qualche riga di fretta per
martedì, 07 ottobre 2008 di Jacopo
qualche riga di fretta per rompere la parete di ghiaccio che delinea il confine tra ispirazione e stanchezza; tra istinto nel gettare le parole in tavola e perferzionismo nel comporle.
vivo nel riflesso di una società in cui si comunica troppo. in cui tutti sanno tutto di tutti e di tutto, ma nessuno ha capito niente. l’occidente somiglia a un ottovolante dove a volare non è la gente che ci si siede sopra, ma l’otto stesso. la gente, formando un penoso millepiedi senza coscienza, muove gli arti freneticamente e sposta la striscia di metallo. le braccia sono tante e fin troppo robuste, ma la giostra pesa, è metallo pesante e tossico, e sono sempre più i momenti in cui gracchia cigola starnazza e urla di dolore e di minaccia. la gente comunica e consuma a comando, come un’enorme claque che al segnale applaude per la maria de filippi di turno: ora in formato famiglia nei cornflakes, ora in formato silicone per gli scapoli, ora in formato classic, carne e ossa, per le casalinghe di voghera. una società bulimica che muore di bulimia. o rimbalza nell’anoressia. una società completamente scalibrata. uno zombie ricolmo di vermi dove vige la dittatura del più ingordo. finché regge, ovvero finché riesce a deambulare nel vuoto eterno, l’anatomia del potere non varia. ambizione del verme è dominare altri vermi: tra le costole, tra i nervi, dietro le palpebre o negli orifizi più tetri il verme si contorce nello spasmo della gola e dell’avidità. pretende il suo pezzo di carne, che sembra non bastare mai. non importa come dove e perché, conta solo quanto. quanto? tanto! tutto! vuole grasso, serve grasso. e allora lotta combatte uccide i suoi fratelli, inventa schemi fedi differenze, tira cannonate e coltellate, schiaccia la testa del suo acerrimo nemico con lo stivale della codardia, vince, ottiene il grasso e che fa? lo mastica malamente e lo inghiotte e nella foga manco lo assapora, ma subito lo vomita sugli altri per sopraffarli. questo è lo scopo: vedere gli altri, indistintamente, morire annegati nella loro confermata inferiorità. vedere i suoi simili sommersi dallo stesso cibo che sarebbe bastato a tutti per vivere. dagli stessi soldi, denaro liquido cash sonante, sufficienti a costruire i ponti, curare gli ammalati, istruire gli ignoranti, purgare gli avidi, e premiare gli umili.

Ho paura che sia qualcosa di intrinseco nella società umana. Se trasliamo questo discorso a qualche secolo fa (togliamo i cornflakes e la bulimia d’informazione, magari), non vedo molta differenza…
Sono d’accordo che in larga parte l’umanità contenga il seme dell’avidità, dell’egoismo, e di altre brutte qualità. Proprio per questo sarebbe compito della società educare le persone e regolare (almeno in parte) la distribuzione del denaro. Noi, ahimè, in Italia ci ostiniamo a prendere esempio dal neoliberismo americano (si veda ad esempio l’ennesimo scandalo nel mondo dell’università, con la legge 133) allontanando sempre più il sogno di uno stato sociale…
La legge 133 è una vergogna, ma in fondo è solo un piccolo, piccolissimo ingranaggio di un disegno molto più ampio. Il problema è che la società si è rammollita e accetta supina tutto quello che passa (e giustifica, attraverso i media) il convento. Non è poi così distante da 1984…