Good Bye Lenin!
martedì, 29 gennaio 2008 di Jacopo
Ho visto Good Bye Lenin!, anno 2003, regia di Wolfgang Becker. L’ho finito di guardare in quest’istante, in realtà. Sono ancora emozionato, tuttavia non vi dirò nulla a riguardo, o meglio, non commenterò il film in sé. Ciò poiché non penso di esserne all’altezza, non sono e non mi ritengo abbastanza esperto di cinema. Non ricordo mai neanche i nomi degli attori! Mi permetto di suggerirvene la visione così, a mo’ di consiglio da bar, perché l’ho trovato davvero avvincente. Inoltre ha una colonna sonora superba, incantevole, incentrata interamente sulle dita del pianista Yann Tiersen.
Sono qui per parlarvi d’altro, e non la farò lunga. Se proseguo di questo passo, rischio che l’introduzione conterà più parole di tutto il resto. Chi se ne importa, non sto mica al giornale, e voi porterete pazienza.
Dicevo, Good Bye Lenin! mi ha emozionato. Perché ambientato in Berlino,
Germania. È stato un tuffo nel passato, all’inverno 2006, quando la visitai col liceo per cinque intensi giorni. C’era la neve e il nostro albergo era situato nel cuore di Berlino Est, a due passi da Alexanderplatz. Tra il patrimonio che la gita mi ha lasciato, la cosa che più mi arricchì fu la possibilità di passeggiare nella glaciale malinconia della Berlino Orientale, nel cuore dell’ex parte filosovietica. Passati sedici anni dalla caduta del muro (oggi ne sono diciotto), l’enorme macchina sovietica aveva ormai cessato di rombare, avendo dovuto chiudere i battenti dopo l’unificazione della Germania, nel 1989. Eppure era lì, come un antico relitto sotto il mare, che tra alghe e ruggine cela tesori di valore storico. Come uno scheletro di un guerriero epico, con ancora indosso la corazza, giaceva lì, sul suolo tedesco. Per le vie coperte di ghiaccio aleggiava la melanconia blu che penetrava le ossa. I palazzoni in stile sovietico parevano parlare, raccontare vecchie vicende e per le vie echeggiava la mestizia dell’Addio. Tale atmosfera solenne rendeva impossibile non visualizzare nella mente l’immagine concreta del Sistema che fu per anni l’antitesi del capitalismo. Si respira un’aria diversa, c’è un altro freddo, un altro Sole, tutt’altri schemi e abitudini. C’erano infiniti problemi, ma non c’era il capitalismo selvaggio dei McDonald’s, non c’era la globalizzazione Coca Cola, non c’era l’obesità sfrenata, né la Nike, né la TV Spazzatura, né le donne di plastica. Non c’era la spazzatura cinese, né il loro smog materialista che oggi impesta il globo. C’era almeno la volontà di trasmettere valori. Non c’era comunque tutta la merda che oggi ci ritroviamo a produrre e consumare, consumare e produrre. Eppoi nemmeno più crepare, ma crepare soffrendo, in solitudine, con una pensione che non sfamerebbe un clochard. Suvvia, Maria De Filippi non era stata concepita (suo marito — e padre e patrono — sterilizzato in qualche laboratorio di biologia), e non era ipotizzabile un’IKEA, e il ketchup e i teletubbies erano fenomeni estranei. Forse l’unica analogia erano i telegiornali, di regime là, di regime qua.
Ce n’era altra di merda nell’URSS, sicuro. Ma permettetemi di lasciarla un attimo fuori dal discorso. Voglio parlarvi del rimbalzo che si prova quando si cambia aria in cotale maniera. Tutto sembra meglio, a primo impatto e pure al secondo. Questo perché, stando male nella situazione nostra attuale, il diverso non bene identificato lo inquadriamo in chiave positiva. Di fatto in Occidente stiamo male, malissimo, e come risposta immediata cerchiamo l’esatto opposto. Non è un caso che numerosi compagni e professoresse percepirono l’architettura di Berlino Est più “umana” di quella occidentale, dove il brusio della modernità gode di spazi più
ampi per diffondersi. È istinto, con un pizzico di romanticheria. Romanticheria, perché siamo documentati sulle bastonate, e sui campi di lavoro, e sul regime dittatoriale. Io ho conosciuto di persona polacchi che a sentire il nome di Lenin provavano la nausea. Languido sentimentalismo, il nostro. Tutt’altra cosa rispetto l’idealismo che trasportò Marx & Engel nel sogno di un mondo diverso, così puro e autentico e potente da lasciarli naufragare nella disfatta. I due ancora troneggiano al centro di Alexanderplatz, sotto forma di statue, come testimoni e memori di un sistema vistosi ferocemente cannibalizzare, piuttosto che assimilare con equilibrio e logica. La statua di Lenin invece l’hanno sradicata, si vede anche nel film.
