Maggie Cassidy, Jack Kerouac, 1959 — A bordo delle sue pagine ho viaggiato nella sua giovinezza piena di vita. Vita quotidiana raccontata come solo lui sa fare, condensata in parole che sono graffi di inchiostro, inferti alla memoria dei tempi. La tigre Jack mi ha portato a Lowell, MA, nella sua città natale coperta di neve perenne. Neve messa lì probabilmente da Dio in persona, per proteggerlo, per temperarlo, per dissipare un po’ di passione che prendeva a bruciargli in gola. Lowell città gelida, tenebrosa, dagli scenari di un eterno febbraio. Lowell tetra come preludio alla strada, al dubbio, alla sofferenza indomabile. Jack “Zagg” Duluoz è ai blocchi di partenza: al varco c’è una vita lucida e appiccicosa come una bottiglia di whisky. È qui che comincia a prender confidenza, a sondare il confine che sarà la sua croce, quella vaga linea che separa amore e morte, pace e inquietudine, terra e stelle.
Con lui nelle insicurezze giovanili, negli amori straziati, nella cronaca delle gare di atletica e di vita. Un Duluoz atletico che alle 30 iarde sconfigge Lewis, il “Fulmine Negro”: Jack, il ragazzo bianco, un collo possente e gambe grosse come quelle di un pianoforte – Duri occhi d’acciaio in un viso sentimentale da Monna Lisa – la mandibola di ferro appena forgiato. Ma il duello con Lewis “Negro Volante” è soltanto il warmup della sfida che di lì a poco – finita la high school lascia Lowell per iscriversi alla Columbia University – lo impegnerà. Un Kerouac giovane, un fusto ancora sano, impacciato con le ragazze ma dalla vena romantica, stilnovista. Maggie la amerà tanto da volerla sposare e i suoi baci, le sue lentiggini, i suoi capricci sono abbastanza per buttarsi nel vuoto con la speranza che presto si separeranno, le particelle di neve universale della verità che ascendono al cielo ondeggianti e ardenti – il bimbo di Maggie nella realtà – il mio, mio figlio, nella neve marrone – il fiume di Maggie che rende il fango più fragrante in primavera. Non ci farà l’amore ma la assaporerà con gli occhi del poeta: il [suo] cuore fertile e arricchito che fluiva oscuro – irlandese come la torba, scuro come la notte di Kilkenny, magico come un elfo, le labbra rosse come il mattino rosso rubino del Mare d’Irlanda sulla costa orientale come l’avevo visto io, promettente come i tetti di paglia e le verdi distese erbose che mi facevano venire le lacrime agli occhi per il desiderio di essere anch’io irlandese e di perdermi e di affondare in lei per sempre – di essere il fratello, il marito, l’amante, lo stupratore, il padrone, l’amico, il padre, il figlio, il baciatore, l’entusiasta, il corteggiatore, l’adoratore, quello che l’afferra, che la sorprende furtivo, il compagno di letto, il frenatore di treni in una casa rossa di culle rosse e gioiosi bucati la domenica mattina nel lieto cortile squallido.
Un Kerouac erotico delle prime istanze che vive la lussuria in seconda persona, in funzione dell’altra: Non eravamo nemmeno entrati [in casa]. Dentro, vicino al termosifone sibilante, sul divano, facemmo in pratica tutto quello che c’era da fare ma non la sfiorai nei punti focali primari, prima parti tremanti, i seni, la stella umida delle cosce, nemmeno le gambe – li evitai per farle piacere – Il suo corpo era come fuoco, morbido e rotondo avvolto in un morbido vestito, giovane – sodo, pieno – un grosso errore – le sue labbra bruciavano sul mio viso. Non sapevamo dove eravamo, che cosa fare. E l’oscurità muoveva il Concord nella notte invernale.
Mi riaggancio al