Archivio mensile per giugno 2009

Roma—Belfast

Viaggiare in treno come piace a me è bello perché non si dorme mai; così facendo si entra in contatto onirico con le realtà esplorate. Detto in altri termini, il viaggio si trasforma in un unico sogno prolungato.

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Balmorhea - Elegy


Il sogno nostalgico di un giovane italiano del 2009

Farei volentieri a cambio: Berlusconi per De Gasperi, Franceschini per Berlinguer, Napolitano per Pertini; La Russa, Cicchitto, Bonaiuti, Capezzone, Bocchino – li cederei con piacere per un De Nicola; Rutelli, Fassino, Violante, D’Alema per un Bordiga; Tina Merlin nel ruolo della Finocchiaro; Ambrosoli invece di Maroni; Mattei al posto di Scajola; Einaudi alle finanze, sulla poltrona di Tremonti; alla presidenza del Senato vedrei meglio Libero Grassi, eroe dell’antimafia, di Renato Schifani; al dicastero della Giustizia avrei preferito Borsellino e Falcone, al ministro Alfano e al sottosegretario Casellati;  Mauro De Mauro alle telecomunicazioni e alle politiche giovanili rimpiazzerei la Meloni con Peppino Impastato.

Alle ingerenze di Ruini e di Bagnasco, avrei preferito quelle di Don Puglisi.

Vorrei che Il Giornale sia ancora diretto da Indro Montanelli e che l’Unità porti la firma di Antonio Gramsci; al posto di Facci, Giordano, Mazza, Pigi Battista, pagherei per leggere Leo Longanesi. Sostituirei la Santanchè e la Mussolini con la Fallaci; ascolterei con passione Rampini discutere dell’impero di Cindia con Tiziano Terzani, invece che con Porro; metterei Ugo Ojetti al posto di Vespa, in prima serata; Cesare Pavese sulla poltrona di Minzolini; Enzo Biagi su quella del tg2; Italo Calvino al tg3; Pippo Fava al tg4, al posto di Emilio Fede; Rossana Rossanda a Studio Aperto; Vittorio Foa al posto di Floris; Bianciardi a recensire libri, in sostituzione di Elkann;  Pier Paolo Pasolini alla direzione della Rai intera;  Giorgio Gaber al posto di Sgarbi; Fabrizio De Andrè al posto di Bondi, al Ministero della Cultura.

(Oh, che amarezza! Accostare i giganti del passato alle macchiette del presente! Che fare, dunque? Noi giovani di questa Italia alla deriva abbiamo il dovere di informarci (biblioteche, internet, ecc.) e far di tutto per onorare il nome dei grandi; sta a noi combattere il tracollo culturale; sta a noi rivivere la vita delle immense personalità che ci hanno preceduti, il loro percorso, conoscere le loro idee e riaffermare il loro temperamento e la loro l’eleganza. Perché saranno morti sì, ma di certo più vivi di tanti morti viventi.)


Dal letame nascono i fior

Incredibile, ma ho trovato qualcosa di positivo ne L’Altro, la nuova testata di Sansonetti nata per riflettere l’inesorabile fallimento della sinistra italiana. Ospita il blog di Tano D’Amico, fotografo degli anni di piombo e della dissidenza. È stata una dolce scoperta e vorrei condividerla qui perché non ha ottenuto la dovuta visibilità (il blog, non la testata).


Storia di una naufraga incontrata sull’autobus

In autobus, col tempo, ho preso l’abitudine di lasciar libero il posto vicino al mio. Evito  di metterci lo zaino  e mi siedo sempre al lato del finestrino, lasciando vuoto il posto che dà sul corridoio. Le persone si fanno molti scrupoli prima di chiedere permesso e scomodarti per sedersi. Scalando verso il finestrino tolgo al prossimo l’onere di rompere il ghiaccio e chiedere per favore, posso sedermi? Rendo le cose più facili al mondo e mi godo il paesaggio urbano.
Il mio vizio è un altro: guardo sempre in faccia chi mi si siede vicino. E non lo guardo tanto per guardare. Lo guardo per farmi un’idea. Come oggi, quando, con passo goffo, una donna sui trentacinque anni si avvicina per sedersi, aggrappata ai tubi metallici. Sul volto, segnato dalla tensione, c’è scritta a caratteri cubitali tutta la sua infelicità. È grassa, molto grassa. Gli occhi neri svuotati. La bocca coperta di rossetto scarlatto, messo lì per abitudine. I capelli legati con un mollettone nero, e nero anche lo smalto sulle unghie.  Il naso  invisibile e i vestiti arrangiati. Sugli anulari nessun anello e al collo neanche una croce. Sulla sua sagoma tutta l’inerzia, la rassegnazione di chi ha visto corrodersi mezza vita dalla solitudine. Povera donna, me la immagino bambina, a scuola, che tutti la prendono in giro perché grassa e con l’apparecchio; e poi adolescente, emarginata perché incompatibile agli schemi di bellezza imposti dal volgo. Anni passati a piangere gli infiniti no (e che dire delle risatine di contorno?)  mentre tutte – tutte – le coetanee trovano uno straccio di ragazzo con cui civettare; arrivano i venti, poi i venticinque, l’età dei fiori che sbocciano, e lei relegata nel suo cono d’ombra, sempre più triste, sempre più sola, a scontrarsi col grigiore, a osserveare i detriti della quotidianità. Che ho fatto per meritarmi tutto ciò?, e le altre  non civettano più ma si fidanzano direttamente, e fondano storie che durano anni su parvenze di sogni normali. D’estate Croazia e a Natale un peluche in regalo. Arrivano i trent’anni (anno 2000) e con essi il primo telefonino: la società del consumo è così crudele che riserva un cellulare anche a chi è condannato a non sentirlo mai suonare; e se arriva un sms è la zia che fa gli auguri di Pasqua o il gestore che invita a rinnovare il credito. Alle amiche il cellulare squilla di continuo, si sposano e hanno pure la faccia di invitarla al matrimonio. Denti bianchi, pugni di riso, viaggi di nozze, un pupo, qualche litigio.  In prospettiva una vecchiaia insieme.
A lei no, tutto questo non spetta, non le è stato accordato; a lei solamente un corpo sbagliato in una società dove i corpi sbagliati, a prescindere dall’anima che contengono, vengono esclusi senza pietà.

La verità è quella di Houellebecq, e io gliela avrei pure recitata: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie. Chissà come l’avrebbe presa.



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