Lo chiamano «il Conte»
lunedì, 10 novembre 2008 di Jacopo
Sono giorni che mi divido tra la voce di Guccini e la sfida della fotografia. Ho aggiornato la flickr-galleria con sei-sette scatti nuovi, tutti frutto dello stesso albero: la mia amatissima metropoli.
Roma è una città che chiede, pretende tanto, ma al contempo è una città che offre.
Per dire: non è più una città dove rioni e quartieri sono entità precise e sentite; le signore non usano più affacciarsi alla finestra per spettegolare con la vicina di casa e le rivalità tra comitive sono un costume svanito negli schermi cinematografici. Quando la vita scorreva a ritmi a misura d’uomo era certamente diverso, si aveva tempo per i rapporti umani, dolci o amari che fossero; oggi invece si corre a regime di mercato e i confini, che ostacolano non tanto chi ama unirsi quanto chi ama affannarsi, sono stati abbattuti, azzerati.
Eppure c’è una cosa che ha resistito nel tempo: la figura del matto del quartiere. Se è vero che non si sa più neanche il nome del vicino di casa, ché in questo mondo precario e frenetico se ne cambia uno al mese, è anche vero che tutti, tutti, tutti quanti conoscono il matto del proprio quartiere; lo chiamano per nome e ci si affezionano.
Dove abito io c’era Antonio, viveva in una roulotte nella piazza di fronte la parrocchia e passava la giornata vagabondando per le strade e lanciando fischi acuti come quelli del falco. Un giorno si era anche fidanzato e aveva deciso di condividere la roulotte con la sua amata - vecchia e simpatica come lui. Senza comparire sulle copertine dei rotocalchi, tutti ne vennero a conoscenza. A Antonio tutti gli volevano bene, rimediava sempre due spicci per sfamarsi e c’era sempre qualcuno pronto a riprenderlo quando si metteva a passeggiare in mezzo alla carreggiata. Circa dieci anni fa è venuto a mancare, dissero infarto. Il lutto è stato generale e il cordoglio diffuso. Della sua donna in poco tempo si sono perse le tracce.
Oggi ho avuto l’onore di conoscere il Conte, ovvero il matto del Nomentano, che in particolare presidia la zona tra Piazza Bologna e Via Livorno. Un’amica che vive lì mi ha riferito che si vocifera lui fosse un conte, una persona di nobili origini, che non si sa come è finito tra le panchine di Via Salento a salutare i passanti. All’apparenza pare burbero, ma se gli vai vicino ti fa buonasera e inizia a parlare. È sempre pronto a dispensare consigli e opinioni, faccia a faccia con la gente, con le persone, senza preferenze di sesso, razza, età; senza concepire l’idea di un rivale da superare, di un nemico da sconfiggere, di uno stronzo che esiste solo per fregarti il posto sull’autobus. Per lui c’è spazio per tutti. Per lui tutti amici.
Ora una domanda: chi è il matto, lui che saluta il prossimo, o noi che non lo salutiamo? Lui che parla o noi che non parliamo? Lui che fischia, o noi che non fischiamo? Lui che cammina, passeggia, o noialtri che soltanto corriamo?


Bel post Ja!
Il modo in cui gli esseri umani hanno dis-imparato la comunicazione è una di quelle piaghe che ci affligge oggi più che mai.
C’è un’iper-comunicazione, piace definirla così, ma alla fine questo iper porta spesso a non dirsi nulla.
Mi piace pensare che esista un mondo in cui potersi fermare a parlare con uno sconosciuto su una panchina assolata, e scambiarsi opinioni e raccontarsi di com’è la vita, e alla fine alzarsi, con la sensazione di essersi detti davvero qualcosa.
Un saluto
Grazie!
Assolutamente giusta la riflessione, penso di essere un appassionato di matti. Magari a volte sembrano invadenti, a volte assurdi nella loro ripetizione di gesti sempre uguali (come il famoso “viva la liberta’!” di San Lorenzo, chi lo conosce?), pero’ alla fine ti lasciano qualcosa di indelebile…
mi vien subito in mente Whitman che si chiede:
“Straniero, se passando m’incontri e vorresti parlarmi, perché non dovresti parlarmi?
E perché non dovrei io parlare a te?”
perchè il dire anche solo “ciao” ad uno sconosciuto è diventata una cosa che ti rende un matto, fa quasi paura a molta gente. Ma io dico che ogni tanto, al giorno d’oggi, faremmo meglio ad abbracciarci, perfino
bravissimi, concordo a pieno.
Non so Antonio, nè il Conte, comunque tu sei matto
“Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole”
cantava qualcuno, anche lui matto che parlava di matti
per altro, in questo felice mondo pieno di comunicazione, credo stiano rivalutando la possbilità di mandare a puttane la legge Basaglia. Inizio a vedere servizi su quanto sono pericolosi i matti, pare uccidano tutti e mettano in difficoltà chi li sostiene, una tragedia, questo, e poi sembra siano gli unici in grado di sottrarsi ancora (o quanto meno evadere) alle pressioni ed alle influenze di chi sta lassù: pericolosissimi insomma, terroristi anzi, e infatti fanno terrore ai più
che tristezza…
I matti spesso vengono considerati tali perché appartengono ad una semplice minoranza. Non si curano di quel che pensa il mondo attorno, e come può importare, se si ha un mondo proprio dove vivere senza condizionamenti? Non siamo, forse, tutti un po’ folli, allora?
Hai un bel blog, complimenti, apprezzo molto ciò che scrivi.
P.S.: Da me c’è il matto del paese; sarà pure matto, ma è l’unico che per strada cammina a testa alta e col sorriso stampato sul viso.
Che sia l’unico, forse, che sa vivere davvero?
Saluti,
Giulia
Grazie DR3NA! Essere davvero matto oggi è privilegio di pochi..

