Archivio mensile per novembre 2009

Ma È Successo Qualcosa Alla Ragazza?

MIRIAM — Sul 38 ci salgo dopo una serata di cammino e sopra chi ci trovo? Un autista che cerca suggerimenti dai passeggeri su dove recarsi per la prossima fermata perché è la prima volta, un indiano con il volto cianotico che spruzza aglio dappertutto e osserva fuori e ogni tanto lancia occhiate dentro, un altro tipo (l’attuale copilota) con una mostruosa voglia sulla tempia che non dice nulla di interessante ma anzi elude le mie domande sul perché MIRIAM, che mi è di fianco, sia così agitata e tremante e frenetica con quel suo specchio a guardarsi i graffi sul volto. Miriam è una ragazza sui 17 grassa, grassissima, e indossa un tubino attillato nero. Ha il culo che sembra una mongolfiera e due tette grosse come due teste di palombaro. Sta sempre a sistemarsi la maglietta perché parti del suo corpo cercano disperatamente di evadere. Dal mucchio nero della sua persona risaltano due cose: la borsetta bianca piccolissima imbottita di cianfrusaglie e lo sguardo a metà tra il mesto e l’adirato.  È evidentemente agitata e io prima guardo l’indiano e poi domando al tipo con la voglia, Ma È Successo Qualcosa Alla Ragazza? – “Ehm no” – tentenna – “È solo che ha incontrato una persona prima… con problemi…”, e io insisto: “ah sì? cioè?”, “eh no niente, prima, un problema…”,  sorride e distoglie lo sguardo, come imbarazzato. Scenderà poco dopo insieme all’indiano, che ci lascerà per ricordo la sua aroma. Miriam si alza e va dall’autista a fargli da navigatore. Insieme farfugliano e io mi incuriosisco e mi metto ad origliare e capisco che stanno commentando l’accaduto. Fuori le luci della metropoli strisciano nel freddo, fendendo l’umidità fluttuante del Tevere e lanciando messaggi Morse ricchi di sentimento e nostalgia e amarezza fino a far cadere tutto —– Dall’abitacolo  mi arrivano parole confuse: “matta”, “ubriaca”, “matti”, “ubriaconi”, “io”. Miriam dirige con autorità l’autista verso la prossima fermata, e intanto maneggia il suo odioso telefonino con mascherina rosa e winnie pooh poverino costretto proprio lì, nel salotto delle ragazzine del 2000,  condannato ad ascoltare sempre le stesse cazzate e allora tic apre lo sportello e risponde all’amica STO ARIVÀ e continua a sguazzare nella sua obesa volgarità per un po’ di minuti finché non arriva il momento di scendere. Il caso vuole sia il momento di scendere anche per me.

DELIRIO — La tabella luminosa indica 17 minuti dal prossimo autobus utile. Waha, come non cogliere l’occasione e indagare. Ma insomma, che è successo? Ti hanno per caso colpita?
«Una cicciona UBRIACA negra di merda prima è salita sull’autobus a Termini che appena è  entrata è cascata per terra sull’autobus sta stronza è venuta da me a rompere le palle e praticamente stavo al telefono con n’amica mia e stavo a parlà e questa niente, mi ha incominciato a dimme che cazzo vòi! che cazzo vòi! senza che io facevo niente e io j’ho ridetto ma che cazzo vòi te! e ho continuato a parlare con l’amica mia e poi sta negra m’ha detto “non mi ci chiami puttana hai capito, puttana ci sei tu, puttana tu, figlia di puttana! tua madre è una puttana!” e poi mi ha preso la mano e io l’ho spinta via, ma che vòle questa, e j’ho detto puttana non mi ci chiami mi madre, vaffanculo troia, che cazzo vuoi,  puttana sarai tu che fai la puttana e c’hai i figli in giro e allora m’ha dato prima una manata che io ho bloccato e poi con l’altra mano una bottigliata in faccia perché c’aveva la bottiglietta d’acqua e allora io ho sbroccato e gli ho dato un pizzone, due pugni in faccia e un calcio in pancia e m’hanno dovuto fermà, poi dici sei razzista sta troia è cascata e l’ho presa pei capelli e l’ho tirata sul finestrino e ha sbattuto la testa e poi si è alzata e gli altri mi hanno tenuta e sta troia m’ha graffiato in faccia e guarda qua… mortacci sua… e questa insomma è scesa…», tutto questo con enorme frenesia e le fiamme negli occhi e il grasso scomparso nel nero della notte.

