Dopo un lungo percorso di riflessione ho decretato la fine del mio diario carteceo inteso come mera cronaca di fatti di vita. Sperimenterò uno stile più snello, rapido, volto a centrare i fatti che rendono unica una giornata. La mia riforma, se è vero che stringerà la cinghia al testo, si prefigge l’obiettivo di valorizzare i contenuti, portando maggior risalto ai momenti che hanno innescato un’emozione particolare. Emozioni, quindi. La mia attività di paroliere si nutre dell’energia. Scrivere è anche allenarsi all’emozione. Aiuta a capirsi, a snocciolare le arcane dinamiche che inesorabilmente muovono i nostri arti e ci fanno nuotare nella magia. Permette di svelare il volto del burattinaio, che, dall’alto (o da dietro) governa. Accompagna il nostro sguardo oltre il confine del noto. Per i curiosi è fondamentale. Scrivere è introspezione. E se come afferma Laurence Durrell introspezione è viaggio, anche scrivere, oddio, è viaggio. Non ci sono biglietti da obliterare: si viaggia liberamente, qui, subito, e ovunque. E siamo noi a guidare: la penna scivola sull’inchiostro come il treno scorre sui binari. Esplorare. Un giorno nell’Andalusia, l’altro in Lapponia, uno nell’amore, l’altro nella nostalgia, e poi malinconia, che bel tramonto, stupore, una formica che solleva dieci volte il suo peso, stupore ancora, curiosità, elettricità, ricchezza, nuvole, invidia, coscienza, errori. Vacuità. Scrivere è, e resta, gratitudine e lamento, rigore e paradosso, luce e mistero.
Nella riforma non viene toccato il principio della quotidianità della scrittura: è e continuerà ad essere un esercizio da compiere ogni giorno. Perché ogni giorno ha la sua peculiarità, la sua cifra di lettura. Ventiquattro ore sono abbastanza per racchiudere in sé un tesoro, e quando non è lampante, basta usare la penna come grimaldello per scassinare il baule della consuetudine che nasconde la magia. Ed estrarla.
Scrivere, e farlo di frequente, è per me uno dei pochi modi per manutenere e salvaguardare la mia espressività. All’università ancora solo numeri – che anzi cominciano ad assumere un certo fascino – e per me è primario non annichilirmi come taluni, ahiloro, finiscono per fare. scordarmi come si descrive un pettirosso in volo, un volto, un fatto, un’opinione. Per la grammatica non c’è rischio, quella la esercito al calcolatore e le grammatiche che si studiano dove attualmente navigo sono di gran lunga più rognose (perché, se vogliamo, innaturali) di quella italiana. Di nuovo, devo focalizzarmi sui contenuti. Dare con attenzione forma a ciò che accade e che ogni santo giorno deve farsi sentire.
Innovando il mio modus operandi spero di disperdere meno energie. Può suonare come una razionalizzazione delle risorse, (dall’amaro retrogusto di attualità politica), e forse lo è, ma verte sulla riduzione della burocrazia. Prima vivevo nell’obbligo – come un chierico vagante – della preghiera serale. Scrivevo perché dovevo scrivere e scrivevo tutto perché era mio dovere scrivere tutto. Ma tutto, lentamente, è diventato noia. E quando la noia si infiltra negli ingranaggi della scrittura allora significa che qualcosa non va. Che gli ingranaggi necessitano di olio. Da qui la meditazione e il coraggio: cambiare, riformare. Scrivere di ciò che conta, prendere la mira e sparare inchiostro, senza paletti procedurali. In fondo l’obbligo di stilare la cronaca del giorno non ricorda la verbalizzazione delle assemblee di condominio? Di interessante cinque parole su mille.
Se c’era qualcosa che mi ha impedito di prendere subito la decisione era la paura. La paura che selezionando le cose più importanti si rischiasse di perderne altre. Annotare l’intero corso di una giornata dovrebbe garantire l’interezza del ricordo, ma ultimamente ho notato come nonostante la globalità raggiunta si finisse in una sconclusionata raccolta di note. Preferisco concentrarmi più sui dettagli che sulle generalità, descrivendoli con metodo e lasciando fili da srotolare pian piano, a zampate, come fanno i gatti col gomitolo, al fine di ricucire l’intera trama dei miei ricordi. Partire da un particolare e ricostruire lo status quo. Se vogliamo, è anche una sfida.
Continuerò ad aggiornare i miei quaderni costantemente per non precludere lo scopo che da sempre mi prefiggo: la costruzione delle mie memorie. Voglio, cioè, riservarmi il sorriso nostalgico a sessant’anni e soddisfare la curiosità di nipotini che indagheranno sulla vita di chi, indirettamente e materialmente, li ha generati.
Archivio mensile per dicembre 2008
“Guarda di nuovo quel punto. È qui. È casa tua. Siamo noi. Su quel punto tutti coloro che ami, coloro che conosci, coloro di cui hai sentito parlare, ciascun essere umano che fu, che visse la propria vita. L’insieme della nostra gioia e sofferenza, le migliaia di religioni, ideologie, dottrine economiche, ogni predatore e preda, eroe e vigliacco, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e contadino, ogni giovane coppia in amore, ogni madre e padre, figlio pieno di speranza, inventore ed esploratore, ogni maestro di morale, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni leader supremo, ogni santo e peccatore della storia visse là – su un granello di polvere sospeso in un raggio di sole.” (Carl Sagan, 1934-1996)

La Terra vista dalla navicella spaziale Voyager 1, una volta uscita dal sistema solare nel 1990. La Terra è all’incirca a 4 miliardi di miglia di distanza, in questa immagine.
grazie r.
Il fuoco tormenta il legno fino a renderlo cenere; caparbio, completa l’opera e si disperde, in un nulla di fumo. Il fuoco divora, distrugge, crea luce e calore, svanisce. Il fuoco nasce, danza di vita e di morte, e muore.
Fotografo il fuoco e mi chiedo a che servono fiumi di inchiostro in un diario, quando ci sono immagini che racchiudono in sé tutto ciò che c’è da dire; il fuoco che brucia, illumina, scalda, svanisce – troppo somiglia al ciclo che, con efferatezza inscalfibile, mi ingabbia. Una gabbia di fuoco, appunto. Immagine pittoresca, circense quasi, ma la vita si sa, si condensa in destini dai tratti ironici. Come canta Guccini la vita prosegue tra un foglio di giornale e un sorriso, qualche lacrima sparsa, va avanti purché ignorando quel rodere sordo che cambia “io faccio” e lo fa diventare “io ricordo” – e che quel rodere sordo non si avvicini al crepitìo del legno che scalda e soccombe? Mi commuovo osservando il viso attento della ragazza che si siede di fronte a me in autobus. Autobus deviato, perché, dice lei, c’è la polizia. Ha riposto il libro di microbiologia nello zaino e ora che ha finito la sua dose di distrazione, ha lo sguardo smarrito, teso, sgranato, tuttavia lungimirante. Non molla l’orizzonte metropolitano che scorre fuori il finestrino. Ora sono occhi che guardano. Un giorno, chissà.

