Archivio mensile per febbraio 2008

HAPPINESS ONLY REAL WHEN SHARED

Alla radice c’è quella verità puttana e assassina che ti ha sedotto e intrappolato, come il frutto con Adamo ed Eva…  La mia idea è che tu abbia condiviso. E allora grazie di cuore.

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“LA FELICITÀ È REALE SOLO SE CONDIVISA.”
Christopher Johnson McCandless, Viaggiatore.
12 Febbraio 1968 – 18 Agosto 1992

Che il Cielo scaldi per sempre la tua anima.


CLAUSURA

Ho terminato di leggere “CLAUSURA” di Espedita Fisher, libro inchiesta Clausurasulla vita delle suore claustrali. Premessa l’originalità dell’argomento che già da sé è in grado di suscitare un’enorme curiosità, vorrei subito sottolineare l’efficacia del format con cui l’autrice ha raccolto il suo lavoro. Una serie di interviste taglienti, rapide, dense, intervallata da frammenti del suo diario di viaggio, ricchi di sana ironia e di sensazionali curvature autobiografiche. Espedita, anima coraggiosa, ci fa da lanterna in un pianeta avvolto dal mistero, ci permette di sbirciare nello spioncino della porta che divide il nostro mondo dall’arcana dimensione dei monasteri. Da una parte noi, vittime e carnefici in una società frenetica e priva di spiritualità; dall’altra queste anime pie, leggere, fluttuanti nel Regno del Silenzio e della Preghiera; fra i due fuochi ci si mette Espedita, che per noi ha tribolato non poco per ottenere accesso a tale scrigno, tenuto rigorosamente serrato. Nel ventaglio delle sorelle intervistate compaiono donne di tutte le età, nazionalità e percorsi. Ciascuna aderente al proprio ordine o congregazione, con rispettivi velo e Regola. Ad ognuna la sua cultura, le sue esperienze, le sue convinzioni, e il suo grado di timidezza. Ma tutte sorelle, e tutte dolcemente trainate dall’Amore per Dio, in uno stile di vita da loro definito « cristocentrico ». Il culto del Silenzio e il voto alla Castità formano il loro denominatore comune in questa Terra. Nelle interviste si mettono a nudo, « trasparenti come lo Spirito Santo », anche di fronte a domande personali, che apparentemente potrebbero stonare alle orecchie di una monaca. Espedita ci mette la faccia e noi l’incredulità, quando ascoltiamo Suor Doris, che alla domanda « non ti manca il matrimonio e la maternità? » risponde realizzata « Ho sposato l’Umanità e le sorelle, volevo una famiglia numerosa, e l’ho avuta. La mia maternità è sostanzialmente stupore ». Poi è magnifico scoprire come avviene una vocazione. Talune sorelle intervistate hanno descritto per noi il loro magico istante, la loro scintilla, ripetendo, con la luce negli occhi, le parole che hanno loro cambiato la vita, frutto di una quella misteriosa voce soave e magnetica che le ha conquistate. Tutte hanno parlato di difficoltà, del violento impatto iniziale con la Regola, dei momenti in cui la tenebra tenta lo spirito. Ciononostante tutte godono la luce di Dio e sembrano (a questo punto direi sono) certe della scelta fatta. Decisione che ripeterebbero, a loro dire, mille volte, sebbene gli alterchi con la famiglia, la privazione di un compagno in carne e ossa e della libertà materiale. Hanno optato per lo Spirito. Gli obiettivi? Semplice: salvare l’umanità con la preghiera. Alcune sono finite in monastero dopo aver visto un film, altre folgorate nel sogno, altre ancora dopo un lungo percorso di ricerca spirituale che le ha portate ad una scelta oculata. Maria Elisabetta, agostiniana, ci racconta di sé: « Durante il secondo anno di università chiesi a un Dio che non conoscevo cosa potessi fare per conoscerlo. Sentii dentro di me: «Fai quello che avrei fatto io al tuo posto in questo momento». Iniziai allora un cammino di ricerca ». Checché se ne dica, sono umane anche loro. E chi di noi non ha provato a dialogare con Dio, sia esso anche solo ipotetico…
Questione curiosamente frequente che ho potuto notare, è l’innatismo della fede in alcune suore. Quello di coloro che già da bambine percepivano il richiamo divino e sognavano una vita dietro i cancelli di un monastero. La domanda mi sorge spontanea: se fossero nate a Taškent, Uzbekistan, sarebbe stato lo stesso? Oppure è una questione di geografia, e quindi di sorte? Che non sia Dio, la sorte?
Altro quesito: aiuta l’umanità di più una preghiera recitata al buio di un’umida cella di un monastero isolato sull’Appenino umbro, o l’azione concreta di un missionario in Colombia volontario della croce rossa? Chi ama e agisce di più per il mondo, Suor Karen o Madre Teresa Di Calcutta? Rimando al futuro altre riflessioni, ma come vedete, il libro ne genera a dozzine.

