sotto pasqua la dèa cerere deve avermi benedetto, vista la fertilità che ho raggiunto. dal punto di vista della scrittura, intendo. cioè tutto. ho scritto e pensato tanto da dissociarmi dal corpo e guardarmi da fuori. per una volta ho appeso al chiodo il casco da minatore, e ho lavorato in superficie. ho indagato su cose ovvie, scontate, banali, evidenti per tutti. tranne me. è stato arduo carpire anche la minima informazione. osservare il sé interiore è un po’ come scoprire senza uno specchio le sembianze del proprio volto. ci si tasta e si ricostruisce qualcosa, una bozza approssimativa. molti particolari inesorabilmente sfuggono: il colore dell’iride, ad esempio, (che poi è la parte più interessante). io ho tastato il mio essere scrittore e ho notato che scrivo da autodidatta, e che scrivo per passione. come matteo suona la chitarra o lorenzo la tastiera. chiaramente non parto da zero, ovvero: non è che ieri mi sono alzato e ho cominciato a fare scrittura da me. nessuno prende in mano uno strumento e impara ad usarlo da solo. (salvo rare eccezioni, che puntualmente confermano la regola). serve una spinta, e un maestro che progetta le fondamenta e avvii il cantiere. soltanto in seguito l’apprendista, fissate le basi, può avventurarsi da sé nella costruzione dell’edificio, o perlomeno a tenere in piedi ciò che fu costruito ai tempi. impossibile padroneggiare un’arte senza l’influenza di terzi.
allora come il bimbo si ritrova sulla spalla il violino, io vidi la penna, in mano da sempre, divenire Penna. ma se al bimbo badano i genitori, a indirizzarlo, e poi il maestro, a istruirlo, a me ha provveduto ad ambo le questioni una professoressa. i suoi furono sguardi e sorrisi, mai bacchettate o due nel registro; furono misteriosi incoraggiamenti; furono consigli delicati, a voce bassa; ci mise anima e fegato e delle teorie mi lasciò poco; fatto irrilevante, dato che le teorie, se non sollecitate, si dimenticano. l’essenziale fu che mi contaminò nel profondo. gettò il seme della mia passione per le parole. che fosse già lì, il seme? che so, dentro il pancreas. a lei comunque il merito di averlo curato, annaffiato, e una volta averlo visto germogliare, di averci spruzzato l’antiparassitario. camminavamo per le vie di berlino, mi definì caustico, mai più grande complimento. fu quello il verderame. speriamo tenga per altri tre anni. speriamo che, sebbene gli strani innesti, ne cresca una pianta solida e sprezzante. speriamo io riesca a nutrirla a dovere, nel tempo, con o senza cerere. speriamo. perché senza pianta, addio, non ho più ossigeno.
Archivio mensile per marzo 2008
quanto sarebbe bello poter scattare un’istantanea alla nostra situazione interiore. in un flash, mettere per iscritto pensieri, emozioni, umori, comprensivi di perché e percome. fotografandoci dentro non perderemmo nulla di tutto ciò che inevitabilmente sfugge quando trasponiamo su carta. l’inchiostro, nel percorso dalla penna al foglio di carta, si lascia dietro buona parte della linfa che noi vorremmo fissare. d’altra parte, la bravura dello scrittore di flussi emozionali è misurabile nella meticolosità e nell’interezza con cui segna ciò che prova. supposto che i contenuti li posseggano tutti, ivi compresi formiche, cani e cactus; supposto che la grammatica, la morfologia e la sintassi tutti possano studiarle; supposto che lo stile si plasmi nel tempo e che non sia ciò di cui ora mi interessa discutere, direi che all’ago della bilancia vanno minuziosità e completezza (dell’immagine raffigurata). luce e prospettiva, se fosse foto. ma foto non è, non può essere, piuttosto è dipinto. inquadrare il proprio status emotivo è una pratica che si avvicina alla pittura. c’è la fretta: il nostro cuore è colmo di lava ribollente, lo spirito di caos intimo. bisogna essere rapidi a buttare giù, evitando di (inter)rompere il flusso — jack k. scrisse on the road su un enorme rotolo di carta per non dover cambiare fogli, azione che lo avrebbe irreversibilmente distratto. a proposito di ciò si appura il limite fisico