MIRIAM — Sul 38 ci salgo dopo una serata di cammino e sopra chi ci trovo? Un autista che cerca suggerimenti dai passeggeri su dove recarsi per la prossima fermata perché è la prima volta, un indiano con il volto cianotico che spruzza aglio dappertutto e osserva fuori e ogni tanto lancia occhiate dentro, un altro tipo (l’attuale copilota) con una mostruosa voglia sulla tempia che non dice nulla di interessante ma anzi elude le mie domande sul perché MIRIAM, che mi è di fianco, sia così agitata e tremante e frenetica con quel suo specchio a guardarsi i graffi sul volto. Miriam è una ragazza sui 17 grassa, grassissima, e indossa un tubino attillato nero. Ha il culo che sembra una mongolfiera e due tette grosse come due teste di palombaro. Sta sempre a sistemarsi la maglietta perché parti del suo corpo cercano disperatamente di evadere. Dal mucchio nero della sua persona risaltano due cose: la borsetta bianca piccolissima imbottita di cianfrusaglie e lo sguardo a metà tra il mesto e l’adirato. È evidentemente agitata e io prima guardo l’indiano e poi domando al tipo con la voglia, Ma È Successo Qualcosa Alla Ragazza? – “Ehm no” – tentenna – “È solo che ha incontrato una persona prima… con problemi…”, e io insisto: “ah sì? cioè?”, “eh no niente, prima, un problema…”, sorride e distoglie lo sguardo, come imbarazzato. Scenderà poco dopo insieme all’indiano, che ci lascerà per ricordo la sua aroma. Miriam si alza e va dall’autista a fargli da navigatore. Insieme farfugliano e io mi incuriosisco e mi metto ad origliare e capisco che stanno commentando l’accaduto. Fuori le luci della metropoli strisciano nel freddo, fendendo l’umidità fluttuante del Tevere e lanciando messaggi Morse ricchi di sentimento e nostalgia e amarezza fino a far cadere tutto —– Dall’abitacolo mi arrivano parole confuse: “matta”, “ubriaca”, “matti”, “ubriaconi”, “io”. Miriam dirige con autorità l’autista verso la prossima fermata, e intanto maneggia il suo odioso telefonino con mascherina rosa e winnie pooh poverino costretto proprio lì, nel salotto delle ragazzine del 2000, condannato ad ascoltare sempre le stesse cazzate e allora tic apre lo sportello e risponde all’amica STO ARIVÀ e continua a sguazzare nella sua obesa volgarità per un po’ di minuti finché non arriva il momento di scendere. Il caso vuole sia il momento di scendere anche per me.
DELIRIO — La tabella luminosa indica 17 minuti dal prossimo autobus utile. Waha, come non cogliere l’occasione e indagare. Ma insomma, che è successo? Ti hanno per caso colpita?
«Una cicciona UBRIACA negra di merda prima è salita sull’autobus a Termini che appena è entrata è cascata per terra sull’autobus sta stronza è venuta da me a rompere le palle e praticamente stavo al telefono con n’amica mia e stavo a parlà e questa niente, mi ha incominciato a dimme che cazzo vòi! che cazzo vòi! senza che io facevo niente e io j’ho ridetto ma che cazzo vòi te! e ho continuato a parlare con l’amica mia e poi sta negra m’ha detto “non mi ci chiami puttana hai capito, puttana ci sei tu, puttana tu, figlia di puttana! tua madre è una puttana!” e poi mi ha preso la mano e io l’ho spinta via, ma che vòle questa, e j’ho detto puttana non mi ci chiami mi madre, vaffanculo troia, che cazzo vuoi, puttana sarai tu che fai la puttana e c’hai i figli in giro e allora m’ha dato prima una manata che io ho bloccato e poi con l’altra mano una bottigliata in faccia perché c’aveva la bottiglietta d’acqua e allora io ho sbroccato e gli ho dato un pizzone, due pugni in faccia e un calcio in pancia e m’hanno dovuto fermà, poi dici sei razzista sta troia è cascata e l’ho presa pei capelli e l’ho tirata sul finestrino e ha sbattuto la testa e poi si è alzata e gli altri mi hanno tenuta e sta troia m’ha graffiato in faccia e guarda qua… mortacci sua… e questa insomma è scesa…», tutto questo con enorme frenesia e le fiamme negli occhi e il grasso scomparso nel nero della notte.
LUCE — Col resoconto in mano elargirò insegnamenti di vita: sono cose che capitano, nera o bianca non cambia, la prossima volta non darle spago, era ubriaca, fuori di testa, certo hai fatto bene a difenderti, però dai, era ubriaca e non ci stava con la testa – non dovevi darle spago, non invischiarti! E lei continua: «Sta puttana, ma che vòle, come si permette lei che è una stronza ubriaca di merda che viene a dì figlia di puttana a me… io je magno in testa, io je spacco la fronte.. e DOMANI VADO PURE A RICERCARLA, tanto lo so dò sta, sta sempre lì a Termini… fa la mignotta là.. sta zoccola.. 30 anni contro 17 io je spacco la faccia domani torno là, che ti credi, a me non m’hanno mai messo le mani in faccia e mò domani la vado a menà, mò perché oggi m’hanno fermata sull’autobus sennò la sfonnavo…». E io sacerdote improvvisato tento di convincerla a non tornare, a non nutrire rancore. Mi chiede se si stia gonfiando il graffio, io faccio finta di guardare e nego: “tranquilla, non è niente!” – e continuo - “Non ti conviene invischiarti, poi passi i guai, non ne vale la pena… Lasciala stare, era ubriaca e stava fuori di testa, non tornarci!”, e lei ancora a rigirare la frittata e a sottolineare che le ha offeso la madre e l’ha graffiata in faccia e a urlare vendetta. Mi sento impotente e anche un po’ distante. In fondo non me ne frega un cazzo. L’autobus arriva e noi saliamo. La luce diafana del bus le riporta il grasso addosso, e con esso la calma. È più difficile strillare la rabbia senza il supporto dell’oscurità. Non più implacabile leonessa ma salame in lutto. Riprende il cellulare in mano e mi parla del suo motorino truccato e io le dico di essere prudente sulla strada. Le ripeto tra parentesi di non tornare a Termini l’indomani, e mi dà ragione. Le chiedo che scuola fa e mi risponde l’istituto professionale di Torre Nòva. Le chiedo cos’era andata a fare a Termini e mi sorprende dicendo che tornava da Acilia, dove abita il suo ragazzo. Le chiedo il suo nome: MIRIAM, mi fa, e lancia uno sguardo sfuggente fuori dal finestrino. Io sono Jacopo, ma ora scendo, piacere.
CHE STORIA…pensare che abbiamo quasi rischiato di assistere in diretta…
ahahahahah
io mi copio certi tuoi pezzi e me li salvo in una casella di posta, insieme ad altri trovati per la strada dei giorni, e me li riguardo ogni tanto. (così, per fartelo sapere, che penso aumenti ogni volta un po’ la tua autostima :) )
(a me, comunque, la storia di quella ragazza fa un po’ tristezza, fa un po’ periferia del provincialismo al centro di Roma, e fa tristezza no? però viva la varietà umana, certo che sì :) e viva gli ascoltatori che ascoltano storie)
..ogni volta che leggo un tuo racconto ho voglia di prendere i mezzi pubblici..