Le Notti Bianche
di Jacopo
Ieri ho finito Le Notti Bianche di Dostoevskij. La trama è sconsolata, ma mostra una enorme differenza dai romanzi sentimentali di Foscolo e Goethe, rispettivamente le Lettere di Jacopo Ortis (di cui anni fa riportai un estratto) e I dolori del giovane Werther.
Ne Le Notti Bianche il protagonista viene accompagnato in una disperazione sì assoluta, ma non fisicamente smembrante come negli altri due casi. A lui spettano la rassegnazione, l’umiliazione, le lacrime, ma null’altro. La beffa di arrivare quasi al traguardo, e in pochi istanti di scorgere la luce e assistere all’inesorabile crollo del sogno lo portano alla miserevole condizione di non-morto o non-vivo. La sua sofferenza pare quasi avulsa dalla realtà, che necessariamente la vestirebbe dei suoi colori e del suo motivo d’essere. Reagisce con una desolazione sorda che non prende corpo in un’azione concreta. Se il Werther si spara alla tempia e l’Ortis si pugnala al cuore, il russo si limita a piangere a dirotto e a tornare a casa. Accettando di vivere il dolore nell’isolamento, nell’immobilità, nella passività, mantenendo in vita la sua non-vita. Un elemento che dà alla trama un tono più realistico e vicino alle storie di vita comune, visto che tra tanti depressi che girano, sono pochi quelli che si suicidano.
Navigando ho scoperto l’esistenza di un film del 1957 ispirato al libro, dalla regia di Luchino Visconti e con la partecipazione di Mastroianni. Se riesco a trovarlo gli do un’occhiata…
Werther e Ortis non li ho proprio sopportati (quando li lessi alle superiori, ricordo i miei continui “ma quando cazzo ti ammazzi, perfavore?”)
Questo l’ho adorato, anche perchè ho guardato all’uomo di Dostoevskij con tenerezza, quasi come un fratello, per certe esperienze (forse) comuni.
Il suicidio era quello che tutti si aspettavano. Fottuti tutti.
Così, il sognatore se ne torna nel suo Sottosuolo