Poi, Giulia. Grazie infinite per il commento, ogni volta ricevere complimenti mi rincuora. Sul fatto che siamo tutti un po’ folli mi viene in mente il titolo del film con Claudio Bisio: “Da vicino nessuno è normale”, che dovrebbe focalizzare proprio su questo argomento. Sul matto del tuo paese invece sono pure io dell’opinione che è l’unico a viversi la vita: perciò l’unico, direi, rimasto normale.
Saluti!
Jacopo
e giusto per aggiungere un’altra citazione a me cara:
Il matto arriva con la schiena curva
Con il secchio, il pennello e l’atlante
Ha la bocca piena di poesie e parole
Ha una scorta che è sempre abbondante
Di storie e di offese
E di belle speranze
(…)
Il matto arriva con le pezze al culo
E se ti vede ti tende la mano
Il matto parla con lo sguardo perso
Sogna forte
E vede lontano
vede lontano, ecco..e non ti nascondo che io nutro una certa invidia per quegli apparenti squilibrati capaci di vedere lontanissimo, oltre le bigotterie di quartiere e di paese, oltre la moralità popolare ed il buon gusto, oltre ogni coscienza lavata.


da me lo scemo del villaggio per eccellenza ti ispirerebbe circa dieci post del genere, è un vecchino arzillissimo dal doppio mestiere: costruttore di luminarie quando è in borghese, aspirante monsignore quando non lo è. è sempre in giro su una bicicletta ed una scala indosso, porta cappello e calze fucsia perennemente in vista, dice di fare commissioni in giro per il paese. poi quando si ferma si mette l’abito talare (che chiaramente cambia in funzione del periodo liturgico) si piazza sul marciapiede del corso centrale, allestisce un altarino home-made, accende lo stereo coi canti liturgici e celebra una vera e propria messa sul marciapiede. tutto ciò ogni santa domenica, ignaro dei passanti..di sesso maschile.
perchè ovviamente ad ogni essere vaginadotato si gira, s’interrompe un attimo ed inserisce, con nonchalance degna di un’improvvisazione jazz, un commento maniacale e trash sulla di lei beltà, presunta e non.
sacro e profano in un solo risultato: la messa.
anni fa lo sgamarano in un confessionale mentre si spacciava per prete e quando ero piccola ricordo che ogni domenica tentava di afficancaresull’altare il prete durante la funzione per essere poi puntualmente e malamente cacciato da quest’ultimo a calci in culo
scrive delle epistole dirette al papa ma che, non si sa come, sono in mano al macellaio suo vicino di casa..
potrei continuare per ore con aneddotica varia ma credo sconfinerò in un post mio, a mia volta
vabbè, tutto sto prolissame giusto per aggiungere una nota bizzoca al romanticismo storicamente attribuito alla figura del matto
adoro leggerti, lo sai.
che bel commento! senza parole!
il vecchino del paese entrerà a far parte della mia mitologia di matti nonché delle persone personalmente ammirate… mi sarei piegato dalle risate a guardare il prete che prende a calci (!) il vecchio e quest’ultimo che gli lancia una benedizione… e magari gli porge pure l’altra chiappa..!
grazie!
Dio mio……….forse non ti sei reso conto di cosa stai parlando!
Stai attento che se il coperchio salta…….qui succede la rivoluzione
:-))
TANTA COMUNICAZIONE NESSUNA COMUNICAZIONE.
La gente è sola, sperduta in una solitudine immensa; solo così si spiega il “boom” dei mezzi di comunicazione. Ma (e c’è un ma…….c’è sempre un “ma”) il problema non è nei mezzi di comunicazione MA NEI CONTENUTI. Riflettiamoci: siamo nell’epoca dell’ “UOMO VUOTO”.
Scusate il pessimismo. Un abbraccio.
gaetano presto vengo a trovarti!
in ogni caso la mia intenzione era proprio quella di far saltare il coperchio e aprire il vaso di pandora!!…
concordo sulla vuotezza diffusa dell’uomo d’oggi.