Dormo senza cuscino da quella volta…
giovedì, 20 dicembre 2007 di Jacopo
Dormo senza cuscino da quella volta in cui m’arrangiai sul pavimento polveroso d’un vagone semivuoto del Bodø-Trondheim, tratta notturna, 9 ore di viaggio. Un paio d’ore le si passarono con gli amici dalla Francia - freschi di sconfitta ai mondiali di calcio - dall’Austria - il caro Sebastian che ancora mi ringrazia del cd dei Modena City Ramblers che gli regalai - e con Iacopo, mio omonimo medico toscano con la felpa del Canada, mitico personaggio che so non ha mai smesso di viaggiare. Passavano i secondi, i minuti, le risate e le ore, finché per comune accordo non si stabilisce che è giunto il momento di rilassarsi e provare a dormire. Eravamo reduci da quattro giorni di magia sulle Lofoten e buondio, ci aspettava a braccia aperte un’incalcolabile quantità chilometri da percorrere. Fuori dai finestrini scorrono i paesaggi fatati del Grande Nord e aleggia violacea la nebbia sui fiordi incantati, mentre Odino tutela il suo regno e osserva il treno serpeggiare regolare tra le foreste di conifere. Percepiamo tutti l’energia del Rispetto, della Natura e del Rispetto della Natura: solo tre esempi dei molteplici doni piovutici - come manna - dal cielo dell’Esperienza Scandinava. Arriva il momento di dormire, dicevo. L’ora tarda ci raggiunge all’improvviso, e in un attimo si formano due scuole di pensiero sul come dormire. C’era chi, come il mio compagno di viaggio e con lui qualche altro matto come ad esempio il toscano e l’austriaco, decide di inclinare i sedili il più possibile e avvolgersi nel pàil gentilmente offerto dalle ferrovie norvegesi. La NSB ha l’incredibile abitudine di fornire gratuitamente i passeggeri con un cosidetto kit del sonno tranquillo: coperta in pàil, cuscinetto gonfiabile, tappi per le orecchie e fascia copri luce per gli occhi. Tutto molto carino. La prima scuola dunque seguiva lo schema della tradizionale dormita in treno, sfruttando la coperta come coperta, il sedile come sedile e il sedile davanti, in questo caso disponibile, come appoggio per le gambe che altrimenti rischiano di informicolarsi. A tal classicismo, che per poco non conquistava anche il mio ingenuo consenso, irruppe l’idea di Petit, la francesina con gli occhiali, spirito libero e fantasioso, che tante ne inventava e tanto mi stupiva. Petit era stata in grado di allontanarsi dal gruppo di noialtri e di camminare per tre-quattro chilometri sulle scogliere del lungomare di Å i Lofoten, da sola, riflettendo e non dando resoconto alcuno a nessuno. Era capace di galoppare per le scarpate di Stamsund come una capretta - e il suo viso docile e stagliato me ne richiama anche la sagoma - lasciando uno stacco fisso di cento metri a tutti e risparmiandosi anche il fiatone. Aveva carattere e lo dimostrava. Era dinamite. È stata lei, Petit la bionda capretta, a farmi svoltare una nottata prevedibilmente scomoda: lei è stata a crear scompiglio nel mio modo di vedere le tratte notturne. Non amo affatto dormire seduto, nonostante l’abbia fatto molto spesso, certamente lo farò ancora e ne sono molto felice. È una circostanza che significa viaggio. Quella sera però, solcò di nuovo la mia memoria col suo far rivoluzionario. “Dormo sdraiata“, rispose in inglese francofono al mio sguardo fisso sulla sua stuoia sistemata per terra. S’era impadronita di quel pezzetto di pavimento fra i posti da quattro (quelli 2 a 2 frontali presenti, per capirci, anche in alcuni autobus di metropoli) e ci aveva allestito il suo giaciglio. Lo stesso fece la sua amica dai capelli tinti di rosso e dall’espressione spenta, e di cui, poverina, a mente non ricordo il nome. In un istante, anche il mio sacco a pelo era disposto per terra, sopra la stuoia, che mi separava dal contatto diretto con la dura morbidezza del pavimento. Dalla cabina di comando spengono le luci, saranno le due di notte. Mi ero già accovacciato. Petit era piccolina, a lei non uscivano i piedi dal quadrato del pavimento. A me sconfinavano di una trentina di centimetri e avrebbero intralciato chi avesse voluto percorrere il corridoio centrale del vagone. Faccio finta di niente e resto prono tra la polvere. Stanco, ma felice. Lassù, cullato dal brivido artificiale delle rotaie che scorrono rapide e gioiose come i ricordi che ora sto snocciolando in un lago di dolce nostalgia. Forse solo mia madre mi cantò una ninna nanna migliore. Coricato, mi avvio al sonno sotto il suono intervallato del freno, che mi strisciava dentro, violentando ogni resistenza. Le vibrazioni del cammino mi scuotevano fino a scucirmi di dosso ogni residuo di negatività. Prima di stendermi avevo gonfiato il cuscino, ma era troppo piccino per i miei gusti e nonostante il tessuto vellutato, al tatto delle guance preferivo il sacco. Fu immediata la decisione di lanciarlo via: “meglio la piana tremante del treno“, mi dissi sorridendo nel buio. Sono romantico: ormai è rito dormire senza cuscino, ovunque mi trovi. Mi commuovo ogni sera ricordando quel momento, non penso mi stancherò mai. Quella notte trovai la comodità sopra un tappeto vibrante di sogni. Tappeto che tuttora vibra, e che non lascerò volare via. Dormo ormai senza cuscino, e tutto vibra, sempre. Da allora dormo senza cuscino, sì, è divenuta consuetudine e diavolo, ne vado dannatamente fiero.

che figata. che voglia di partire.
che figata. che voglia di tornare .
haha grande d.
benvenuto nel club!
un piacere e un onore.