Erano le 23.00 almeno, forse venerdì, in quel di Cracovia, Polonia.
Parto dall’ostello per un giro di perlustrazione, per sondare la vita notturna della città.
Era umido, e non ero solo a camminare verso il centro. Con me il mio compagno di viaggio, e un po’ di gente da tutto il mondo conosciuta all’ostello. Persone con cui si divide l’ossigeno di notte, e perché no, anche il desiderio di esplorazione e svago.
Arriviamo ad un locale senza insegna, dietro un palazzone anonimo. Varchiamo la soglia del portone screpolato dall’umidità: prima gli uomini però. Nessuno è tanto coraggioso – o codardo – da fingersi cavaliere, lasciando passare prima le donne dinnanzi quelle ondulanti luci rossearancio, che di certo non ispirano fiducia. Saliamo quindi le scale e il brusio della musica – anziché schiarirsi – si fa sempre più denso e indecifrabile. Il perché di tal fenomeno lo capiamo continuando a salire le rampe che, non fosse per i neon colorati, parevano più d’un condominio malandato, piuttosto che di un discopub. A quanto pare ad ogni piano del palazzo si accede ad una sala con musica dedicata. Al primo piano danno Rock Anni 80, al secondo Electro-House, al terzo proprio proprio non rimembro, ma immaginate il misto di casino che echeggiava nella tromba delle scale. Una roba indescrivibile. Insomma, i polacchi avevano ricavato una discoteca multipiano da un palazzo popolare. All’interno di ogni appartamento avevano abbattuto – ma neanche del tutto – le pareti, avevano rimodulato l’architettura e magari buttato giù tre o quattro pareti per creare la pista da ballo. Le luci, sistemate alla meno peggio, non davano quell’effetto di spaesamento necessario allo sballo. Nulla da ridire invece alla potenza degli altoparlanti, che sparavano la musica così alta da far tremare il calcestruzzo circostante. Nulla da ribattere neanche sul pub, anzi sui pub. Ogni sala aveva il proprio, fornito d’ogni sorta d’alcolico. Di analcolico servono solo Red Bull, prontamente miscelata dai barman in bicchieroni di vodka ghiacciata e gin. D’altronde i pub all’interno sono l’unica fonte di guadagno del club,vista l’entrata gratuita, sia ai maschi che alle femmine.
La combriccola si disperde col bicchiere alla mano. Io però, vittima dei postumi dei giorni precedenti, non prendo niente. Mi dirigo al piano Electro. Quassù non so il perché, ci sarà l’impianto d’areazione rotto, ma si muore asfissiati. Faccio capolino nella pista: sembra vuota. Ruoto la visuale, controllo meglio, anche dove la luce, proveniente dalla sfera ruotante centrale - la più classica - non arriva a pieno.
E in effetti in un angolo della pista qualcuno c’è. Un ragazzo solo, sarà sulla venticinquina, coi vestiti attillati e i capelli laccati. Erà lì, che ballava da solo, freneticamente. Non avrà coperto un’area maggiore di un metro quadrato, ma quel poco spazio che occupa lo sfrutta al massimo, nella sua schizofrenica performance. La musica batte e ribatte, feroce, mentre lo fisso. Fa versi strani. Il suo corpo oscilla al ritmo delle convulsioni. Le sue mosse assurde mi rendono testimone – e spia – del suo rito baccanale, consumato in solitaria in quell’angolo di buio. Scorrono tre minuti, mi prende la mestizia per la scena inquietante eppoi ho timore che gli altri se ne vadano senza di me. Ma quando rispunto fuori dalla sala, vedi i miei compagni di serata entrare e così rientro anche io. Si fanno un altro giro di alcol, e li seguo. Chiacchero con loro, non domandatemi di cosa. Forse di Justin Timberlake, mi chiedono se mi piaccia, ma io neanche lo conosco. Rispondo no, loro bevono, c’è folla al bancone e ce n’è altra nelle stanze coi tavolini. Si suda, tutti sudano, tutti parlano, il mio compare è stralunato in quel curioso caos polacco.
Passano due ore così, qualcuno si stanca del posto e si decide di uscirne.
Ma prima di uscire dalla sala e ripercorrere le scale, rifaccio capolino nella pista.
E’ ancora vuota, c’è ancora lui. Sulla stessa quaterna di mattonelle. Stesse mosse, stesso rito, stesso abbandono.
Il mio compare è lì con me, gli faccio notare il tizio e lui ci mette poco a sentenziare ironicamente: – Mado’ che malato, guarda come balla, sta strafatto di chissà che. Annuisco, ci ridiamo sopra. Poi seguiamo gli altri, per seguirli in una direzione qualunque, che non è quella di casa.