Archivio mensile per maggio 2009

Fabri Fibra – Questa Vita

Sarà un paio d’anni che la pubertà nei ragazzini romani non si manifesta con i peli, i brufoli o con le risate immotivate. Saranno state le micropolveri a modificare il patrimonio genetico della gente, non lo so, ma sta di fatto che i bambini sviluppano rompendo i coglioni sull’autobus. In che modo? Accendendo il cellulare e mandando in play (a volume massimo) una canzone di Fabri Fibra, ad esempio. Una volta su due sei costretto a fare il viaggio ammorbato dal frastuono di questi diavoli; è una moda che si è diffusa come la peste nera del 1347. La fascia d’età colpita va dagli 11 anni ai 15-16. Sono bambini molto sfortunati, si vede dalla faccia che la loro è un’esistenza bruciata. Appicciano quel coso per farsi notare e solitamente guardano male chiunque si giri verso di loro. Lo sguardo che assumono è demoniaco. Occhi socchiusi, da morfinomane. E rabbia. Entrambi i sessi sono vulnerabili alla malattia. Si notano bambine con tute acetate gialle con mezzo culo di fuori che simulano rap, tipo ventriloquo, convintissime che il loro muovere la bocca senza emettere suoni sia fico. Incarnano perfettamente la puttanella da quattro soldi che si vede nei videoclip rap americani e ne vanno fiere. Il maschio invece di solito si distingue perché riesce a negare con una bestemmia il posto all’anziano di turno. Troppo concentrato a recitare il fifty cent de’ noantri.  Altro che respèct. Verrebbe voglia di prenderli per le orecchie e portarli a spalare la merda per strada. Ma se ti azzardi a dire qualcosa preparati pure a fare a coltellate… La colpa? Delle famiglie assenti, della scuola che non è più un’autorità, di Mediaset che da venticinque anni ipnotizza questo Paese. Il frutto dell’omologazione di pasoliniana memoria.


Piccolissimo omaggio a Pier Paolo Pasolini

Guardavo uno dei tanti documentari sulla vita di Pasolini e mi sono imbattuto su questa precisa scena:

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A primo impatto mi ha ricordato il quadro Wanderer above the Sea of Fog, del pittore romantico Caspar David Friedrich; sono andato su wikipedia a rivedere il dipinto e ho notato che il viandante si pone sul precipizio con un fare dominante, sprezzante, temerario. Un atteggiamento che esprime intransigenza, un’impostazione prospettica che lascia intravedere il desiderio di sopraffazione dell’uomo nei confronti del mondo. L’uomo è in alto, sulla vetta, e osserva con superbia il mare di nebbia.

Pasolini, nel fotogramma, non è da una vetta che intende conoscere e sfidare la realtà, ma preferisce farlo incamminandosi verso valle. Lui all’aria rarefatta delle cime preferisce l’odore dei bassifondi, delle periferie metropolitane. Pasolini scende, nella vita come nel fotogramma, ai livelli più bassi della società, ne difende i diritti e ne esalta le virtù. Ci si contamina. All’alto sostituisce il basso. Una scelta di vita, una missione. Per lui contiene molta più poesia l’umiltà di un povero analfabeta dell’ego rigonfio, corrotto e strafottente di un piccolo borghese.

Chissà se qualcun altro ha pensato al quadro di Friedrich guardando la fine di quell’intervista.
Ho deciso di leggere Scritti Corsari, la raccolta di tutti i suoi articoli comparsi sul Corriere della Sera negli anni Settanta. Il mio intende essere un modesto omaggio verso un poeta, scrittore, cineasta che ahimé quasi nessuno della mia generazione conosce.


