Archivio mensile per dicembre 2007

Starò via per un po'

Jack o diamonds, Jack o diamonds, you’ll be my downfall…

Starò via fino a metà gennaio del nuovo anno, pertanto sospendo per un po’ la pubblicazione sul blog. Se volete leggermi, potete sempre gingillarvi con gli interventi passati, no? Ah: non è umorismo, al massimo è un po’ d’egocentrismo. Auguri di miele a tutte le mie fedelissime lettrici — che amo tutte — e qualcosa di più amaro anche ai lettori, che tra l’altro sono in netta minoranza, forse per il mio femminismo dichiarato. Che il duemilaotto sia un duemilaotto ricco d’ispirazione!


Dormo senza cuscino da quella volta…

Dormo senza cuscino da quella volta in cui m’arrangiai sul pavimento polveroso d’un vagone semivuoto del Bodø-Trondheim, tratta notturna, 9 ore di viaggio. Un paio d’ore le si passarono con gli amici dalla Francia – freschi di sconfitta ai mondiali di calcio – dall’Austria – il caro Sebastian che ancora mi ringrazia del cd dei Modena City Ramblers che gli regalai – e con Iacopo, mio omonimo medico toscano con la felpa del Canada, mitico personaggio che so non ha mai smesso di viaggiare. Passavano i secondi, i minuti, le risate e le ore, finché per comune accordo non si stabilisce che è giunto il momento di rilassarsi e provare a dormire. Eravamo reduci da quattro giorni di magia sulle Lofoten e buondio, ci aspettava a braccia aperte un’incalcolabile quantità chilometri da percorrere. Fuori dai finestrini scorrono i paesaggi fatati del Grande Nord e aleggia violacea la nebbia sui fiordi incantati, mentre Odino tutela il suo regno e osserva il treno serpeggiare regolare tra le foreste di conifere. Percepiamo tutti l’energia del Rispetto, della Natura e del Rispetto della Natura: solo tre esempi dei molteplici doni piovutici – come manna – dal cielo dell’Esperienza Scandinava. Arriva il momento di dormire, dicevo. L’ora tarda ci raggiunge all’improvviso, e in un attimo si formano due scuole di pensiero sul come dormire. C’era chi, come il mio compagno di viaggio e con lui qualche altro matto come ad esempio il toscano e l’austriaco, decide di inclinare i sedili il più possibile e avvolgersi nel pàil gentilmente offerto dalle ferrovie norvegesi. La NSB ha l’incredibile abitudine di fornire gratuitamente i passeggeri con un cosidetto kit del sonno tranquillo: coperta in pàil, cuscinetto gonfiabile, tappi per le orecchie e fascia copri luce per gli occhi. Tutto molto carino. La prima scuola dunque seguiva lo schema della tradizionale dormita in treno, sfruttando la coperta come coperta, il sedile come sedile e il sedile davanti, in questo caso disponibile, come appoggio per le gambe che altrimenti rischiano di informicolarsi. A tal classicismo, che per poco non conquistava anche il mio ingenuo consenso, irruppe l’idea di Petit, la francesina con gli occhiali, spirito libero e fantasioso, che tante ne inventava e tanto mi stupiva. Petit era stata in grado di allontanarsi dal gruppo di noialtri e di camminare per tre-quattro chilometri sulle scogliere del lungomare di Å i Lofoten, da sola, riflettendo e non dando resoconto alcuno a nessuno. Era capace di galoppare per le scarpate di Stamsund come una capretta – e il suo viso docile e stagliato me ne richiama anche la sagoma – lasciando uno stacco fisso di cento metri a tutti e risparmiandosi anche il fiatone. Aveva carattere e lo dimostrava. Era dinamite. È stata lei, Petit la bionda capretta, a farmi svoltare una nottata prevedibilmente scomoda: lei è stata a crear scompiglio nel mio modo di vedere le tratte notturne. Non amo affatto dormire seduto, nonostante l’abbia fatto molto spesso, certamente lo farò ancora e ne sono molto felice. È una circostanza che significa viaggio. Quella sera però, solcò di nuovo la mia memoria col suo far rivoluzionario. “Dormo sdraiata“, rispose in inglese francofono al mio sguardo fisso sulla sua stuoia sistemata per terra. S’era impadronita di quel pezzetto di pavimento fra i posti da quattro (quelli 2 a 2 frontali presenti, per capirci, anche in alcuni autobus di metropoli) e ci aveva allestito il suo giaciglio. Lo stesso fece la sua amica dai capelli tinti di rosso e dall’espressione spenta, e di cui, poverina, a mente non ricordo il nome. In un istante, anche il mio sacco a pelo era disposto per terra, sopra la stuoia, che mi separava dal contatto diretto con la dura morbidezza del pavimento. Dalla cabina di comando spengono le luci, saranno le due di notte. Mi ero già accovacciato. Petit era piccolina, a lei non uscivano i piedi dal quadrato del pavimento. A me sconfinavano di una trentina di centimetri e avrebbero intralciato chi avesse voluto percorrere il corridoio centrale del vagone. Faccio finta di niente e resto prono tra la polvere. Stanco, ma felice. Lassù, cullato dal brivido artificiale delle rotaie che scorrono rapide e gioiose come i ricordi che ora sto snocciolando in un lago di dolce nostalgia. Forse solo mia madre mi cantò una ninna nanna migliore. Coricato, mi avvio al sonno sotto il suono intervallato del freno, che mi strisciava dentro, violentando ogni resistenza. Le vibrazioni del cammino mi scuotevano fino a scucirmi di dosso ogni residuo di negatività. Prima di stendermi avevo gonfiato il cuscino, ma era troppo piccino per i miei gusti e nonostante il tessuto vellutato, al tatto delle guance preferivo il sacco. Fu immediata la decisione di lanciarlo via: “meglio la piana tremante del treno“, mi dissi sorridendo nel buio. Sono romantico: ormai è rito dormire senza cuscino, ovunque mi trovi. Mi commuovo ogni sera ricordando quel momento, non penso mi stancherò mai. Quella notte trovai la comodità sopra un tappeto vibrante di sogni. Tappeto che tuttora vibra, e che non lascerò volare via. Dormo ormai senza cuscino, e tutto vibra, sempre. Da allora dormo senza cuscino, sì, è divenuta consuetudine e diavolo, ne vado dannatamente fiero.


