Piccolo viaggio nel sofferente animo umano (Parte 1)
sabato, 04 marzo 2006 di Jacopo
The mother of excess is not joy but joylessness. - Friedrich Nietzsche
L’altra sera al pub con gli amici, sarà stata la birra, saranno state le bariste carine, esce fuori un discorso molto interessante. Il succo è questo: quando una persona ha un problema tende a non godersi ciò che detiene di positivo, impregnando la propria vita con energia negativa. Si passa l’intero corso delle 24 ore a girar il dito della piaga, a smuovere con un bisturi arrugginito la ferita. L’uomo è quindi un animale predisposto a soffrire, sembra esser scritto nel suo DNA. Soffire, anche qui c’è molto da dire. Soffrire si, ma per cosa? L’animo umano detta delle priorità riguardo i problemi. Se tutto va bene, ma manca questo o quello, preferisce sottolineare “il questo e il quello”. Appena subentra qualcosa di *anche leggermente* più grave del “questo” e del “quello”, allora la sofferenza sgorgherà dalla nuova fonte, più potente. E il “questo” e il “quello” saranno oscurati, dimenticati. Una questione di priorità insomma.
Se in un momento X della vita non gli manca niente, allora comincerà a crearsi i problemi dal nulla. Comincerà a chiedersi: “ma io chi sono veramente?”; comincerà a non farsi bastare ciò che ha, ma a desiderare con avidità sempre di più. Ma se ci si pensa, ciò che realmente serve a sfamare il nostro istinto di sopravvivenza (come diceva Hobbes) basta soddisfare i cosidetti bisogni primari: il nutrirsi, il dormire, il riprodurre. STOP. E invece, ecco il ragazzo che soffre perchè non ha la moto; ecco la ragazza che soffre perchè Mascia non ha vinto il Grande Fratello; ecco l’alto borghese che soffre e si uccide con la cocaina perchè ha perso il controllo del suo denaro e vuole godere sempre di più. Questo ragionamento spiega il paradosso del “Felice-ma-Infelice”: ovvero come persone che apparentemente sono felici arrivino a distruggersi, ad annichilirsi con la droga, a suicidarsi. Il Fenomeno Lapo è in continua espansione, basti sentire la radio o il TG ogni tanto. Forse aveva ragione Schopenauer quando diceva che “il piacere non è altro che assenza di sofferenza”, in quanto l’uomo nella sua vita ha solo pochi attimi in cui si sente *alla perfezione*. Hanno ragione anche i buddhisti, quando affermano che “Il desiderio è la radice di tutti i mali”. E’ infatti il desiderio, ossia il mancato possesso di qualcosa, sia esso materiale {come un oggetto, o una donna}, sia esso spirituale\metafisico {come la risposta alla domanda “Che campiamo a fa’ ?”}, a provocarci sofferenza e dolore. Semplice: se il concetto di ‘desiderio’ non appartenesse alla natura umana, in questo momento non avremmo energia negativa. Saremo completamente abbandonati alla corrente del destino, non inseguiremmo progetti spazio-temporali, non avremmo problemi di alcun tipo.
Liberi di fluttuare sull’Aria, di scivolare sull’Acqua, di riscaldarsi al Fuoco e di amare la Terra: la stessa armonia richiamata dal Leopardi, il quale ammetteva come stando a contatto con la natura incontaminata egli si sentisse momentaneamente ristorato, rigenerato. Ed ecco perchè ora mi chiudo in me stesso sognando una bella escursione sul Monte Tribulaun ad ammirare qualche stella alpina.

Felice e' chi ama cio' che ha.
Desiderare qualcosa che non si ha non porta necessariamente infelicita' se si riesce comunque ad apprezzare le piccole gioie che abbiamo.
E apprezzare le piccole felicita' che quotidianamente viviamo non e' nient'altro che VIVERE!
Aggiungo che se il desiderio non esistesse, oltre a non esser contemplato il dolore, non sarebbe concepito nemmeno il sogno e il progetto di miglioramento della propria situazione. Si simulerebbe il COMA. Saremmo delle amoebe senza scopo. Quando si soffre, le invidiamo, le amoebe, ma in fin dei conti penso che valga la pena scommettere, e vivere la vita in tutti i suoi aspetti. Felici e infelici che siano!