Il libro vale. È scorrevole, intenso, audace. Riesce ad essere luminoso e al contempo inquietante. È istruttivo e ispirante. E poi l’autrice è un’interrailer di mente aperta e gentile.

Saluti ad Attilio.


Ho tradotto per voi… “Sicurezza”

Traduco in italiano per voi il già citato Security di Hunter S. Thompson (1955). Trovo curioso che cercando su Google non abbia trovato una traduzione in italiano del testo. Sono quasi certo che da qualche parte si nasconderà, magari in qualche polveroso archivio virtuale. O nel blog di un altro appassionato di domande. Ma se da qualche parte è conservata, non è stata indicizzata. E su internet ciò che non è indicizzato, è come se non esistesse.

Preparatevi a ricevere una legnata sui denti, o voi che nella vita mai azzardate. Perché ecco a voi, nella vostra lingua…

SICUREZZA

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Immaginarci tra le montagne

Immaginarci tra le montagne, su, tra le foreste che respirano, donando alle nostre aspre anime l’ossigeno più puro di sempre.
A regnare su noi un cielo di cristallo con stelle brillanti, a rappresentare desidèri espressi chissà quando ed esauditi chissà come. Come sottofondo il piano minimalista di Ludovico Einaudi, e in cerchio discorsi sull’amore per la vita, per la Natura, sulle cortesie del vento, sulla pace dei sensi, sulla benvoluta eternità degli attimi. Stati di gioia assaporati col sorriso, nella loro totalità. E le brune colline che nascondono la luce dell’alba, ci osservano con lo stupore di un hobbit. Siamo un tuttuno col mistero e ce ne compiacciamo. La serenità dei campi di grano, le tane dei grilli compositori, l’ancestrale maternità della Luna. Madre Natura ha scolpito per noi la cornice per i momenti più belli della nostra vita. Dio, sei il nostro respiro. Degustiamo il tuo candore e la tua perfezione, quassù dove non c’è né tempo, né spazio, né scelta. Un incantesimo di positività e calma interiore. Tutto è vita. Intrinsechi all’armonia, come la linfa che scorre nelle piante, o l’acqua che lentamente si insinua negli antri profondi del suolo e va a nutrire una radice. Parte di essa, e co-autori. Tutto è Dio quassù, e anche noi lo siamo, come divengono luce i prismi che ricevono e dividono e diffondono i raggi astrali, che vanno a posarsi sul bosco come fosse un abito di seta sull’esile corpo di una regina elfica. L’argenteo velo di Dio ci coglie, ci scalda, ci perde, ci ritrova. Nell’assoluto.La foresta di notte

