Il mestiere di scrivere
di Jacopo
Dopo un lungo percorso di riflessione ho decretato la fine del mio diario carteceo inteso come mera cronaca di fatti di vita. Sperimenterò uno stile più snello, rapido, volto a centrare i fatti che rendono unica una giornata. La mia riforma, se è vero che stringerà la cinghia al testo, si prefigge l’obiettivo di valorizzare i contenuti, portando maggior risalto ai momenti che hanno innescato un’emozione particolare. Emozioni, quindi. La mia attività di paroliere si nutre dell’energia. Scrivere è anche allenarsi all’emozione. Aiuta a capirsi, a snocciolare le arcane dinamiche che inesorabilmente muovono i nostri arti e ci fanno nuotare nella magia. Permette di svelare il volto del burattinaio, che, dall’alto (o da dietro) governa. Accompagna il nostro sguardo oltre il confine del noto. Per i curiosi è fondamentale. Scrivere è introspezione. E se come afferma Laurence Durrell introspezione è viaggio, anche scrivere, oddio, è viaggio. Non ci sono biglietti da obliterare: si viaggia liberamente, qui, subito, e ovunque. E siamo noi a guidare: la penna scivola sull’inchiostro come il treno scorre sui binari. Esplorare. Un giorno nell’Andalusia, l’altro in Lapponia, uno nell’amore, l’altro nella nostalgia, e poi malinconia, che bel tramonto, stupore, una formica che solleva dieci volte il suo peso, stupore ancora, curiosità, elettricità, ricchezza, nuvole, invidia, coscienza, errori. Vacuità. Scrivere è, e resta, gratitudine e lamento, rigore e paradosso, luce e mistero.
Nella riforma non viene toccato il principio della quotidianità della scrittura: è e continuerà ad essere un esercizio da compiere ogni giorno. Perché ogni giorno ha la sua peculiarità, la sua cifra di lettura. Ventiquattro ore sono abbastanza per racchiudere in sé un tesoro, e quando non è lampante, basta usare la penna come grimaldello per scassinare il baule della consuetudine che nasconde la magia. Ed estrarla.
Scrivere, e farlo di frequente, è per me uno dei pochi modi per manutenere e salvaguardare la mia espressività. All’università ancora solo numeri – che anzi cominciano ad assumere un certo fascino – e per me è primario non annichilirmi come taluni, ahiloro, finiscono per fare. scordarmi come si descrive un pettirosso in volo, un volto, un fatto, un’opinione. Per la grammatica non c’è rischio, quella la esercito al calcolatore e le grammatiche che si studiano dove attualmente navigo sono di gran lunga più rognose (perché, se vogliamo, innaturali) di quella italiana. Di nuovo, devo focalizzarmi sui contenuti. Dare con attenzione forma a ciò che accade e che ogni santo giorno deve farsi sentire.
Innovando il mio modus operandi spero di disperdere meno energie. Può suonare come una razionalizzazione delle risorse, (dall’amaro retrogusto di attualità politica), e forse lo è, ma verte sulla riduzione della burocrazia. Prima vivevo nell’obbligo – come un chierico vagante – della preghiera serale. Scrivevo perché dovevo scrivere e scrivevo tutto perché era mio dovere scrivere tutto. Ma tutto, lentamente, è diventato noia. E quando la noia si infiltra negli ingranaggi della scrittura allora significa che qualcosa non va. Che gli ingranaggi necessitano di olio. Da qui la meditazione e il coraggio: cambiare, riformare. Scrivere di ciò che conta, prendere la mira e sparare inchiostro, senza paletti procedurali. In fondo l’obbligo di stilare la cronaca del giorno non ricorda la verbalizzazione delle assemblee di condominio? Di interessante cinque parole su mille.
Se c’era qualcosa che mi ha impedito di prendere subito la decisione era la paura. La paura che selezionando le cose più importanti si rischiasse di perderne altre. Annotare l’intero corso di una giornata dovrebbe garantire l’interezza del ricordo, ma ultimamente ho notato come nonostante la globalità raggiunta si finisse in una sconclusionata raccolta di note. Preferisco concentrarmi più sui dettagli che sulle generalità, descrivendoli con metodo e lasciando fili da srotolare pian piano, a zampate, come fanno i gatti col gomitolo, al fine di ricucire l’intera trama dei miei ricordi. Partire da un particolare e ricostruire lo status quo. Se vogliamo, è anche una sfida.