LUCE — Col resoconto in mano elargirò insegnamenti di vita: sono cose che capitano, nera o bianca non cambia, la prossima volta non darle spago, era ubriaca, fuori di testa, certo hai fatto bene a difenderti, però dai, era ubriaca e non ci stava con la testa – non dovevi darle spago, non invischiarti! E lei continua: «Sta puttana, ma che vòle, come si permette lei che è una stronza ubriaca di merda che viene a dì figlia di puttana a me… io je magno in testa, io je spacco la fronte.. e DOMANI VADO PURE A RICERCARLA, tanto lo so dò sta, sta sempre lì a Termini… fa la mignotta là.. sta zoccola.. 30 anni contro 17 io je spacco la faccia domani torno là, che ti credi, a me non m’hanno mai messo le mani in faccia e mò domani la vado a menà, mò perché oggi m’hanno fermata sull’autobus sennò la sfonnavo…». E io sacerdote improvvisato tento di convincerla a non tornare, a non nutrire rancore. Mi chiede se si stia gonfiando il graffio, io  faccio finta di guardare e nego: “tranquilla, non è niente!” – e continuo -  “Non ti conviene invischiarti, poi passi i guai, non ne vale la pena… Lasciala stare, era ubriaca e stava fuori di testa, non tornarci!”, e lei ancora a rigirare la frittata e a sottolineare che le ha offeso la madre e l’ha graffiata in faccia e a urlare vendetta. Mi sento impotente e anche un po’ distante. In fondo non me ne frega un cazzo. L’autobus arriva e noi saliamo. La luce diafana del bus le riporta il grasso addosso, e con esso la calma. È più difficile strillare la rabbia senza il supporto dell’oscurità.  Non più implacabile leonessa ma salame in lutto. Riprende il cellulare in mano e mi parla del suo motorino truccato e io le dico di essere prudente sulla strada. Le ripeto tra parentesi di non tornare a Termini l’indomani, e mi dà ragione. Le chiedo che scuola fa e mi risponde l’istituto professionale di Torre Nòva. Le chiedo cos’era andata a fare a Termini e mi sorprende dicendo che tornava da Acilia, dove abita il suo ragazzo.  Le chiedo il suo nome: MIRIAM, mi fa, e lancia uno sguardo sfuggente fuori dal finestrino. Io sono Jacopo, ma ora scendo, piacere.


