Archivio mensile per novembre 2008

Sotto fuoco manuale

La mente umana vista da vicino è un labirinto senza uscita, un problema np-completo, un incalcolabile sorgente di paradossi e contraddizioni logiche. L’essere umano è un magnifico vaso di porcellana:  ogni esemplare, visto da vicino, è unico nella fattura; chiunque, nell’universo-mondo, possiede un dettaglio, una sbavatura, un luccichìo che lo rende unico. Visto da lontano, invece, è indistinguibile dai propri simili. Tutti sembrano uguali. Lo sto scoprendo ora studiando scienze informatiche, incredibile eh? Nel buio totale ho trovato le reti sociali. Distribuzioni di probabilità, grafi, logica fuzzy, reti complesse, modelli piccolo mondo. Crawlers, Information Retrieval, Data Mining. Persone come nodi, persone come numeri, relazioni come archi, gruppi come componenti connesse.
Gli uomini e le donne visti dall’alto non si discostano tanto dalle pecore. Immaginate di volare sulla protosfera e di poter fluttuare liberamente con un jetpack: noterete qualcosa come massa bianca e lanosa che regolarmente bruca erba e segue il cane pastore di turno. Noterete un groviglio impressionante di strade e strette di mano,  un termitaio in larga scala.  Un sistema a grandi linee prevedibile, generalizzabile, modellabile, che segue le leggi della biologia o, se volete, che rispetta l’equazione di Dio. Eccetto qualche eccezione. Qualche pecora nera, qualcuna smarrita, qualcuna e nera e smarrita. Sono i pochi moscerini predestinati a liberarsi dalla tela del ragno, e che attoniti osservano gli altri sgambettare negli schemi della natura.
Uomini, donne: corpuscoli colorati che popolano un puntino di terra minuscolo che ruota e fluttua nell’immensità fredda e immutabile dell’universo celeste. Non dimenticatelo. Ridimensionatevi.

Credo che sia arrivato il momento di riempire qualche bottiglia e dare un senso a ciò che ormai faccio, volente o nolente, da 3 anni a questa parte. Siete liberi di lamentarvi nel caso il blog assuma una linea noiosa.


Terzani nelle scuole

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Giuni Russo - Oceano d’amore

L’ultima pagina di Un altro giro di giostra si avvicina e so già che quando avrò finito, la sera, a letto, prima di addormentarmi, mi mancherà la saggezza e il sorriso di Tiziano Terzani. Fu lo stesso con Un indovino mi disse! Il libro è eccezionale: spero, un giorno, di trovare le parole per descriverlo a tutti voi. Per ora sappiate che se mai sederò dietro una cattedra di scuola, obbligherò i miei alunni a leggerlo e a rifletterci. Anche se proprio Terzani era il primo a suggerire che «la vera conoscenza non viene dai libri, neppure da quelli sacri, ma dall’esperienza», le sue parole, secondo me, sono in grado di elevare la persona di quel gradino necessario per cominciare a pensare.


Arezzo

Arezzo è una bella città. Se ti affacci dal parapetto del parco a Nord, il paesaggio appenninico autunnale sembra un quadretto in tempera. Se poi, sempre nello stesso parco, ti siedi sulla panchina di fronte a quel cedro secolare, ampio e maestoso, ti appare davanti una scena lontana, remota, ma già vista. Scavando, capisci che è la versione viva della bandiera del Libano. Se decidi che è ora di pranzo, e sei una persona che si lascia attrarre dai cartelli scritti a mano, in carattere antico, cadrai nel tranello, e pagherai oro un po’ di pane coi selci. Se ti viene voglia di un caffè o una cioccolata calda, c’è il Caffè dei Costanti, in pieno centro, sotto lo sguardo vigile di Vittorio Fossombroni, famoso idraulico, economista e politico (uno che ci capisce, insomma). Il caffè e la cioccolata, lì, non hanno prezzo.
Non ho ritratti in foto di queste immagini. O meglio, le ho, ma impresse altrove. Sulla pellicola della mia mente.
Per voi ho altre cose. Quattro scatti. Veloci, fortunosi, istintivi.

Bimbe spensierateSolitude, 2FacelessSogni


Lo chiamano «il Conte»

Sono giorni che mi divido tra la voce di Guccini e la sfida della fotografia. Ho aggiornato la flickr-galleria con sei-sette scatti nuovi, tutti frutto dello stesso albero: la mia amatissima metropoli.