dell’autore — i nervi delle braccia e delle mani non riescono a star dietro alla potenza del cervello, al continuo nascere e morire di pensieri, al costante e fermentante riciclo di energie psichiche. un po’ la stessa relazione che c’è tra i dischi rigidi (meccanici) e la potenza di calcolo di una cpu (elettronica) — la testina si deve pur muovere, poverina. e noi siamo umani. l’ideale sarebbe velocizzare la scrittura e rallentare il flow, un po’ e un po’, in modo da ridurre il gap. (vedete vedete, nerdaggini scientifiche e parole anglofone vanno a braccetto). con troppa foga si otterrebbe l’effetto contrario — prospettiva distorta e sfumature mancanti, carenza di particolari — con troppa poca l’opera rimarrebbe una massa informe e sconnessa. poi c’è la questione del paradosso. il linguaggio è ragione e l’emozione non è ragione. “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.” (p. 5.6 – tractatus logicus-philosophicus, ludwig wittgenstein). qui c’è poco da fare. traduciamo sensazioni in parole, e si sa, i libri andrebbero letti in madrelingua. nonono, non si può. tutto ciò che possiamo fare, è ridurre il danno, la mancanza, gettare un po’ di sabbia nelle buche della tangenziale — e sperare che non piove, sperare che non piove. scrivendo scrivendo e solo scrivendo si arriva ad uno stato di translucidità precaria, un’autoipnosi lungimirante che permette di interpretare meglio le contraddizioni logiche che ci caratterizzano. di sbirciare tra le trasparenze opache delle mille finestre cerebrali — o cardiache, se siete romanticoni. possiamo giungere al confine. ma non oltre. se dovessi accostare tal meccanismo ad una corrente pittorica, parlerei d’impressionismo. ci calza. invece di un tramonto sulla senna d’inverno, si ritrarrebbe, a parole, il proprio, che so, strazio? con le medesime regole guida. abilità e destrezza nell’uso della penna (velocità, ma non troppa); equilibrio tra analisi e sintesi (cattura del maggior numero possibile di punti cardine della condizione, ciascuno descritto a sufficienza); capacità di scelta delle parole (sparisce la dicotomia colore-pennello). introspezione, affiatamento, entusiasmo per la vita. una musa. altro.
Oggi Luna Nuova, o se preferite Piena allo 0%. Essere ottimisti nelle piccole cose, cogliere la positività nelle faccende secondarie, mettere a fuoco i contorni, apprezzare i limiti della forma. Possiamo farlo. Come dice Barack Obama, we can change. Speriamo vinca Obama. Un Novilunio anche in America. Negli States. Eppure mi dicono che là, come qua, ma anche più che qua, comandano le lobby. Il presidente è solo un burattino. Cazzarola, è vero. Però forse con Obama qualche vita si risparmierebbe — e lasciamo perdere il resto. Che so, dovrà pur mantenere il consenso di chi l’ha votato, tipo i giovani liberal-pacifisti. Cercherà (e conquisterà) il petroldollaro, ma a guanti bianchi. Camuffando il male col bene. Subdolo? Pazienza, qualche vita involontariamente si risparmia. Magari viene sparso meno fosforo. Magari Iraq e Iran, oltre le prime tre lettere, non dovranno condividere un destino sanguinolento. Magari.
Da due giorni mi sveglio meglio. Proprio nell’atto di svegliarmi, intendo, mi sveglio meglio. Ho sintonizzato la radiosveglia su una stazione che trasmette musica jazz. Una maniera più garbata per rientrare nel mondo del Consueto. Dall’altra parte del muro — dalla realtà — non è più un urlo assordante e ripetuto a richiamarmi; non più un atono fischio psicotico; non più un grido snervante e monotono; non più un arrogante puntura elettronica; non più una subliminale tempesta di fango acido. Ma Musica. La sveglia non è più un apparecchio infernale. O meglio, lo è ancora, ma cambia forma, assume sembianze più garbate, educate, delicate: elevate. Per troppo ha dominato la brada e malefica tecnologia — tee tee tee tee tee tee — ora basta, è il momento del jazz — datemi il George Shearing Trio — Just Squeeze Me (But Don’t Tease Me). C’è modo e modo di fare le cose. I contorni. La Luna Piena, allo zeropercento. Yes, we can change.