Hai bisogno di tempo per costruire, nel frattempo ti copro io

NEW MEXICO — «C’era un cielo che wah, conteneva TRE CIELI. Presente il classico paesaggio americano, (vastissimi territori percorsi soltanto da un rettilineo e sui cigli della strada qualche desolante casupola prefabbricata, di quelle che si possono spostare sui tir, case mobili), presente? Guidavamo da tre giorni e non ce la facevamo più. Abbiamo affittato una macchina per una settimana, non te l’avevo detto? No, i pulman sì, ma una settimana ce la siamo fatta in macchina, abbiamo percorso 4+4 stati in 7 giorni! Fatica, ma ne è valsa la pena, accidenti. Col temporale che ci inseguiva… noi ci spostavamo e dietro questo enorme temporale che ci rincorreva… e quando dici temporale in America ti devi immaginare UN GRANDE TEMPORALE, perché in America tutto è grande. Dalle bottiglie di Coca Cola da cinque litri ai temporali. E poi per dire,  tutti ci chiedevano “ce l’avete una pistola vero?” e noi a pisciarci addosso dalla paura… “no che non ce l’abbiamo!”, capisci! ci hanno fatto sentire stupide che non avevamo un’arma! ALIENI noi. Veniamo in pace. E io che ho pure dimenticato le lenti a contatto a casa, tanto mi son detta le venderanno no? Macché! Le armi sì, e dappertutto. Le lenti a contatto, irreperibili. “Serve la ricetta di un medico”, ma diavolo! Vendono i fucili al supermercato, e per due lenti a contatto tocca fare un casino. E lo sai che neanche l’insalata si trova? Ormai vanno avanti a integratori di vitamine, dentro i centri commerciali vedi queste enormi pareti tutte colorate con gli scaffali pieni di integratori. Però, l’America. Che spettacolo. Ho dovuto chiedere alla Raffi di guidare mentre c’erano i TRE CIELI. Non riuscivo ad andare senza girarmi a guardare. “Ma RAFFI? Li vedi??” TRE CIELI INSIEME.  TRE CIELI IN UNO. Impossibile. Che, che, che boh?? Surprise. Da un lato il cielo nero come l’inchiostro, quei nuvoloni paurosi mostruosi nerissimi che minacciano la fine del mondo. Sposti un po’ la testa e il cielo diventa rosso, così, di colpo. C’era solo una nuvoletta, (un pezzettino di nuvola), che si era staccata dal suo cielo e inserita nel cielo vicino, rosso fuoco. Un’avanguardia nera nel cielo rosso, in ricognizione. Il resto un mare di rosso-arancio tipo tramonto, una luce crepuscolare da scioglierti il cuore. E poi girando ancora lo sguardo… il cielo rosso sfumava sempre più verso il rosa chiaro, infine l’azzurro: sereno.» — Tre cieli in uno, due anime disperse, due spiriti liberi, la strada, il beat, «il fulmine più bello della vita» — Silvia & Raffi, USA, 2009.


A che serve piangere e a che serve parlare

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Port Royal – Anna Ustinova

NOVEMBRE — Camminare all’una di notte per le strade della periferia di Roma. La nebbia vela i lampioni e filtra la luce. Tutt’intorno un’aria di pace, di pace spettrale, di iniquità, di zolfo che brucia in silenzio, di cenere. Sarà il vento a spazzare, prima dell’alba. L’umidità ti mangia le ossa e ti leva ogni voglia di piangere. Ci sono già abbastanza lacrime nell’atmosfera, ne servono altre? I passanti svelano la loro meravigliosa inconsistenza, avvolti nell’impermeabile come fantasmi d’antracite. Non hanno nulla da dire, i loro sguardi lampeggiano furtivi in coro coi semafori spenti. L’aria è carica di fumi e di poesia. Il sangue del tempo scorre nelle arterie della metropoli. Sangue che gronda dai lampioni, si ricompone in una pozza sul marciapiede e lentamente defluisce nei tombini e negli scarichi della città. Un giorno tornerà ad esser nebbia. Così come le nostre mascelle torneranno ad esser ghiaccio.


La mia concezione di vita nella metropoli di Roma si riassume in episodi di vita vissuta, scene di vita quotidiana srotolate sull’asfalto…

ROMA — È tornando a casa in autobus, ore 20, che decido che è giunto il momento di iscriversi a boxe. Datemi uno, due anni, e poi mi leggerete sui giornali. Pugilato per scopi sociali. Urlare “Ehi!” e prendere per le orecchie quei ragazzotti sui 18-20 che negano il posto agli anziani sull’autobus, – io chiaramente vestito casual, apparentemente innocuo – aspettare una loro reazione promiscua, lasciar degenerare la situazione e finalmente assestare un paio di ganci al mento al tipo con la faccia più viscida e i capelli più odiosi. Lo starnazzare terrorizzato delle loro ragazze, gli occhi sgranati degli amici, grida, tante grida, panico e adrenalina. Lo sguardo compiaciuto di chi mi vede correre via.