Ho amato camminare in Berlino Est, e qualche assonanza l’ho provata anche in Polonia, Slovacchia, e in tutta l’Europa che un tempo era sotto l’influenza dell’URSS.
Insomma il film guardatelo e se vi capita, fate un salto a Berlino Est, magari d’inverno quando c’è la neve. Ne vale la pena. Occhio però, che più passa il tempo e più si occidentalizza…

Caro jap come potevo non commentare questo post
Non ne abbiamo mai parlato a fondo ma il caso vuole che io pensi ed abbia pensato le stesse cose.
Nelle passeggiate per le vie dell’umana berlino-est, dove fermarsi e scambiare manciate di parole per strada con qualche testardo che, come nel film, vuole ancora illudersi che nulla è mutato nascondendosi dietro qualche vecchio (e GLORIOSO aggiungo maliziosamente io) cimelio. Mentre quella berlino-ovest così banalmente normale, pur tra le sue mille luci (pubblicitarie ovviamente), da la sensazione di visitare un’altra città, di incrociare altre persone; con la testa bassa ed il passo spedito. Una società costretta nell’individualismo: il peggior nemico del viaggiatore oserei dire.
Hah! Puntuale come un orologio Poljot! Grazie del commento! Aggiungo che i neon colorati che impestano Berlino Ovest quasi sicuramente provengono dalla Cina, che ha infilato i propri tentacoli globalizzanti in ogni fessura del mondo… Perlomeno quasi.
sai, ho studiato berlino in architettura del paesaggio a proposito del paesaggio culturale, quel paesaggio che trova la sua ragion d’esistere esclusivamente nell’immaginazione dello spettatore, che conosce, sa e per questo non può fare a meno di costruire e ricostruire con la mente i cocci di un passato significativo. nemmeno io posso fare a meno di commentare un post su uno dei miei film preferiti (e che il piano di yann tiersen non può che impreziosire), tuttavia devo ammettere che la visione ripetuta di goodbye lenin mi ha sì spinta a voler entrare nei meandri di una berlino est che so amerei e che mi commuoverebbe ma mi ha al contempo anche allontanata da questo desiderio per il timore di rimanere turbata da una città che temo possa catturarmi. (ovviamente faccio sempre riferimento all’est)
la maggiorparte dei polacchi non è affatto nostalgica, ma molti tra loro ignorano il patrimonio ereditato dall’ex urss.
sai, vivo in una zona di rennes in cui i grigi palazzoni studenteschi, l’atmosfera nebbiosa e la serialità degli elementi contribuiscono per bene a dare l’impressione di trovarsi in una qualsiasi zona dell’ost..poi però passa gente con baguettes in mano e torno alla coscienza
Devo assolutamente vedere il film allora! Ai tempi mi piacque parecchio Berlino Est però in tutta onestà credo che sia per lo spirito romantico che c’è dietro. Insomma non penso che ci vorrei vivere, ma credo anche di essere in tempo a cambiare radicalmente idea!
Simo: Grazie mille del commento, così meditato e costruttivo… Mi raccomando continua così, sei benvoluta!
Comunque, tornando alla questione, se proprio vuoi vedere il lato oscuro dell’architettura dell’ex URSS, fai un salto al castello di Bratislava. Da lassù si vede il Danubio, e oltre il fiume si scorgono palazzoni di cemento brulli, quadrati e scipiti. Le peggiori case popolari mai viste in vita mia. Poi certo, mi è rimasto il dubbio che non ci sia uno sfruttamento capitalistico dietro, cioè che le odierne società edilizie adempino le costruzioni nel vecchio stile, per risparmiare al massimo… Boh? Non ho indagato, mi è rimasta impressa l’immagine del Danubio (tra l’altro non BLU, ma VERDE) e dietro questi palazzi, in parte ancora in costruzione. Magari appena ho tempo, riporto un frammento di diario di viaggio con le impressioni scritte a caldo… Il tempo passa e il ricordo si affievolisce. Ma per fortuna ho la buona abitudine di appuntarmi quasi tutto. Ganzo, eh?
Ali: insomma sei d’accordo con la mia interpretazione del languido sentimentalismo… Grazie del commento, e torna più spesso a trovarmi.