* photo by David@Flickr


Prima del suo inizio

C’è sempre chi sta peggio, è vero. Ma è l’individuo ad essere metro della propria sofferenza. È maledettamente provato. C’è chi sfugge il confronto trovando un escamotage; c’è chi, più fortunato, viene trovato dall’escamotage; poi c’è chi incarna l’escamotage stesso. Prestigiatore, Coniglio, Cappello. Infine, c’è chi è destinato a stare male, nel limbo del dubbio, e nel dubbio del limbo. Strozzato dall’insicurezza, teme l’eternità. Magari stupidamente. Ma si è metri anche della propria intelligenza. Oppure inconsapevolmente, perché non tutti vivono — per forza di cose — esperienze forti, che calibrano lo spirito. Alcuni pensano solo a sé, e preferiscono rimanere chiusi serrati nelle « gabbiette da piccione » che la società predispone loro. L’ha detto Tiziano Terzani, in una conferenza tenuta in un liceo prima del suo inizio*: « Che vuoi fare da grande tu? », rivolgendosi a un ragazzo prossimo allesame di maturità, « Fai quello che ti piace fare, non fare un mestiere per fare i quattrini, ricorda! Non ti serviranno a nulla! ». Se fossi stato uno di quegli diciassettenni, ora chi sarei? Dove sarei? Il concetto l’ha ribadito anche Dave, nel suo myspace, citando Security di H. S. Thompson (1955):

It is from the bystanders that we receive the propaganda that life is not worth living, that life is drudgery, that the ambitions of youth must be laid aside from a life which is but a painful wait for death. These are the insignificant and forgotten men who preach conformity because it is all they know.
[...] They lacked the only true courage: the kind which enables men to face the unknown regardless of the consequences.
[...] so we shall let the reader answer this question for himself: who is the happier man, he who has braved the storm of life and lived, or he who has stayed securely on shore and merely existed?

Preferirei non pensarla come loro, ora. Avrei dovuto cominciare a pensare così in un’altra vita. Oppure in questa, bastava poco prima, roba di uno o due anni. Non sono sincronizzato con le correnti del Bene. E che sforzo nuotare controcorrente. Che paura la burrasca. E i tuoni in lontananza. Che affanno la fuga. Che emicrania.

 

*: La fine fu il suo inizio.


L’ho potuto guardare per pochi secondi

L’ho potuto guardare per pochi secondi. Quei secondi che, moltiplicati per n, sovente provocano lunghe code nelle strade. Tutti rallentano per lanciare un’occhiata all’accaduto, e più è grave e più è durevole e attenta la sbirciata. Mi sono interrogato sull’origine di tale curiosità, non l’attribuirei soltanto all’istinto o alla sete di verità, ma anche alla spettacolarizzazione morbosa delle disgrazie e alla teoria degli urti, con la quale mi riferisco alla tempra, perlomeno momentanea, della propria coscienza. Per farla concreta, c’è chi guarda per guardare, cioè per istintiva curiosità, chi per toccare con mano lati della realtà che usano manifestarsi solo attraverso gli schermi televisivi (per poi simbolicamente dire: « io c’ero »), e chi infine per ricalibrarsi le aspettative, i desideri, le lamentele. Urtando con la dura e cruda realtà, si capiscono i veri valori della vita.

Tornavo dalla piscina e l’ho potuto guardare per pochi secondi. L’ambulanza accostata a bordo carreggiata della Salaria con gli sportelli posteriori spalancati, e lui lì, per terra. Due metri avanti il motociclo, visibilmente rovinato. A seguire la macchina della polizia, con le luci lampeggianti. I poliziotti non li ho visti però, perché il mio sguardo è stato calamitato dalla scena del soccorso, dove i signori della croce rossa (Ares 118) stavano fissando il motociclista sulla barella. Malridotto, ma vivo. Comunque ferito, contuso, fratturato e traumatizzato. Leggermente più avanti, anche se parzialmente coperto dalla mia prospettiva, un altro uomo, seduto per terra. Probabile che fosse l’altro protagonista della collisione. Non so se fosse colpevole, ma era ugualmente affranto. Le mani gli fasciavano la testa, come per dire: « che diavolo è successo, che ho combinato », o forse il silenzio esprimerebbe meglio il suo stato d’animo.

Ora ospedale, rabbia, bestemmie, lacrime, rimorsi, tribunali, sospiri, notti insonni, lutti o sollievi, ancora tribunali, ospedali, ospedali, tribunali, attese brevi o lunghissime, preghiere, gioie e abbracci e pizze in famiglia o tenebre e fiori al camposanto, infine la fine e dopo ancora, l’oblio.

E io che mi rammarico per gli esami universitari.



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