e sull’anima le cicatrici di una vita passata a interrogarmi

ero finito in una traversa della tiburtina altezza san lorenzo ed ero solo. la notte imperava e non riuscivo a distrarmi. se il buio avvolgeva la metropoli e le donava un opprimente alone di mistero al contrario i ricordi sembravano giovarne;  ho riassaporato tutta quanta l’inquietudine che più volte si impadronì del mio cammino, in germania, interrail, primo in solitaria, 2008. sensazioni di impotenza di paura di lucida autocommiserazione erano all’ordine del giorno scaturivano dall’imprevisto dal treno perso dal non sapere dove dormire dove mangiare dove socializzare ma soprattutto dalla notte che si propone, regolare, precisa, come il capolinea a fine corsa di un tram. notte che sa essere amore e morte, ghiaccio e tepore, bacio e proiettile. in questo caso assunse le sembianze di una tenaglia e iniziò a stritolarmi. mi rifugiai dove capitò. pensai di sfidare la solitudine con un esorcismo. mi sdraiai su una delle quattro panchine all’entrata della stazione – il luogo più affacciato al pericolo, dove se deve succedere qualcosa succede lì, perché alle due di notte non c’è un cane, o meglio, ci sono eccome i cani, e sono affamati arrabbiati indemoniati e allora perché tanta paura? da stanotte anche io sono un cane. nel buio più buio (l’unica fonte di luce era il triste neon della scritta che indicava il nome della città) temevo di non essere benvoluto tra le sparute anime che popolavano il tratto – naufraghi in un mondo avverso – io avevo il viso pulito e le ascelle profumate e chissà se mi accetteranno o mi vorranno far pagare il dazio; optai per il sospetto. miserabile fu il mio gesto quando di colpo si avvicinò un povero vagabondo con lo zuccotto di lana blu e la pelle di mogano il suo corpo  mimetico, quasi un tuttuno con l’oscurità, se non  per gli occhi sgranati agitati e i denti giallissimi io lo sapevo che qualcuno si sarebbe avvicinato e tenevo lo zaino sotto la testa e gli occhi bene allerta e i pugni già chiusi pronti a lanciarsi come missili nel caso che eccetera – teso come una corda di violino osservai il povero pazzo chiedermi due spicci e gli risposi picche, non li avevo, o forse li avevo, ma non volevo – si distaccò e la sua voce mi intristì, svanì nel nulla della precarietà notturna e quello fu il mio unico incontro della nottata. il tempo però non passava. respiravo affannosamente si brinava dal freddo il vento era una furia di ghiaccio e io provavo a riscaldarmi soffiando, pensando, dedicando  preghiere laiche a chi mi vuol bene a chi mi stima a chi è lontano a chi  un po’ lo invidio  perché dorme sul suo morbido letto chi ha una donna un amore una fede un equilibrio  chi non conosce la tensione esistenziale chi non si caccia gratuitamente in queste situazioni; i miei erano segnali di fumo verso chi, verso chi, verso chi me l’ha fatto fare! ecco cosa ripetevo a nastro: chi me l’ha fatto fare! hai fatto il gradasso hai sfidato  la notte la solitudine hai voluto il sangue,  ora combatti!,  ma niente, eravamo io me il mio zaino le mie bestemmie e la solitudine come un sorcio mi rodeva l’anima. buttato su una panca, smarrito nel nulla: nemmeno la madonna mi viene in soccorso, persino lei parla una lingua straniera.  nel buio dell’eternità. cenai con una banana rimediata in un banco di frutta aperto fino a mezzanotte, ma il suo zucchero mi fece niente. all’una decisi di alzarmi. anche al binario ero solo. preoccupato di aspettare un treno inesistente osservavo le rotaie. lo aspettavo con ansia perché solo il treno, come un deus ex machina, spazzerà via le inquietudini e ristabilirà la pace apparente, mettendo il sigillo su un’altra tappa affrontata.

al binario (foto originale)


Bella bionda e altre storie

Tra i racconti di Good Blonde & Others ci si trova il miglior Kerouac. Il Kerouac dal cuore recettivo, aperto al viaggio e alla spiritualità – l’anima visionaria che ribolle osservando le circostanze di un’avventura quotidiana, fatta di meditazione, tentazione e azione. Il Kerouac che passa tutto il tempo a pregare – parlando – a se stesso.
Riporto alcuni tratti che mi sono annotato, a matita, sul libro. Il primo vede Kerouac al lavoro in un bar, che non resiste al fascino di un vagabondo blues che si presenta alla porta. Il secondo è ripreso dal racconto Natale, che descrive una passeggiata notturna tra le nevi di Lowell, MA; un susseguirsi di visioni che delineano la malinconia e il misticismo del grande viaggiatore.

[Un vecchio girovago nero del Sud] Era avvolto in una foschia che usciva dalla sua bocca in respiri grigi e freddi; certo che se non fosse stato per quei suoi occhi caldi le canzoni più che cantarle le avrebbe confessate e sarebbe stato pronto per essere avvolto in una bella coperta. Ma camminava nella notte Americana così com’era: i pantaloni di iuta, la corda, una specie di grembiule impermeabile senza forma, tutto unto e scuro come Belzebù all’inferno, pronto per ogni galera che non fornisse nemmeno un pasto: in definitiva il più triste ma il migliore tra tutti i vecchi vagabondi che mi fosse capitato di incontrare.
Aveva una monetina giusto per il caffè. Allora presi della carne macinata e gli preparai un bell’hamburger e glielo servii per cena con il suo bel contorno e tutto, gratis. Oltre a questo gli diedi un dolce alle fragole che pagai con i miei soldi senza farmi vedere. Mi disse che era la migliore cena che mai avesse avuto in vita sua [...]

