Archivio mensile per gennaio 2009

Maggie Cassidy

Maggie Cassidy, Jack Kerouac, 1959 — A bordo delle sue pagine ho viaggiato nella sua giovinezza piena di vita. Vita quotidiana raccontata come solo lui sa fare, condensata in parole che sono graffi di inchiostro, inferti alla memoria dei tempi.  La tigre Jack mi ha portato a Lowell, MA, nella sua città natale coperta di neve perenne. Neve messa lì probabilmente da Dio in persona, per proteggerlo, per temperarlo, per dissipare un po’ di passione che prendeva a bruciargli in gola. Lowell città gelida, tenebrosa, dagli scenari di un eterno febbraio. Lowell tetra come preludio alla strada, al dubbio, alla sofferenza indomabile. Jack “Zagg” Duluoz è ai blocchi di partenza: al varco c’è una vita lucida e appiccicosa come una bottiglia di whisky.  È qui che comincia a prender confidenza, a sondare il confine che sarà la sua croce, quella vaga linea che separa amore e morte, pace e inquietudine, terra e stelle.
Con lui nelle insicurezze giovanili, negli amori straziati, nella cronaca delle gare di atletica e di vita. Un Duluoz atletico che alle 30 iarde sconfigge Lewis, il “Fulmine Negro”: Jack, il ragazzo bianco, un collo possente e gambe grosse come quelle di un pianoforte – Duri occhi d’acciaio in un viso sentimentale da Monna Lisa – la mandibola di ferro appena forgiato. Ma il duello con Lewis “Negro Volante” è soltanto il warmup della sfida che di lì a poco – finita la high school lascia Lowell per iscriversi alla Columbia University – lo impegnerà. Un Kerouac giovane, un fusto ancora sano, impacciato con le ragazze ma dalla vena romantica, stilnovista. Maggie la amerà tanto da volerla sposare e i suoi baci, le sue lentiggini, i suoi capricci sono abbastanza per buttarsi nel vuoto con la speranza che presto si separeranno, le particelle di neve universale della verità che ascendono al cielo ondeggianti e ardenti – il bimbo di Maggie nella realtà – il mio, mio figlio, nella neve marrone – il fiume di Maggie che rende il fango più fragrante in primavera. Non ci farà l’amore ma la assaporerà con gli occhi del poeta: il [suo] cuore fertile e arricchito che fluiva oscuro – irlandese come la torba, scuro come la notte di Kilkenny, magico come un elfo, le labbra rosse come il mattino rosso rubino del Mare d’Irlanda sulla costa orientale come l’avevo visto io, promettente come i tetti di paglia e le verdi distese erbose che mi facevano venire le lacrime agli occhi per il desiderio di essere anch’io irlandese e di perdermi e di affondare in lei per sempre – di essere il fratello, il marito, l’amante, lo stupratore, il padrone, l’amico, il padre, il figlio, il baciatore, l’entusiasta, il corteggiatore, l’adoratore, quello che l’afferra, che la sorprende furtivo, il compagno di letto, il frenatore di treni in una casa rossa di culle rosse e gioiosi bucati la domenica mattina nel lieto cortile squallido.
Un Kerouac erotico delle prime istanze che vive la lussuria in seconda persona, in funzione dell’altra: Non eravamo nemmeno entrati [in casa]. Dentro, vicino al termosifone sibilante, sul divano, facemmo in pratica tutto quello che c’era da fare ma non la sfiorai nei punti focali primari, prima parti tremanti, i seni, la stella umida delle cosce, nemmeno le gambe – li evitai per farle piacere – Il suo corpo era come fuoco, morbido e rotondo avvolto in un morbido vestito, giovane – sodo, pieno – un grosso errore – le sue labbra bruciavano sul mio viso. Non sapevamo dove eravamo, che cosa fare. E l’oscurità muoveva il Concord nella notte invernale.



realtà aleatoria e pulsante, ore 2.35 am

Mi riaggancio al problema già posto,
i modi e i motivi di questa realtà aleatoria e pulsante…
in un momento di lucidità etilica rifletto: perché?

Vi racconto un aneddoto di vita, uno di quelli che propongo sempre nelle serate di gala e che son certo proporrò ai miei nipoti.

Interrail 2006, 18 anni, primo interrail, agosto inoltrato, luogo: viking line. La viking line è la nave che collega Stoccolma a Helsinki e lo fa in una notte intera di viaggio. Fa anche altre tratte, ma ora non è questo il punto. Non siamo in una compagnia turistica e nemmeno al CTS.

Ero là, ed ero col mio compare, ed ero col mio compare e avevamo deciso di bere. C’è il tax free nella nave, e allora sfruttiamolo: birra Carlsberg. Non abbiamo sete, ma abbiamo salsicce negli zaini, salatissime salsicce sottovuoto, pronte per essere mangiate in una cena improvvisate. E anche noccioline. Vendono nocccioline, salatissime noccioline e decidiamo di riempirci la saccoccia. Mentre mangiamo e beviamo, nella hall della immensa nave (che per conto suo naviga, anzi danza, nelle immensità nordiche di un mare luminoso) un personaggio dalla pelle nera e col vestito bianco (un personaggio raro, quindi) ci mostra la sua amicizia: – Italia. Ostia Lido! Ottimi vestiti. Eh eh eh.  Socializziamo anche noi.

