Archivio mensile per settembre 2008

Finally We Are No One

Stava risuccedendo. Un attimo in più e mi sarei commosso di nuovo e di brutto, come quella volta che ho infranto la notte delle campagne laziali in sella a un cavallo meccanico. C’è mancato poco le lacrime non mi appannassero la vista rendendo inutili i fari, che pure godevano dello status d’abbaglianti. La lucina blu vicino al contagiri è già di per sé un ottimo motivo per essere contenti: per una volta non è l’ambiente circostante ad illuminare me, con luci artificiali, statiche in pali che troppo assomigliano a paletti, ma l’opposto. Per una volta sono io ad illuminare il resto.  Io, la macchina, l’immancabile Einaudi nel sottofondo e i fari, dritti e potenti lame del colore degli angeli e della luna. Guidavo e provavo a dissociarmi dal corpo e dall’auto, per salire in cielo e osservarmi dall’alto. Sembravo un coleottero in volo di ricognizione. Abbastanza lineare nelle traiettorie, sempre imprevedibile nei cambi di rotta. Piccolo, davvero piccolo, un niente nell’immensità dell’universo. Eppure sembrava sicuro di sé, visto il suo forsennato battito d’ali; visti i diecimila colpi al secondo, vista la decisione quasi scabra nel moto, pareva lui l’artefice del suo percorso. E invece seguivo la traccia d’asfalto che tagliava la terra umida delle foreste umbre, una strada tutte curve e in salita.  Un po’ come la mia vita ora. Un romantico susseguirsi di curve e salite.
Sfido l’atmosfera e tiro giù il finestrino. Adoro il freddo pungente della foresta e l’ossigeno puro che apre fino all’ultimo degli alveoli.


Sebastian, 1

È ora che domani ho un esame che mi capita di inquietarmi di nuovo, come sempre, di fronte un trampolino che mi sembra troppo alto per le mie capacità. È ora che mi lavo i denti e cammino avanti e indietro, come forsennato demonio solitario, e di là suona Monday di Ludovico Einaudi che ho ascoltato dal vivo lo scorso 30 Aprile, sbadigliando nell’estasi delle sue note galanti in scaletta improvvisata; ad osservare e a godere con un amico e la fortuna  e lo stupore di non averci nessuno nei posti adiacenti, di poterci poggiare le giacche e usufruirne interamente i braccioli, poggiarci giù, reggerci la testa per non farla cadere, perché Einaudi ti fa dormire, e ti fa dormire sonni mai visti, ti rilassa la pelle e ti libera l’anima. Le sue note come respiro e come migliore preambolo per un evento imminente, un evento che mi fece volare alto con la fantasia, un evento che non sto qui a dire, che tutti ignorano e tutti sanno.

In camera c’è Monday a ripetizione e domani ho l’esame e so che probabilmente cadrò nelle trappole di una pignoleria tanto giusta quanto crudele. Respiro e cammino e ogni tanto lancio lunghi respiri e ogni tanto allungo il passo. Vado avanti e indietro con lo spazzolino tra i denti e ripenso ad Amburgo, (olè, si comincia!), ripenso a Sebastian, biondo alto snello coetaneo e coinquilino in ostello. Mi è rimasto impresso il suo stato di crisi. Era così evidente la sua crisi generalizzata che me ne accorsi subito e non trovai modo di smentirmi. Ci ha messo poco ad attaccar bottone e all’inizio mi ha fatto piacere; ma c’era qualcosa che mi turbava. Erano i suoi occhi, piccoli ma a forma di cerchio perfetto e impostati in uno sguardo sgranato e attentissimo. Erano loro a turbarmi. E il suo andare avanti e indietro con quel fottuto spazzolino, avanti e indietro per la camera, allontanandosi dal lavandino e avvicinandosi ripetutamente al mio letto dove ero sdraiato e cercavo di riposare, e continuava la sua opera di pulizia dentale, parlando e spazzolando con foga, camminando all’impazzata, impastandosi la bocca di dentifricio: inquietandomi irreversibilmente. Io ero lucido e sapevo che non c’era da temere, ma sapete quanto può innervosire un palo che cammina avanti e indietro  in camera e spazzola i denti e parla? Molto più quando una persona biascica la mela a tavola o beve l’acqua lasciando latrare l’esofago. I dialoghi con lui si fanno serrati,  parliamo tanto, dice cretinate, lo ascolto, lo assecondo: cavolo, e con questo ci devo passare una notte in camera? Porca vacca. Dopo aver saputo le mie origini italiche spara subito un paio di luoghi comuni sugli italiani, e non posso che dargli ragione. Poi mi rivela essere profondamente cattolico, mi fa: – e tu? Anche io, Sebastian, anche io… Va tutto bene ok? Poi mi parla di calcio. Kakà per lui è il più forte della squadra, io commento senza sapere, dico che anche io la penso così, ci ficco in mezzo Ronaldinho, sì, anche lui è proprio forte! Poi mi dice che ha visto in TV che in Italia i rumeni vivono nei cespugli. Possibile?! esclama. Qui non lo sopporto più. Gli dico che ciò che ha visto è falso, che i rumeni sono persone e non bestie, che il servizio doveva essere capzioso. Magari della RAI. Insomma, l’ho contraddetto su cose e su molte altre ho sorvolato. Povero Cristo. Mi ha fatto una tenerezza assurda quando di sera, dopo aver ripetuto la pantomima dei denti (non era proprio capace di stare al lavandino a lavarseli), si è sdraiato al suo posto per dormire, si è arrotolato nel lenzuolo come una larva nel bozzolo, e mi ha raccontato del suo amore proibito. Natasha. È croata e di mestiere controlla i biglietti nel treno che  Sebastian prende tutte le mattine per andare non so dove.  Dice che è la donna più bella di sempre. È l’amore della sua vita e vuole sposarla, sospira. Beh, allora, tu che sei italico e con le donne ci sai fare, dimmi, che devo fare? – Chiedile il numero!, parlaci!, non farla sfuggire! – ma mi vergogno!, sono timido! una volta stavamo parlando e mi ha chiesto: che fai dopo? io le ho risposto: vado a casa che sono stanco, dici che lei lo ha interpretato come un mio rifiuto? – Forse!, dovevi chiederle il numero e poi un sms e via, fatti coraggio quando torni! – Ma non ce la faccio! Ho paura di compromettere l’amicizia. Non reggerei lo sconforto di un no e dell’obbligo di rivederla. Smetterei di prendere il treno, beh, sì potrei anche… Ma no, non ce la faccio. – Ma devi! – Ma no…

