Avete mai fissato una fiamma che brucia?

di Jacopo

il Focolare

Il fuoco tormenta il legno fino a renderlo cenere; caparbio, completa l’opera  e si disperde, in un nulla di fumo. Il fuoco divora, distrugge, crea luce e calore, svanisce. Il fuoco nasce, danza di vita e di morte, e muore.
Fotografo il fuoco e mi chiedo a che servono fiumi di inchiostro in un diario, quando ci sono immagini che racchiudono in sé tutto ciò che c’è da dire; il fuoco che brucia, illumina, scalda, svanisce – troppo somiglia al ciclo che,  con efferatezza inscalfibile,  mi ingabbia.  Una gabbia di fuoco, appunto. Immagine pittoresca, circense quasi, ma la vita si sa, si condensa in destini dai tratti ironici. Come canta Guccini la vita prosegue tra un foglio di giornale e un sorriso, qualche lacrima sparsa, va avanti purché ignorando quel rodere sordo che cambia “io faccio” e lo fa diventare “io ricordo” – e che quel rodere sordo non si avvicini al crepitìo del legno che scalda e soccombe? Mi commuovo osservando il viso attento della ragazza che si siede di fronte a me in autobus. Autobus deviato, perché, dice lei, c’è la polizia. Ha riposto il libro di microbiologia nello zaino e ora che ha finito la sua dose di distrazione, ha lo sguardo smarrito, teso, sgranato, tuttavia lungimirante. Non molla l’orizzonte metropolitano che scorre fuori il finestrino. Ora sono occhi che guardano. Un giorno, chissà.