Sono passate due ore e le risate cominciano a divenir naturali, naturalissime, direi spontanee… Finiamo, dopo un’ora di lucidità etilica in un posto improbabile. Finiamo lì proprio per il rumore, a noi serve il rumore, serve l’ebbrezza, serve la libertà, non necessitiamo altro di un po’ di movimento, di un po’ di mistero, di un po’ abbandono. Vagabondando come sciacalli in preda alla fame finiamo lì, in discoteca, affamati di vita,  ubriachi di gioia.

Il mio compare prova. Lancia il dado. Offre un cocktail a una pollastra che gira lì, conosciamo la fama della Viking Line e le leggende che aleggiano attorno al suo scafo e sappiamo bene l’usanza dei giovani finnici e svedesi di celebrare la fine del liceo fiondandosi sul mare del Nord a sfogarsi e a capirsi. Il mio compare spende il suo denaro per contentare una pollastra apparentemente feconda e solo per poco (ci piace vederla così) non ci riesce. Fiasco.

Io sto per conto mio, nella tempesta alcolica, nella lungimirante nebbia poetica e nel totale tributo al fratello Kerouac, sto così, che mi agito al ritmo di una musica indomabile, un rombo che troppo assomiglia all’estasi, che troppo si avvicina alla libertà da ogni dubbio, quindi alla verità. “La verità è caos”: mi sembrava di esserne sicuro e trascuravo ogni risvolto.

Una ragazza si avvicina: nel rumore comunichiamo, lei balla, io mi agito, contento, nel caos. E’ brasiliana. Ha pressapoco gli anni miei. Cosa farebbe un qualunque cristiano nella Terra? Tutto. Farebbe Tutto. Tutto meno che chiederle ciò che le ho chiesto io, senza preavviso alcuno, e nella confusione terrena di un locale notturno su un traghetto: «Di che religione sei?». Lo giuro, le posi questa domanda. E lei rispose, sorpresa: «Spiritista.», e, dopo cinque eterni secondi, esterrefatta strilla: «Ma ti sembra questo il luogo adatto per parlare di certe cose!?». La risposta era sottintesa e non ricordo di averla messa in evidenza.

Sono fatto così, non mento. E non mi do pace. Vivo la tensione esistenziale in un continuum di interrogativi scomodi. Ma la mia risposta l’ho ottenuta. Anche stasera ho la mia croce, il mio spunto, il lasciapassare per varcare la soglia ed esplorare i meandri intangibili dello scibile, il visto per varcare il confine e penetrare nei territori insondabili dell’anima…

Mi addormento poi sul ponte della nave, sotto un cielo nero, ma mai tanto amico. Ci sdraiamo sotto la cabina del comandante (per ripararci dal vento gelido). Mi corico, all’aria, sulla stuoia sgangherata che mi trascino dietro da settimane,  e il solo naso fuori dal mio fedelissimo sacco a pelo. Poi un Dono. Galleggio sul Mare della mia vita e di fronte, chi ci trovo? La Luna Selvaggia, rosa, benedetta, piena addirittura piena, pienissima, del sangue di noi tutti e dell’amore e delle lacrime, piena!, e leopardiana, calda, materna. La Luna Maestra e Compagna. Mi scatto una foto ricordo. Il mio compare non ce la fa a capire che il lampo improvviso è soltanto il flash del mio autoscatto. Ma si addormenta lo stesso.

..Capirete dunque perché mi sento disadattato..


“la fatica del tiro e della pista”

vivere nelle oscurità danzanti della foresta
affrontare gli istinti
il balzo è la regola
l’attitudine a
stroncarli
con un morso impavido
un affanno libero

Scusatemi se non avete trovato niente per tanto tempo.

Nobile il lupo che corre, corre instancabile per le macchie e attraversa i suoi istinti primordiali, (cibo, sesso, dominio), e li accetta, li cavalca, e li vive, con dignità. Il lupo serve i suoi impulsi con il balzo e il ringhio, affronta gli ostacoli sferrando zampate; ulula alla Luna; alterna momenti di egemonia sociale – nel branco – a fasi di solitudine.
Reconditi, gli istinti del lupo appartengono anche all’uomo. Ma il lupo, a differenza dell’uomo, non li ha incatenati nel nome di una “morale”. Non li ha condannati al confino della “civiltà”. Il lupo vive e rispetta i suoi impulsi, con dignitosa naturalezza. Corre, esplora il territorio, si nutre di ciò che caccia, si abbevera nei torrenti, si riproduce, contende il dominio agli altri esseri viventi. Attacca, si difende – valuta e rischia. Ha quello che vuole e che può. Soddisfa i suoi principi con la limpidezza di chi agisce soltanto. Il lupo corre libero e libero, a fine corsa, si affanna, perché nulla gli manca se non l’aria nei polmoni. Libero, completamente libero. Perché emancipato dal bisogno d’identificare gli istinti; dell’ambizione a capirne l’origine; dell’ipocrita convinzione di poter rispondere.



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