Sogni e fiocchi d'avena

 

“Volo! Zorba! So volare!” strideva euforica dal vasto cielo grigio. L’umano accarezzò il dorso del gatto. “Bene, gatto. Ci siamo riusciti” disse sospirando. “Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante” miagolò Zorba. “Ah sì? E cosa ha capito?” chiese l’umano. “Che vola solo chi osa farlo”.

In questo periodo la semplicità mi affascina. Alle volte, le questioni più lineari sono le più interessanti nonché le più ardue da snodare.
Pertanto voglio divertirmi a domandarvi: « Ma voi… lo seguite un sogno? ». Cioè, io sono sicuro: correte, rimbalzate, vi affannate, sudate, vi arrabbiate, vi sfiatate, vi arrovellate, vi stressate financo vedere i vostri capelli cadere a ciocche nel lavandino. Tutto ciò serve a costruire la vostra persona, avvicinandovi, anche lentamente, alla realizzazione di un vostro sogno? Più che una domanda, forse è un invito. Fate mente locale e chiedetevi: « Perché tutto questo? ». Ad oggi, vivendo tra le persone – anche soltando captando le conversazioni nell’autobus – si percepisce uno stress incredibile. Nella metropoli si respira un’aria stagnante, consumata, granulosa. Le micropolveri degli scarichi influiscono, ma non sono l’unica causa: secondo me c’è carenza di sogni. La gente non sogna più! Così facendo fertilizza il terreno prima al pessimismo, poi all’alienazione e infine alla rassegnazione consapevole. Ti chiedo di resistere, ponendoti la domanda proposta pocanzi. Provaci: resta fedele ai tuoi sogni e agisci in modo da avvicinartene. Proteggili a spada tratta e soprattutto, assicurati che sono i tuoi. Tal punto si verifica misurando i brividi che vi provoca il pensiero che si realizzino. Se sono forti – ed il criterio è vostra discrezione! – allora state a cavallo. Non resta che (in)seguirlo, senza paura: batti che ti ribatti s’avvererà.
Se per caso invece li hai già seppelliti in fondo alla tua anima, riesumali e organizza dentro te un rito di Risurrezione. Il Requiem da recitare è sempre lo stesso: « Perché tutto questo? La mia vita migliorerà se proseguo così? ». Rientra nel binario dei tuoi sogni, reincanala le tue energie. Forza, che l’altalena prima o poi smette di oscillare e di farvi giocare, fermandosi in quel grigio stallo chiamato Morte – Cosa cosa? Beh, lasciamo perdere, è un altro discorso. Per oggi pensiamo a questavita, che in fondo è l’unica cosa certa che possiamo palpare senza il rischio di schiaffo e picche annesse.

Io lo sto facendo spesso ultimamente, e vi assicuro, serve. Dentro me le trombe degli angeli suonano all’impazzata quando la mattina mi sveglio e mi nutro di sogni e fiocchi d’avena.

Cito: Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a volare, Luis Sepúlveda.
Foto: “Sailing through the stars” by Gilad Benari (`gilad@Deviantart)


La sottile linea del sogno

È possibile amare una donna anche in una sola notte, sognando con lei nuvole e strade. Sognando che lo stesso sogno prima o poi si realizzi, prendendo forma in un…

…altare d’ambra, noi al centro, i lupi intorno, e il Sole e la Luna testimoni supremi a braccetto. Il suo vestito è un arcobaleno in scala di grigi: fasce di luce complici nel dipingere il suo viso come fiore del Paradiso, e il buio nascosto un caldo focolare di mistero e voluttà…
…accompagnami adagio nel reame umido del desiderio, polvere, polvere ovunque, vivace nelle danze al ritmo del vento…

…noi, creature timidamente umane, teneramente insicure…

perché tanta fortuna? Una lacrima scivola sul mio viso, sono commosso: c’è un pupetto innocente che dorme di là, germoglio di mondo, frutto dell’amore, della gioia, della sorte amica

…azioni, istanti, momenti, correnti…

…immersi in soffice flanella, una luce color crema si disperde soffusa nella stanza, fuori la neve. I miei occhi come se vedessero per la prima volta, è sempre così quando mi prende così, è la follia. Recitando pacatezza, le sussurro: – Ancora, grazie dell’amore che mi dai, mia Cara Vita. Sorride, lei. Dormiamo soddisfatti, come il pupo di là.



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