Archivio mensile per febbraio 2009

“il fregio della vita”

Cammino per le vie del quartiere africano e vedo i miei ricordi condensati sui vetri delle macchine parcheggiate. Frammenti di memoria lampeggiano a intermittenza dentro le luci dei semafori inattivi. Come un metronomo mi guidano verso il confine che separa  nostalgia e inquietudine. La strada è umida, sudata, e nelle pozze di fango emerge la sagoma di un passato che stenta ad evaporare. Nell’aria percepisco il peso del cambiamento. Le luci della metropoli incorniciano con romantica malinconia il mio tuffo nel passato. Spaesato, osservo il fantomatico neon blu dell’insegna al civico 4G: un faro che continua a segnalare un’esistenza vacua, che compie la sua parabola rimbalzando su un lago di lacrime. Un libro mai restituito, un biglietto dimenticato, uno zaino impolverato, un’auto parcheggiata di traverso. Una radiolina che sgracchia musica jazz, alle tre e mezza del mattino.  Era questa l’isola in cui amavo naufragare. Ora non resta che un’evanescente fotogramma impresso sul chip della mia reflex. Espressione alogena di un tempo che passa e come un’onda erode ogni ingenuità.

Caos Calmo

Il sognatore fruga invano tra i vecchi sogni, come fra la cenere, cercandovi una piccola scintilla, per soffiarci sopra e riscaldare col fuoco ridestato il proprio cuore freddo e per farvi risorgere ciò che lo commuoveva, che gli faceva ardere il sangue, che gli strappava le lacrime dagli occhi e lo illudeva meravigliosamente. Non sapete, Nasten’ka, fin dove io sia giunto? Non sapete che son costretto a festeggiare l’anniversario dei miei sentimenti, l’anniversario di ciò che mi era prima tanto caro, ma che non è mai realmente esistito, poiché questo anniversario festeggia quegli stupidi sogni incorporei, che debbo ricordare, altrimenti nulla resterebbe di essi. Non sapete che in alcune date fisse io amo ricordare e visitare i luoghi dove fui felice, che amo ricostruire il presente nell’eco di un passato irrevocabile, che spesso girovago come un’ombra, senza scopo e senza mèta, malinconico, per le vie tortuose di Pietroburgo? Quali rimembranze!”

(Le notti bianche, Fëdor Dostoevskij)

→ un grazie a Luca per la citazione in grigio

« Sta proclamando l’imperituro sì »

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Più di un anno fa Giovanna Bandini commentò le mie sensazioni di ritorno dal secondo interrail nei paesi dell’Est Europa rammentando “la scena di un film in cui il protagonista monta su un albero e urla a squarciagola… «GIOIA! TERRA! AMORE! LIBERTÀ!, ci somigli troppo». Il film è Camera con Vista, regia di James Ivory, 1986, e il protagonista è un certo George, ragazzo dalla personalità ribelle relegato negli schemi moralisti della società vittoriana. L’accostamento mi incuriosì e segnai il titolo su un foglietto. Passano i mesi e gli anni, e finalmente l’altra notte riesco a guardarlo. Quando ho riconosciuto la scena c’è mancato poco che mi commovessi. In un istante ho pensato a ciò che penso sempre: a quanto passa veloce il tempo, a quanto gli interrail abbiano rivoluzionato la mia vita e a tutte le cose, le domande, le questioni, i problemi, le avventure che ho potuto vivere e che di cui sono tuttora affamato. (la versione in inglese si vede un po’ meglio).


Promemoria, Marco Travaglio

Pubblico alcune foto che ho scattato a Marco Travaglio nel suo monologo Promemoria, al teatro Ambra Jovinelli di Roma. Come sempre, rilascio le foto sotto Licenza Creative Commons Attribuzione, pertanto invito chiunque ad usarle (Marco Travaglio compreso!) a patto di darmene credito. Semmai qualcuno desiderasse adoperarle per usi commerciali, c’è la mia email a disposizione.
Ovviamente incoraggio tutti ad andarlo ad ascoltare (tappe): in tre ore attraverserete i lati oscuri della storia italiana degli ultimi decenni e capirete i meccanismi che hanno portato l’Italia ad essere contraddistinta come un’anomalia in Europa e tra le civiltà democratiche.
Visto che ci sono, rinnovo anche l’invito a seguirlo sul blog voglioscendere.it.

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“I’m trying to get some rest from all the unborn chicken voices in my head”

“don't get sentimental, it always ends up drivel”

Scattare queste foto e sciogliersi nella malinconia dei Radiohead.
Un venerdì sera in cui la ricerca di verità si è manifestata in passi rapidi per una metropoli che schiera panorami luciferini. Mentre cammino respiro le acri molecole di smog che i miei polmoni conoscono meglio dei propri alveoli.
Sgambetto per le strade romane come uno scarafaggio agitato  e intanto raccolgo realtà perdute e preparo ricordi di cui scrivere e su cui piangere. Un pirata senza bussola,  irrequieto, bramoso, ma smarrito in un oceano di lacrime e fango. La verità, dov’è? E io, chi sono? La strada suda, le sagome si spostano evanescenti e mute, nel buio metropolitano, un autobus ricolmo di anime sorde solca il vuoto dell’asfalto. L’intero universo si muove e gira e orbita e sbuffa come una pentola a pressione e ribolle come magma impazzito — e io, chi sono? Che diavolo ci faccio qui? Se lo chiedeva Leopardi nei suoi canti notturni, Kerouac strozzava il quesito nell’alcol, Chris – come Ulisse o Van Gogh -  ha varcato la soglia e io – intruso – lo sussurro, dai sotterranei della mia sfrontatezza, fucina delle mie inquietudini. Lo faccio sempre, – un martello incessante batte sul nervo – è una prassi ormai, come la pillola per il diabetico prima di andare a dormire, prima di volare e svanire.



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