Da qualche parte là in alto il corvo nero come il carbone stride, cr-a-a-a-ck, cr-a-a-a-ck, intravedo il suo movimento lento, le zampette che battono il ramo che cede e poi oltre verso i rami in cima all’aria bianca sino a un vuoto nella foresta, sino al pino centrale al dolore del mio desiderio che duole, il vero Natale si nasconde a me da qualche parte ed è immobile, è sacro, è scuro, è pazzo, è là che il corvo rimugina, c’è qualche Natività più oscura di quella della cristianità, con i Re Magi che vengono dal sottosuolo, Vergine Maria del ghiaccio e della neve, Giuseppe degli alberi, Gesù come una stella – una Betlemme di pigne, rocce, serpenti – Muri di pietra, occhi [...]

Stanco arrivo all’angolo, giro ulla Phebe ed ecco che il mio cerchio di cinque chilometri è completo, sono a casa, gli ultimi passi con i piedi lenti bagnati, fradici, ma sono felice -
Tutto è salvato. C’è caldo e la gioia è tiepida in casa mia. Mi soffermo alla finestra per guardare dentro. Il mio cuore si spezza a vedere i movimenti lenti all’interno, la cara innocenza di chi non ha ancora realizzato che la morte arriverà e li prenderà – ma non adesso.

Poi ci sono i racconti Bella Bionda e In autobus per il grande West: talmente belli che dovrei riportarli per intero.  A fine raccolta c’è cityCityCITY, quaranta pagine molto bizzarre di stampo cyberpunk (!), in cui si diverte a immaginare l’umanità del futuro. Sul pianeta Terra, sovrappopolato e saturo di acciaio e cemento,  vige un regime autoritario sotto cui le persone vengono ridotte a numeri da controllare. L’intera popolazione è soggiogata da una droga chiamata A (Amore) e il tasso di crescita demografica è costantemente monitorizzato da un super-computer centrale. Capita spesso di assistere alla distruzione di interi quartieri per lasciar spazio alle nuove persone… Mi ha ricordato gli scenari di 1984 di Orwell.
Ora non vi resta che rimediare il libro (non si trova più in commercio, date un occhio nelle biblioteche delle vostre città) e di leggerlo. A mio avviso si possono saltare il capitolo sul baseball, la recensione del film Nosferatu e l’articolo su Shakespeare. Tutto il resto è una fiamma che brucia.


Pier Paolo Pasolini: Comizi d’amore

Moravia

Comizi d’Amore è un’inchiesta ad opera di Pier Paolo Pasolini, su tematiche scottanti quali sesso, sessualità, omosessualità, prostituzione, famiglia e divorzio nell’Italia degli anni 60. L’autore viaggia per l’Italia con cinepresa e  microfono e domanda alla gente che incontra la propria opinione sui vari temi, sfidando coraggiosamente moralismo e ignoranza. Un esempio sublime di giornalismo ad ampio raggio, democratico, orizzontale, che volutamente interroga tutte le classi sociali (intellettuali, borghesi, proletari, studenti…), dal Nord al Sud e senza distinzione di età o genere. È incantevole ascoltare Oriana Fallaci o Giuseppe Ungaretti subito prima di un contadino calabrese o una studentessa bolognese. Il risultato è un’interpretazione fedele del tessuto sociale italiano del tempo. Il 68 è alle porte (il film è del 64) e le domande di Pasolini sembrano sondare il terreno per calcolarne il fermento culturale. Evidente il progressismo dei più giovani, soprattutto tra gli studenti del Nord.
Vien da sé il confronto col presente. Si osserva che molti dei tabù che vigevano oggi sono decaduti, altri si sono affievoliti e altri hanno resistito ad ogni sorta di intemperia culturale, continuando a condizionare il nostro modo di vedere il mondo. Lampante è il divario tra Nord e Sud, il quale, seppur in minor dose, tuttora sussiste. La concezione della donna nell’Islam che oggi tanto ci inorridisce mezzo secolo fa ce l’avevamo in casa. In alcune zone del Meridione le donne non potevano neanche parlare o andare a prendersi un caffè al bar da sole. E il delitto d’onore è stato abolito soltanto nel 1981.
Gli splendidi ritratti in seguito sono fotogrammi che ho estratto del documentario. Anche da questi capite perché Pasolini era un grande.

Contadina_Ungaretti_SignorinaTreccina_Allibito_Oriana Fallaci



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