Ora che aspetto una telefonata di soccorso per capire un passaggio del Teorema di Erdös, mentre di là suona Einaudi, mi ritrovo a camminare avanti e indietro in bagno, con lo spazzolino in bocca e la mente tesa come una corda di violino. E non posso non dedicare un pensiero a Sebastian, al suo disagio, alle sue paure, alle sue ferite, alle sue vergogne, ai suoi blocchi, alla sua allampanata debolezza. Si agitava così, mi guardava così, e così parlava e annuiva, con lo spazzolino in bocca. Come me, ora.

Nota: Parlerò ancora di lui, restate sintonizzati…


Kicks Joy Darkness

omissis
ovvero
vederlo e vederlo a colori ci fa stare bene.


Incendio a Helsinki

Incendio ad Helsinki

Non so per quale arcano istinto autolesionista ho immaginato un mondo in cui ti avrei conosciuta tre anni prima. Pochi istanti ancora e avresti dimezzato la distanza tra noi e avresti avuto altri tre lunghi anni di ingenuità e innocenza per coltivarmi e farti coltivare senza condizionali nocivi e con l’ottimismo sognante di chi crede nella vita come occasione di festa. La leggerezza e l’incoscienza non sarebbero stati lumi da rincorrere, ma falò da controllare. Il fato ha voluto andasse diversamente.

Quell’accento sulla ì avrebbe continuato a zuccherare le mie giornate romane. Gli obblighi della settimana sarebbero diventati cornice di un quadro dipinto a quattro mani. Io avrei intinto il pennello nei colori freddi perché mi piace la Scandinavia e tu nei caldi per contraddirmi. Avremmo litigato di più ma ci saremmo perdonati più facilmente. Gli impegni, tediosi come al solito, cos’altro se non qualche stupida alga in un mare di lussuriosa creatività. Saremmo andati avanti a lungo, e in lungo e in largo. Nessuno si sarebbe stufato ricorrendo ai se e ai ma. Avremmo avuto ragioni solide su cui accanirci e su cui riposarci. Avremmo pianto lacrime diverse. Sarebbe stato possibile discutere in modo costruttivo. Ma così non è andata.

Mi ritrovo qui a urlare a questo piccolo mondo il mio rifiuto per la legge della zanna e del bastone. A dispensare coraggio a chi è ancora in tempo. A ringraziare amiche e amici che fanno quadrato e si sbigottiscono e si arrovellano e c’è chi dice che sono io che sono impegnativo e le donne si spaventano e chi dice vedrai che tornerà e chi semplifica sono tutte matte. Non tutti hanno ragione, non tutti hanno torto. L’unica cosa che non possono sapere è quanto è difficile maneggiare un idrante, quando a prender fuoco sei tu.


Dancalia

Parole cadono come fiocchi di neve sul cemento. Si sciolgono senza lasciare segno.  Si sciolgono nel silenzio da loro stesse generato. Diventano acqua e scompaiono. Come i morti di una guerra. Tutti uguali, ammassati, senza divisa, senza identità, senza storia. Marciscono sul terreno, diventano pasto di sciacalli e avvoltoi, infine cenere ai piedi di una lapide al milite ignoto.


deglutire il passato

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in una tisana
improvvisata, amara
di caso,
spietate interazioni,
destini annodati
in coincidenze
presunte
tratteggiate
violente.
un sorso per guarire in fretta,
due occhi rossi
per l’eccesso;
un affanno
un sospiro:
diventare sonno
senza memoria.



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