È ora che domani ho un esame che mi capita di inquietarmi di nuovo, come sempre, di fronte un trampolino che mi sembra troppo alto per le mie capacità. È ora che mi lavo i denti e cammino avanti e indietro, come forsennato demonio solitario, e di là suona Monday di Ludovico Einaudi che ho ascoltato dal vivo lo scorso 30 Aprile, sbadigliando nell’estasi delle sue note galanti in scaletta improvvisata; ad osservare e a godere con un amico e la fortuna e lo stupore di non averci nessuno nei posti adiacenti, di poterci poggiare le giacche e usufruirne interamente i braccioli, poggiarci giù, reggerci la testa per non farla cadere, perché Einaudi ti fa dormire, e ti fa dormire sonni mai visti, ti rilassa la pelle e ti libera l’anima. Le sue note come respiro e come migliore preambolo per un evento imminente, un evento che mi fece volare alto con la fantasia, un evento che non sto qui a dire, che tutti ignorano e tutti sanno.
In camera c’è Monday a ripetizione e domani ho l’esame e so che probabilmente cadrò nelle trappole di una pignoleria tanto giusta quanto crudele. Respiro e cammino e ogni tanto lancio lunghi respiri e ogni tanto allungo il passo. Vado avanti e indietro con lo spazzolino tra i denti e ripenso ad Amburgo, (olè, si comincia!), ripenso a Sebastian, biondo alto snello coetaneo e coinquilino in ostello. Mi è rimasto impresso il suo stato di crisi. Era così evidente la sua crisi generalizzata che me ne accorsi subito e non trovai modo di smentirmi. Ci ha messo poco ad attaccar bottone e all’inizio mi ha fatto piacere; ma c’era qualcosa che mi turbava. Erano i suoi occhi, piccoli ma a forma di cerchio perfetto e impostati in uno sguardo sgranato e attentissimo. Erano loro a turbarmi. E il suo andare avanti e indietro con quel fottuto spazzolino, avanti e indietro per la camera, allontanandosi dal lavandino e avvicinandosi ripetutamente al mio letto dove ero sdraiato e cercavo di riposare, e continuava la sua opera di pulizia dentale, parlando e spazzolando con foga, camminando all’impazzata, impastandosi la bocca di dentifricio: inquietandomi irreversibilmente. Io ero lucido e sapevo che non c’era da temere, ma sapete quanto può innervosire un palo che cammina avanti e indietro in camera e spazzola i denti e parla? Molto più quando una persona biascica la mela a tavola o beve l’acqua lasciando latrare l’esofago. I dialoghi con lui si fanno serrati, parliamo tanto, dice cretinate, lo ascolto, lo assecondo: cavolo, e con questo ci devo passare una notte in camera? Porca vacca. Dopo aver saputo le mie origini italiche spara subito un paio di luoghi comuni sugli italiani, e non posso che dargli ragione. Poi mi rivela essere profondamente cattolico, mi fa: – e tu? Anche io, Sebastian, anche io… Va tutto bene ok? Poi mi parla di calcio. Kakà per lui è il più forte della squadra, io commento senza sapere, dico che anche io la penso così, ci ficco in mezzo Ronaldinho, sì, anche lui è proprio forte! Poi mi dice che ha visto in TV che in Italia i rumeni vivono nei cespugli. Possibile?! esclama. Qui non lo sopporto più. Gli dico che ciò che ha visto è falso, che i rumeni sono persone e non bestie, che il servizio doveva essere capzioso. Magari della RAI. Insomma, l’ho contraddetto su cose e su molte altre ho sorvolato. Povero Cristo. Mi ha fatto una tenerezza assurda quando di sera, dopo aver ripetuto la pantomima dei denti (non era proprio capace di stare al lavandino a lavarseli), si è sdraiato al suo posto per dormire, si è arrotolato nel lenzuolo come una larva nel bozzolo, e mi ha raccontato del suo amore proibito. Natasha. È croata e di mestiere controlla i biglietti nel treno che Sebastian prende tutte le mattine per andare non so dove. Dice che è la donna più bella di sempre. È l’amore della sua vita e vuole sposarla, sospira. Beh, allora, tu che sei italico e con le donne ci sai fare, dimmi, che devo fare? – Chiedile il numero!, parlaci!, non farla sfuggire! – ma mi vergogno!, sono timido! una volta stavamo parlando e mi ha chiesto: che fai dopo? io le ho risposto: vado a casa che sono stanco, dici che lei lo ha interpretato come un mio rifiuto? – Forse!, dovevi chiederle il numero e poi un sms e via, fatti coraggio quando torni! – Ma non ce la faccio! Ho paura di compromettere l’amicizia. Non reggerei lo sconforto di un no e dell’obbligo di rivederla. Smetterei di prendere il treno, beh, sì potrei anche… Ma no, non ce la faccio. – Ma devi! – Ma no…
Ora che aspetto una telefonata di soccorso per capire un passaggio del Teorema di Erdös, mentre di là suona Einaudi, mi ritrovo a camminare avanti e indietro in bagno, con lo spazzolino in bocca e la mente tesa come una corda di violino. E non posso non dedicare un pensiero a Sebastian, al suo disagio, alle sue paure, alle sue ferite, alle sue vergogne, ai suoi blocchi, alla sua allampanata debolezza. Si agitava così, mi guardava così, e così parlava e annuiva, con lo spazzolino in bocca. Come me, ora.
Nota: Parlerò ancora di lui, restate sintonizzati…