Archivio mensile per luglio 2006

il Bacio della Tarantola

Sintesi:

In una Puglia affascinante e riarsa, arriva da Milano un giornalista in crisi, Carlo, per indagare, con la copertura di un reportage, sull’improvvisa scomparsa di un uomo, ma anche per fuggire da Daria e dal loro legame che ormai si trascina per inerzia. Nel paese di mare in cui si stabilisce conosce Teresa, la tabaccaia, capelli corvini e fianchi generosi, una donna forte, ammaliante e misteriosa come la tarantola. Con lei sperimenta un desiderio brutale, imprudente, che può stravolgere ogni cosa fino a fargli decidere di chiudere definitivamente con il suo passato. Almeno finché Daria, ignara di tutto, non lo raggiungerà…

Recensione:

Se si dovessero scegliere dei colori per descrivere il romanzo, si opterebbe per le sfumature blu del mare, del distacco, della libertà e per il rosso aspro della terra, della passione primitiva, della sensualità. Ambientato nel Salento, trasmette il fascino dei panorami mediterranei, annettendolo egregiamente alla psiche e al cuore del protagonista, Carlo, giornalista proveniente dal grigio cemento di una Milano frenetica. Un libro caldo, salato, a tratti oscuro e misterioso, che va a toccare le profonde corde dell’anima e degli istinti primordiali dell’uomo. Vibra i fili più nascosti, quelli che tendono all’irrazionale, alla superstizione e alla magia: magia di una terra selvaggia, in cui l’esserci proiettati improvvisamente provoca un terremoto esistenziale. Ricco di palpiti erotici, non tralascia il lato psicologico, svelando tramite flussi di coscienza ciascun pensiero che bombarda la mente del protagonista. Un protagonista ammaliato, sommerso, abbandonato, ma felice. Felice poichè sente di aver trovato la chiave, il modello, la cifra con cui leggere i fatti: cogliere l’attimo, godendo di semplici piaceri come il cibo, la danza, la passione illimitata. E dimenticare le impalcature costruite in un passato imperfetto, macchiato, monotono, che ora inizia a scricchiolare tra il Sole salentino e l’acqua cristallina del mare. Di brividi il romanzo ne fa venire molti: è certo che ognuno di noi abbia affrontato situazioni simili, in cui si desidera ricominciare da capo, crearsi una nuova identità, abbattere il passato che non soddisfa; scrollarsi di dosso il grigiore soffocante della vita quotidiana sublimando con il rosso-passione lo spazio e il tempo, avverando i desideri proibiti sebbene non rispettino la morale. D’altra parte, anche F. Nietzsche ammette che “Ciò che si fa per Amore va al di là del Bene e del Male”: Giovanna Bandini lo sa, e attraverso le sue parole coltiva un’amorevolezza spontanea, innocente, carnale: dionisiaca. Un romanzo da gustare tutto d’un fiato, rischiando di rimanerci rapiti dentro.


Recensione a cura di: Jacopo per IBS.it (2048 caratteri)


