altrimenti – spiega – non le sale l’eccitazione. Problemi di circolazione? O retaggi di natura teologica. Più probabilmente semplice e inafferabile follia. Finiti i giochi si accende una sigaretta, va in bagno e autoironicamente canta Mina: Mi tuffo a testa in giù / e l’acqua non c’è più, / trovo sempre il pavimento… Ioooo, l’irriducibile

GIOVEDÌ, Saracinquant’anni, l’esperienza dell’età e tutto sommato un buon telaio. Lavora come mercante di pesce a Val Melaina, corridoio III, bancone in fondo a destra. Unica pecca? Il fatto che sia libera soltanto il giovedì, giorno del mercato, e preferisca venire a casa direttamente dal lavoro. A livello olfattivo è come incontrare una cassa di merluzzo. Non basta una doccia per lavare via l’odore di porto. Non ne bastano due. Perché accoglierla? Perché è simpatica, perché non è depressa, e perché all’odore – come a tutto – ci si abitua.

VENERDÌ, Linaportinaia di servizio in un condominio del quartiere Tufello. Passa la giornate a farsi i cazzi degli altri e, a quanto pare, pure le sere. Almeno il venerdì sera. Si fa anticipare da un sms telegrafico, crittato — “h 23:00″ –  deve avere un marito che le spia il telefono o qualcosa di simile. Ed eccola, puntuale come solo una portinaia isterica può essere. Dall’irresistibile modo di gemere, trascinante, delicato, musicato — peccato per le ossa che le scricchiano come breccia sotto le ruote di un trattore. Vuole essere sbattuta con rabbia — al maschio ricambia con un concerto di maracas.

SABATO, Paulaclandestina sudamericana, occhi neri – profondi – sofferenti – macchiati di un’influenza asiatica. Fa da badante a un povero di ottant’anni rimasto vedovo e abbandonato dai figli. Punta a farsi sposare per acquisire la cittadinanza italiana e fottergli l’eredità. Perché tanto cinismo? Perché quando non gli pulisce la bava, gli pulisce il culo. A casa viene soprattutto per sfogarsi e rimediare una scodella di brodo cinese – ma con l’occasione si fa anche una scopata. Pare non riesca a stare senza un uomo da fottere. Pare non riesca a stare senza un uomo da curare.

DOMENICA, MimmaDi lei non si sa niente, tranne la cosa più importante: il fatto che subì una violenza,  da bambina, e che a trentasei anni suonati non l’abbia ancora superata. Accadde in una chiesa. Il parroco la toccò dentro il confessionale. Poi le ordinò dieci atti di dolore, per aver commesso peccato. Non passa domenica (santa domenica) che non lo ricordi con le lacrime agli occhi. Non se ne vergogna, piuttosto ci piange sopra. Il parroco è morto in circostanze sospette. Gira voce sia stato avvelenato. Nel sangue gli trovarono tracce di topicida. Ma questo non l’aiuta. È sola. Ha problemi a interfacciarsi con gli uomini. L’unico uomo che parve amarla davvero, un certo Mirco, l’ha lasciato lei,  perché a un tratto cominciò a intravedere nel suo volto i lineamenti del parroco. Sa di essere traviata.  Ogni volta va via piangendo, implorando il perdono.


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Ben Frost – The Carpathians