Continuerò ad aggiornare i miei quaderni costantemente per non precludere lo scopo che da sempre mi prefiggo: la costruzione delle mie memorie. Voglio, cioè, riservarmi il sorriso nostalgico a sessant’anni e soddisfare la curiosità di nipotini che indagheranno sulla vita di chi, indirettamente e materialmente, li ha generati.
Bellissimo post! Davvero meraviglioso. Mi piace tantissimo l’idea di usare la penna come grimaldello per cercare lo stupore e la bellezza nella vita quotidiana. E’ qualcosa che troppo spesso dimentichiamo di fare, una ricerca che trascuriamo troppo rincorrendo i treni e gli autobus, le bollette e gli esami. Per fortuna esistono le penne (o gli altri grimaldelli…bastano una matita, una macchina fotografica o l’amore) che ci ricordano che ci stiamo perdendo lo spettacolo più bello. Grazie, è veramente bellissimo.
Grazie a te, hai colto a pieno!
ecco cosa.
the photograph itself doesn’t interest me. i want only to capture a minute part of reality, diceva cartier-bresson.
secondo me lo scrivere – così come il fotografare – assume significato soprattutto quando si sceglie ciò che si vuole raccontare: fai una foto cercando di fotografare tutto ( o scrivi cercando di raccontare tutto) e avrai una pessima foto.
comincia a tagliare e a selezionare, a concentrarti su un particolare, su una frazione minuta di realtà, e avrai qualcosa di speciale. il tutto non ti dice niente, il particolare che scegli parla di te e della tua sensibilità.
scegliere crea significato, secondo me. sempre.
e vabbè, tutto qui.
Merda, questo post mi piace veramente tanto, Jac. Sarà che mi ci ritrovo molto, con la differenza che in genere arrivavo alla tua conclusione dopo un paio di settimane di diario;non sono mai riuscita a tenere una cronaca dettagliata per molto tempo, e proprio per le ragioni che dici: scrivevo tutto, per il terrore di perdere, dimenticare, morire; ma in realtà mi annoiavo già scrivendo, figuriamoci a rileggermi.
In più, ho notato questo: non si perde solo ciò che non è scritto, ma anche ciò che non verrà letto. E una parola importante tra mille noiose non sarà mai raggiunta. Selezionare vuol dire preservare la memoria di ciò che conta, altrimenti fagocitata dal disinteresse verso il resto. Sarebbe una cocente (ma realistica…) delusione scoprire che, a quei nipotini, della tua vita non importerà proprio un tubo…
Ti ritrovo molto in questo post come l’ultima volta che ci siamo visti, razionale e poetico. Curioso quasi ogni giorno alla ricerca di uno scorcio d’Africa, torna presto ai tuoi “impegni” letterari :-)
Ho ascoltato il cd ed è meraviglia, Grazie
S.
In effetti qual è la cosa (se ne discuteva l’altro ieri con un amico, in macchina, tornando a casa) o il mezzo di trasporto più veloce dell’Universo? Si concluse che era il pensiero. Sei qui, e tra un istante sei a Sirio, magari, per poi correre fino al principio dei tempi. Basta un guizzo, e ci sei…Ma cos’è il pensiero senza memoria? E qui, il ruolo della scrittura, di un diario di bordo. Indispensabile, per lasciare duratura traccia. Scopo -questo- cui si può anche dedicare una vita…
Ciao, Jacopo e grazie del passaggio sul mio blog. Adesso passerò in rassegna un po’ il tuo: sono curioso di scoprire se oltre ad essere un acuto prosatore, sei anche un fine poeta… vedremo.
Adonai
Apolide
SALVE CARO JACOPO.
Mi chiamo Mehdi ,sono uno studente iraniano e mi occupo di studiare la lingua e letteratura italiana alla facolta’ di lingue di Teheran.Ieri vagandomi sull’internet ho visto ,per caso,tuo blog e mi ha affascinato tanto. Mi piace tanto il tuo modo di scrivere e vorrei chiderti di lanciarmi un ‘idea buona per scrivere buono quanto te.
Grazia ,Mehdi
ciao mehdi, ti ho scritto via email!