una musa. altro.
mercoledì, 12 marzo 2008 di Jacopo
quanto sarebbe bello poter scattare un’istantanea alla nostra situazione interiore. in un flash, mettere per iscritto pensieri, emozioni, umori, comprensivi di perché e percome. fotografandoci dentro non perderemmo nulla di tutto ciò che inevitabilmente sfugge quando trasponiamo su carta. l’inchiostro, nel percorso dalla penna al foglio di carta, si lascia dietro buona parte della linfa che noi vorremmo fissare. d’altra parte, la bravura dello scrittore di flussi emozionali è misurabile nella meticolosità e nell’interezza con cui segna ciò che prova. supposto che i contenuti li posseggano tutti, ivi compresi formiche, cani e cactus; supposto che la grammatica, la morfologia e la sintassi tutti possano studiarle; supposto che lo stile si plasmi nel tempo e che non sia ciò di cui ora mi interessa discutere, direi che all’ago della bilancia vanno minuziosità e completezza (dell’immagine raffigurata). luce e prospettiva, se fosse foto. ma foto non è, non può essere, piuttosto è dipinto. inquadrare il proprio status emotivo è una pratica che si avvicina alla pittura. c’è la fretta: il nostro cuore è colmo di lava ribollente, lo spirito di caos intimo. bisogna essere rapidi a buttare giù, evitando di (inter)rompere il flusso — jack k. scrisse on the road su un enorme rotolo di carta per non dover cambiare fogli, azione che lo avrebbe irreversibilmente distratto. a proposito di ciò si appura il limite fisico dell’autore — i nervi delle braccia e delle mani non riescono a star dietro alla potenza del cervello, al continuo nascere e morire di pensieri, al costante e fermentante riciclo di energie psichiche. un po’ la stessa relazione che c’è tra i dischi rigidi (meccanici) e la potenza di calcolo di una cpu (elettronica) — la testina si deve pur muovere, poverina. e noi siamo umani. l’ideale sarebbe velocizzare la scrittura e rallentare il flow, un po’ e un po’, in modo da ridurre il gap. (vedete vedete, nerdaggini scientifiche e parole anglofone vanno a braccetto). con troppa foga si otterrebbe l’effetto contrario — prospettiva distorta e sfumature mancanti, carenza di particolari — con troppa poca l’opera rimarrebbe una massa informe e sconnessa. poi c’è la questione del paradosso. il linguaggio è ragione e l’emozione non è ragione. “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.” (p. 5.6 - tractatus logicus-philosophicus, ludwig wittgenstein). qui c’è poco da fare. traduciamo sensazioni in parole, e si sa, i libri andrebbero letti in madrelingua. nonono, non si può. tutto ciò che possiamo fare, è ridurre il danno, la mancanza, gettare un po’ di sabbia nelle buche della tangenziale — e sperare che non piove, sperare che non piove. scrivendo scrivendo e solo scrivendo si arriva ad uno stato di translucidità precaria, un’autoipnosi lungimirante che permette di interpretare meglio le contraddizioni logiche che ci caratterizzano. di sbirciare tra le trasparenze opache delle mille finestre cerebrali — o cardiache, se siete romanticoni. possiamo giungere al confine. ma non oltre. se dovessi accostare tal meccanismo ad una corrente pittorica, parlerei d’impressionismo. ci calza. invece di un tramonto sulla senna d’inverno, si ritrarrebbe, a parole, il proprio, che so, strazio? con le medesime regole guida. abilità e destrezza nell’uso della penna (velocità, ma non troppa); equilibrio tra analisi e sintesi (cattura del maggior numero possibile di punti cardine della condizione, ciascuno descritto a sufficienza); capacità di scelta delle parole (sparisce la dicotomia colore-pennello). introspezione, affiatamento, entusiasmo per la vita. una musa. altro.

questo è un bel post. forse il migliore tra quelli che ho letto.
denso.
…e se la scrittura fosse scultura anzichè pittura?
ci hai mai pensato? ricordi cosa diceva Michelangelo? pur essendo un artista genio, preferiva scolpire perchè questa era la tecnica del ‘togliere’, mentre il dipingere era quella del ‘mettere’.
ecco, Michelangelo ‘toglieva lo soverchio’…per me la scrittura è togliere quel soverchio…quando scrivo sono allo stato puro…senza inutili fronzoli…se dovessi fare un paragone…sicuramente: la Pietà Rondanini.
@pizzicarella: però la scultura richiede tempo e pazienza, io in particolare parlavo di scrittori di flussi, i quali non hanno tempo per mettersi lì con martello e scalpello a creare statue. La scultura la vedo più avvicinarsi alla scrittura di romanzi, o tuttalpiù, di saggi.
@rachele: detto da te vale oro. grazie!
PS. ho corretto una dozzina di refusi! alcuni molto brutti (c’era pure un lapsus freudiano), spero non li abbiate notati. ho il brutto vizio di pubblicare senza revisionare.
io, invece, quando scrivo, al di là di cosa stia scrivendo, sono una scultrice…
tolgo lo soverchio…e lascio libera la mia coscienza, la mia mente, i miei pensieri di correre…fuggire…fluire…tradursi in parole…
@pizzicarella: devi avere una concentrazione molto sviluppata
perchè?
per scolpire ci vuole tempo, pazienza, costanza… e concentrazione.
scrivere mi riesce facile.
Non revisionare. Preferisco leggere direttamente nella tua anima, se posso
@Ali: esagerata!
Assoluto cortocircuito tra mente e cuore, l’essere umano è così.
Ma la scrittura, così come il linguaggio, può non essere solo ragione, lo credo davvero. Scrivere è emozionarsi ed emozionare. E’ talento puro, è il risultato di chi siamo, di ciò che abbiamo vissuto, è la messa su carta del nostro viaggio, del nostro pensiero, di noi.
Come potrebbe non essere emozione…
@AcquaDiFonte: Grazie del commento e benvenuta a bordo
forse gli unici che non si emozionano mentre scrivono sono i contabili, ahimé, pace all’anima loro.
Secondo me scrivere è lasciar fluire. Come aprire un rubinetto e lasciar cadere l’acqua sulle mani che la raccolgono ma ne riescono a trattenere soltanto una piccola parte. E’ limite e libertà allo stesso tempo. E parlo di scrittura naif, perché con un po’ d’esperienza e di ingegno impari a imprimerti dentro e riportare su carta emozioni nuove rispetto alla realtà che ha generato quello che decidi di raccontare.
@Sweeper: grazie Sara, hai ragione, scrivendo si scava nella propria anima, l’inchiostro coglie aspetti che ai sensi sfuggono…
Secondo me la scrittura è paragonabile alla scultura nel processo, ma simile alla pittura nel risultato. Non so se rendo… Comunque lasciami dire, Skymning caro, che hai fatto passi da gigante. Era un pezzo che non ti leggevo, presa da varie cose e stanchezza, e sono rimasta davvero stupita. Non ho che da imparare da te, mi servi da esempio. Un abbraccio.