ROMA — Alla fermata mi fermo a parlare con Maria Rosaria, 75 anni, dentiera vissuta, barba incolta, occhi di acqua. Sull’altro lato della strada un cagnolino cammina tra le macchine parcheggiate, Maria Rosaria: – Ma Che Carino Quel Cagnetto!, come darle torto poi quando mi racconta dei cagnetti del suo passato, dei gatti di suo padre – così affettuuoosi – e che Mio Padre Dava Prima Da Mangiare Prima A Loro Poi A Noi, sìsì, era così — e invece mio marito era diverso, lui borbottava sempre quando la gatta — affettuuoosa — veniva a dormirci ai piedi e io c’avevo messo un panno in fondo al letto e la gatta aveva capito che doveva aspettare che mio marito si addormentasse prima di venire e piano piano piano e poi runf runf runf. (Perché sono meglio le bestie degli uomini.) Passa il 90, non me ne frega un cazzo, è troppo bella Maria, non lo prendo, parlo ancora un po’,  “TANTA SALUTE. COME TI CHIAMI? JACOPO, TANTA SALUTE.” – Fa un espressione mista di incredulità & nostalgia, e poi se ne va sorridendo. Mi amareggia sapere che se ci reincontreremo, quasi certamente sarà in un altro mondo.

ROMA — È mercoledì notte fonda, ore 2, Piazza Sempione, fermata del 4N – (fu 60) –  io Gino e chi? UN PAZZO DI CAMIONISTA SEDUTO SOTTO LA PENSILINA.  Tipica pancia gonfia che sconfina da una giacca rattoppata, un occhio più grande dell’altro e lo sguardo svitato che  ricorda i pirati dei caraibi – i suoi colori? Blu, marrone, grigio polvere – e il giallo dei lampioni. — Ma allora …………… come come come come – COME – come non resistere all’idea di scambiarci quattro chiacchere, che quando vede il Gino morirsi di freddo e soffiare dentro il suo maglione di lanaccia gli dice “FREEDDO EHHHHHH?” e se la ride, io: “sì, è più freddo di ieri” – e ancora qualche scambio di circostanza sul tempo e  ci prende in amicizia: – me so fatto 700 km, sto tornando a casa, abito dalle parti de là, faccio il camionista e me piaaaaace fa il camionista, me piaaaace, e se non te piace non lo fai… come pe tutti i lavori…. se non te piace non te mòvi…. hai capito, arrivi ad Arezzo che stai un po’ così, ma poi dici STICAZZI arrivo a Milano… a me a me, a me sai cosa? a me me piaaace, me basta sentì.. che dì? UN TRATTORE, metto in moto e sento Poh, POHPOPO, e me piace e so contento.  Mò scusate eh.. NA DOMANDA.. DOMANDA: ma chi cazzo ha fatto ste pensiline… che cazzo je costava mette du tavole ai lati pe riparatte dal freddo, UN PANNELLO QUA, UN PANNELLO LÀ e eeee e che cazzo! mah, l’avrà progettato che so…. (mò non vojo..) ….. un TALEBBANO de Viterbo…. boooooooh? — Mò ho chiamato n’amico mio che me sta venì a pià, j’ho telefonato.. dovrebbe sta a venì, non passano mai sti cazzo de autobus… mò casomai tornamo tutti insieme.. ve damo un passaggio.. ———— Eccolo che arriva, in una scarcassata Fiat Uno Blu Savoia, accosta, apre il finestrino e fa QUANTO PRENNI???? – il nostro amico ride come un folle, ride e urla: 15 per culo e 10 pe aa bocca, cazzo me frega!.. (Gino e Io neanche ci guardiamo) … il ciccio camionista in piedi è uno spettacolo, goooonfio… mentre l’uomo dentro la macchina è un tipo poco raccomandabile, che fuma e guida e quando sente che ci deve portare a casa si scuote sbuffa fumo e fa: “no no no no, namo namo namo, no”, e il camionista è desolato e io gli dico “no tranquillo, tanto dobbiamo andare in fondo, fino al capolinea….” e lui : “PORCO ZIO pure io”.. ma vabè, gli diamo la mano, lui  ci dà il cinque come un vero giovanotto, che grande ….. sale in macchina, il tizio mette in moto, gira, fa un pezzo contromano, e se ne va. Una maniglia di ombrello spunta dal vetro del portabagagli.



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