Poesia alle masse

Amanti della poesia, riunitevi.
Vivendo nell’era delle comunicazioni di massa, ci si trova di fronte al pericolo di rimaner sommersi dall’enorme mole di dati che quotidianamente ci bombarda.
Si rischia di affossarsi nella palude del benessere apparente, cinico e materialistico. Quello fatto di pubblicità, reality show, fotomodelle siliconate e calciomercato.
Un annichilimento graduale, un percorso d’annullamento di qualunque ambizione metafisica o spirituale.
In questo quadro drammatico, che riguarda prevalentemente la civiltà occidentale, la poesia, come G. Conte afferma, viene assassinata dalla borghesia corrotta, cinica, conformista e incolta, la quale spesso occupa i vertici della classe dirigente. Con lo scopo di crear profitto, si forgiano costantemente nuove armi consumistiche che lentamente sovrastano e smorzano il sublime istinto di trascendere. Ad esser particolarmente maligni, tutto questo può venire identificato come un preciso piano politico-economico: falcidiare la poesia e l’arte per macinare dollari: “superficializzando” le masse, esse si dedicano maggiormente al consumo sragionato, quello “senza se e senza ma”. Alcuni episodi fanno riflettere: nel 2002 nel palinsesto della RAI venne inserito Cyrano, un programma di Massimo Fini dedicato alla poesia, al teatro e alla filosofia: dopo la prima puntata, nonostante andata in onda a mezzanotte e nonostante l’enorme successo (per una fascia oraria del genere), Cyrano è stato censurato con l’accusa, infondata, di blasfemia. Perchè nel 2000, far poesia è blasfemo: offende la fede dei consumatori, calpesta i valori “Denaro e Tecnica” (G. Conti).
Tuttalpiù, la società-spettacolo fornisce i surrogati di massa della poesia, ovvero canzoni e canzonette (Cucchi) sempre più vuote e grige, come recentissimo esempio quella del piccione.
Un quadro degno da 1984.
Ma non tutto ancora è andato perduto.
Sebbene l’Anticultura divampi a gonfie vele, l’anima umana rimane un terreno fertile da coltivare.
Resta un sogno realizzabile veder dal cuore nascere un arcobaleno.
In quanto la poesia racchiude l’immensità dei sentimenti, crea nuovi mondi, nuove dimensioni: incanala e proietta nelle parole l’energia, sia positiva o negativa. Va a toccare le misteriose corde d’ordine sentimentale (Fruttero), rispecchia quindi l’intimità più profonda.
Martin Heidegger, filosofo tedesco del ‘900, definisce la poesia come linguaggio dell’Essere, come manifestazione dell’Io.
Uccidere la poesia equivale a saccheggiare l’animo umano dei suoi beni più preziosi: i sentimenti.
Se tuttavia si comprende il problema, allora è possibile meditare una soluzione.
Cominciando dal basso, magari leggendo di sera ai propri familiari una poesia. Oppure ripristinandone l’insegnamento rigorosamente a memoria alle scuole elementari: sebbene i bambini possano trovarlo lì per lì crudele, un giorno, bloccati nel traffico, si rassereneranno recitando le Chiare, fresche et dolci acque del Petrarca; la casalinga frustrata rievocherà l’Ode alla Vita di Pablo Neruda; il ventenne in crisi amorosa combatterà le tenebre della solitudine assaporando i versi del Pascoli o del Leopardi, comprendendo che certi eventi non capitano solo A sè stesso.
Il mondo diverrebbe più vivo, più colorato, più profondo, più ricco. Più a misura d’uomo e non di macchina. Ci si emozionerebbe geniunimente alla sola vista di un ciliegio in fiore, di un ruscello di montagna o di una madre che allatta un bimbo.
Si darrebbe più valore alle piccole cose, che in realtà piccole non sono.

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Amabilmente corretto dalla professoressa,
nonchè scrittrice e poeta (sic) Giovanna Bandini


Coltre di morte su occhi di gemma

Era caldo, circa l’ora di pranzo, diciamo verso l’una.
Uscivo dalla piscina che da poco ho iniziato a frequentare, situata su una traversa delle maggiori strade di Roma, la Salaria. Una strada che esiste sin dai tempi dell’Antica Roma. Mi appropinquavo dunque verso l’uscita, quando sotto il sole cocente noto una donna in costume da bagno seduta su un muretto proprio all’entrata dello stabile. Bionda, occhi chiari, d’origine slava probabilmente. Piuttosto formosa, il classico fisico che piace. Bottiglietta di acqua Levissima fresca di bar in mano, borsetta da mare con dentro non si sa cosa.
D’un tratto, arriva un’automobile grigia metallizzata, un’utilitaria, con al volante una persona sui 65 anni anni. Accosta al muretto, circa a 2 metri di distanza da me, la donna si avvicina con passo piuttosto pesante verso il finestrino, dove si affacciava l’anziano signore dai capelli bianchi e l’occhio acquoso da bue. La sua pelle rugosa, il suo abbigliamento anni ‘50, quelle camicie col collettone inamidato. Un signore qualunque, di quelli che una volta s’intrattenevano tra la briscola, le bocce e un sano bicchiere di vino con gli amici di una vita e che oggi marciscono nella solitudine davanti il televisore.
Il vecchio sorrideva posseduto quando la donna nervosamente le dava una carezza sulla guancia imperlata di sudore. Sembrava si conoscessero, che non fosse la prima volta che si vedessero: è possibile che sia un cliente abituale. Poi, l’inversione a U del vecchio, e la donna sale a bordo sul sedile anteriore. Si mette la cintura, rientra sulla Salaria e sparisce nel groviglio di automobili.
Chissà dove, in quale tugurio, l’illuso latin-lover, porterà il suo bocconcino. Il materasso polveroso, il tanfo che emana la classica stanza in cui razzola un uomo senza scopi. E chissà, la sua coscienza, chissà il suo cuore, se reagiranno nell’istante in cui la donna non riuscirà a nascondere dal suo sguardo la mortificazione di chi è costretto a subire passivamente ciò che mai avrebbe desiderato. Forse i suoi occhi non arrivano a figurarsi la smorfia d’orrore e disgusto che la donna in realtà detiene dietro la maschera. Chissà, se mai si pentirà di aver umiliato un fiore così bello, violandone la sua preziosa intimità, trattandola come un pezzo di carne e nulla di più. I suoi occhi di gemma, velati da una coltre di morte.La donna venne in Italia con una speranza, e si ritrova a soddisfare i desideri di un Paese che appare zucchero e cuoricini: l’Italia nella sostanza è altro, è corruzione spirituale, è appiattimento culturale, è terra di spietati cannibali.


Photo by travelling_shashin



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