L’ho potuto guardare per pochi secondi
lunedì, 04 febbraio 2008 di Jacopo
L’ho potuto guardare per pochi secondi. Quei secondi che, moltiplicati per n, sovente provocano lunghe code nelle strade. Tutti rallentano per lanciare un’occhiata all’accaduto, e più è grave e più è durevole e attenta la sbirciata. Mi sono interrogato sull’origine di tale curiosità, non l’attribuirei soltanto all’istinto o alla sete di verità, ma anche alla spettacolarizzazione morbosa delle disgrazie e alla teoria degli urti, con la quale mi riferisco alla tempra, perlomeno momentanea, della propria coscienza. Per farla concreta, c’è chi guarda per guardare, cioè per istintiva curiosità, chi per toccare con mano lati della realtà che usano manifestarsi solo attraverso gli schermi televisivi (per poi simbolicamente dire: « io c’ero »), e chi infine per ricalibrarsi le aspettative, i desideri, le lamentele. Urtando con la dura e cruda realtà, si capiscono i veri valori della vita.
Tornavo dalla piscina e l’ho potuto guardare per pochi secondi. L’ambulanza accostata a bordo carreggiata della Salaria con gli sportelli posteriori spalancati, e lui lì, per terra. Due metri avanti il motociclo, visibilmente rovinato. A seguire la macchina della polizia, con le luci lampeggianti. I poliziotti non li ho visti però, perché il mio sguardo è stato calamitato dalla scena del soccorso, dove i signori della croce rossa (Ares 118) stavano fissando il motociclista sulla barella. Malridotto, ma vivo. Comunque ferito, contuso, fratturato e traumatizzato. Leggermente più avanti, anche se parzialmente coperto dalla mia prospettiva, un altro uomo, seduto per terra. Probabile che fosse l’altro protagonista della collisione. Non so se fosse colpevole, ma era ugualmente affranto. Le mani gli fasciavano la testa, come per dire: « che diavolo è successo, che ho combinato », o forse il silenzio esprimerebbe meglio il suo stato d’animo.
Ora ospedale, rabbia, bestemmie, lacrime, rimorsi, tribunali, sospiri, notti insonni, lutti o sollievi, ancora tribunali, ospedali, ospedali, tribunali, attese brevi o lunghissime, preghiere, gioie e abbracci e pizze in famiglia o tenebre e fiori al camposanto, infine la fine e dopo ancora, l’oblio.
E io che mi rammarico per gli esami universitari.

Ecco di nuovo il vecchio discorso della relatività dei problemi: ognuno è pienamente convinto che i suoi problemi siano i più schiaccianti e i più pesanti che il mondo abbia mai conosciuto; ne è convinto fino a quando “Urtando con la dura e cruda realtà, si capiscono i veri valori della vita”.
Come ben sai mi trovo pienamente d’accordo con te e, a causa di problemi di persone a me care, sto imparando a prendere i miei problemi per quello che realmente sono.
Allo squillo del telefono segue un’attenzione inconsapevole ma evidente:ascolti,rispondi con due parole troncate e chiudi.
Un attimo dopo esplode il caos: turbamento tangibile,rabbia, tristezza improvvisa. Poi pensi “Come ha fatto? Perché era li’? Cosa aveva nella testa poco prima? Quanto starà male?.”..mentre immagini la scena, che ti appare davanti a gli occhi come un film orrendo,che non avresti mai voluto vedere.
Una confusione irreale si impossessa di te,della tua testa,dei tuoi occhi e delle tue orecchie. Hai proprio l’impressione di vedere quella tragedia e sentire i rumori assordanti che le fanno da preludio.
Un istante dopo, stenti a crederlo, ma acquisti una nuova consapevolezza: davanti ad una realtà cosi’ lacerante, tutto il resto equivale a zero.. e si dissolve.