con o senza cerere

di Jacopo

Cereresotto pasqua la dèa cerere deve avermi benedetto, vista la fertilità che ho raggiunto. dal punto di vista della scrittura, intendo. cioè tutto. ho scritto e pensato tanto da dissociarmi dal corpo e guardarmi da fuori. per una volta ho appeso al chiodo il casco da minatore, e ho lavorato in superficie. ho indagato su cose ovvie, scontate, banali, evidenti per tutti. tranne me. è stato arduo carpire anche la minima informazione. osservare il sé interiore è un po’ come scoprire senza uno specchio le sembianze del proprio volto. ci si tasta e si ricostruisce qualcosa, una bozza approssimativa. molti particolari inesorabilmente sfuggono: il colore dell’iride, ad esempio, (che poi è la parte più interessante). io ho tastato il mio essere scrittore e ho notato che scrivo da autodidatta, e che scrivo per passione. come matteo suona la chitarra o lorenzo la tastiera. chiaramente non parto da zero, ovvero: non è che ieri mi sono alzato e ho cominciato a fare scrittura da me. nessuno prende in mano uno strumento e impara ad usarlo da solo. (salvo rare eccezioni, che puntualmente confermano la regola). serve una spinta, e un maestro che progetta le fondamenta e avvii il cantiere. soltanto in seguito l’apprendista, fissate le basi, può avventurarsi da sé nella costruzione dell’edificio, o perlomeno a tenere in piedi ciò che fu costruito ai tempi. impossibile padroneggiare un’arte senza l’influenza di terzi.
allora come il bimbo si ritrova sulla spalla il violino, io vidi la penna, in mano da sempre, divenire Penna. ma se al bimbo badano i genitori, a indirizzarlo, e poi il maestro, a istruirlo, a me ha provveduto ad ambo le questioni una professoressa. i suoi furono sguardi e sorrisi, mai bacchettate o due nel registro; furono misteriosi incoraggiamenti; furono consigli delicati, a voce bassa; ci mise anima e fegato e delle teorie mi lasciò poco; fatto irrilevante, dato che le teorie, se non sollecitate, si dimenticano. l’essenziale fu che mi contaminò nel profondo. gettò il seme della mia passione per le parole. che fosse già lì, il seme? che so, dentro il pancreas. a lei comunque il merito di averlo curato, annaffiato, e una volta averlo visto germogliare, di averci spruzzato l’antiparassitario. camminavamo per le vie di berlino, mi definì caustico, mai più grande complimento. fu quello il verderame. speriamo tenga per altri tre anni. speriamo che, sebbene gli strani innesti, ne cresca una pianta solida e sprezzante. speriamo io riesca a nutrirla a dovere, nel tempo, con o senza cerere. speriamo. perché senza pianta, addio, non ho più ossigeno.