il Conte

Roma è una città che chiede, pretende tanto, ma al contempo è una città che offre.
Per dire: non è più una città  dove rioni e quartieri  sono entità precise e sentite; le signore non usano più affacciarsi alla finestra per spettegolare con la vicina di casa e le rivalità tra comitive sono un costume svanito negli schermi cinematografici. Quando la vita scorreva a ritmi a misura d’uomo era certamente diverso, si aveva tempo per i rapporti umani, dolci o amari che fossero; oggi invece si corre a regime di mercato e i confini, che ostacolano non tanto chi ama unirsi quanto chi ama affannarsi, sono stati abbattuti, azzerati.
Eppure c’è una cosa che ha resistito nel tempo: la figura del matto del quartiere. Se è vero che non si sa  più neanche il nome del vicino di casa, ché in questo mondo precario e frenetico se ne cambia uno al mese, è anche vero che tutti, tutti, tutti quanti conoscono il matto del proprio quartiere; lo chiamano per nome e ci si affezionano.
Dove abito io c’era Antonio, viveva in una roulotte nella piazza di fronte la parrocchia e passava la giornata vagabondando per le strade e lanciando fischi acuti come quelli del falco. Un giorno si era anche fidanzato e aveva  deciso di condividere la roulotte con la sua amata – vecchia e simpatica come lui. Senza comparire sulle copertine dei rotocalchi, tutti ne vennero a conoscenza. A Antonio tutti gli volevano bene, rimediava sempre due spicci per sfamarsi e c’era sempre qualcuno pronto a riprenderlo quando si metteva a passeggiare in mezzo alla carreggiata. Circa dieci anni fa è venuto a mancare, dissero infarto. Il lutto è stato generale e il cordoglio diffuso. Della sua donna in poco tempo si sono perse le tracce.
Oggi ho avuto l’onore di conoscere il Conte, ovvero il matto del Nomentano, che in particolare presidia la zona tra Piazza Bologna e Via Livorno. Un’amica che vive lì mi ha riferito che si vocifera lui fosse un conte, una persona di nobili origini, che non si sa come è finito tra le panchine di Via Salento a salutare i passanti. All’apparenza pare burbero, ma se gli vai vicino ti fa buonasera e inizia a parlare. È sempre pronto a dispensare consigli e opinioni, faccia a faccia con la gente, con le persone, senza preferenze di sesso, razza, età; senza concepire l’idea di un rivale da superare, di un nemico da sconfiggere, di uno stronzo che esiste solo per fregarti il posto sull’autobus. Per lui c’è spazio per tutti. Per lui tutti amici.
Ora una domanda: chi è il matto, lui che saluta il prossimo, o noi che non lo salutiamo? Lui che parla o noi che non parliamo? Lui che fischia, o noi che non fischiamo? Lui che cammina, passeggia, o noialtri che soltanto corriamo?


Obama

Festeggiamo la vittoria di Barack Obama!
Noi, intesi come Noi-Mondo, ipotechiamo:
un pugno d’ettari di foresta tolto al cemento,
qualche chilometro quadro di cielo azzurro sfilato ai gas,
alcune centinaia di vite risparmiate alle bombe,
la speranza concreta di un mondo diverso.

(al tg5 nessun accenno al programma e alle idee del nuovo presidente degli Usa, piuttosto un dettagliato inventario del museo degli animali domestici vissuti nei tempi in Casa Bianca. Sarà che parlare di: no al nucleare, ritiro delle truppe in Iraq, politica estera multilaterale, salute pubblica, istruzione pubblica, ugualianza sociale, diritti civili… possa ora infastidire chi si ostina a viaggiare in direzione opposta? possa turbare l’animo di chi fino a due settimane fa lavava i calzini a Bush? possa svergognare chi di Democratico ci ha solo il nome? Spegnete la tv, parliamone online. Non stasera però: stasera brindiamo in Trastevere.)


Riflessioni su una lotta, 7

Non c’è nulla di più sbagliato del definire la protesta contro i tagli Tremonti-Gelmini come « contestazione apolitica ». Molte sono le persone, anche dentro il movimento, che si ostinano a dire: « No, qui la politica non c’entra niente. », qui si fa altro. Altro? Non è forse un preciso disegno politico quello contro cui stiamo urlando contro da giorni? Non è il manifestare per le strade le proprie idee con creatività e impegno il modo più sano e diretto per fare politica? Non è protestando, pretendendo cioè il confronto, che si irrora la democrazia? Si chiama politica dal basso: per una volta il teatro è la piazza e non la Camera, e i protagonisti i cittadini e non i colletti bianchi. Non a caso il De Mauro indica la politica come “l’attività di chi prende parte alla vita pubblica“.
Orbene, per interpretare la diatriba
ci sono due possibilità. O la gente confonde (delittuosamente) la politica coi partiti, umiliando sé stessa e mortificando il diritto e le responsabilità dell’individuo e delle collettività; un conto infatti è definirsi apartitici, un altro conto apolitici. Oppure continua a ciondolarsi sull’idea che la riforma per cui si protesta non sia nata da un preciso disegno politico, ma magari dall’idiozia di un singolo ministro o altro. Nel primo caso dimostra ignoranza, nel secondo ingenuità. Sta di fatto che l’espressione è condivisa da molti nel movimento, soprattutto tra chi scende in piazza per la prima volta. Assistiamo all’infelice ascesa di un aggettivo che fa da collante in un popolo da un lato intorpidito nell’indifferenza  e nell’individualismo e dall’altro inorridito da uno Stato astratto e assente e identificato in una classe politica immorale; un termine che colma il vuoto di pensiero e porta a dimenticare che c’è chi politicamente difende la legge 133 e chi politicamente la rifiuta. Chi vuole instupidire le masse per controllarle, e chi eticamente non lo ammette. Chi antepone l’interesse del privato a quello pubblico, e chi ancora crede nell’egualianza sociale. Chi vuole dilatare il divario economico tra ricchi e plebei, e chi invece si muove per diminuirlo.
Il triste dato è che oggi le persone sono disabituate a interessarsi di cosa pubblica, e quando si trovano costrette a drizzare la schiena e alzare la voce hanno paura e preferiscono rifugiarsi in un’alfa privativo davanti a quello strano alieno chiamato « politica ». E quindi la negano, come se il farla in prima persona non fosse qualcosa di nobile, ma di dequalificante.
Un atteggiamento deviante e nocivo. Perché inasprisce il distacco delle persone dalla vita democratica; perché rassoda negli schemi della collettività la relegazione della politica nelle camere stagne del Parlamento e del Senato; perché riduce ciò che è diritto-dovere (onore-onere) di tutti a privilegio-passatempo di pochi.



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